Medicina e Bioetica: per informarsi, capire, discutere…

Giulio Tarro

Giulio Tarro

PROLUSIONE AL SEMINARIO

UNIVERSITA' E PROFESSIONI VERSO IL 2000

 Johnson and Wales University Auditorium

 Providence, Rhode Island (USA)

 

“La Vita - sentenziava Oscar Wilde- è una malattia sessualmente trasmissibile con esito inevitabilmente mortale”. Mi sia consentito partire da questo aforisma che, sotto la sua apparente levità, rivela l’intrinseca difficoltà che da sempre in tutte le discipline umane - dalla Filosofia alla Virologia - ha contraddistinto la definizione del concetto di “vita” e di “organismo”.

Apparentemente l’identificazione non presenterebbe ambiguità. Gli organismi, ad esempio, per definizione, sono caratterizzati da una struttura fisico-chimica che, interagendo con l'ambiente, garantisce alcune caratteristiche quali la nascita, la riproduzione, la morte, le mutazioni e i processi regolativi tendenti alla conservazione e all'adattamento dell'individuo e/o della popolazione cui questo appartiene. Fra i caratteri essenziali degli organismi viventi troviamo, quindi, il metabolismo, ossia il continuo fluire di materia e di energia finalizzato all’accrescimento e all'organizzazione, (ossia interdipendenza di parti subordinate e parti predominanti), alla riproduzione (che serve a rimpiazzare quegli organismi uccisi dalle inevitabili ingiurie dell’ambiente) e all'adattamento (conseguenza, a sua volta, dell'eccitabilità, che garantisce all'organi­smo la capacità di adeguarsi alla variabilità dell’ambiente). E’ interessante notare come questi criteri, che ad una prima analisi sembrerebbero squisitamente scientifici hanno, finito per arricchire un dibattito filosofico, antico di millenni, volto, anch’esso, alla definizione del concetto di vita, inevitabilmente legato all'identificazione del fine di questa.

Com’è noto, i filosofi prearistotelici non si posero il problema specifico della vita organica, tuttavia lo stesso intrinseco dinamismo (il “pneuma” di Anassimene) che caratterizza il principio archetipo della realtà presuppone una sorta di vitalità organica sufficiente a determinare e spiegare la vita. Il concetto di finalità, inteso espressamente come proprietà del mondo organico e suo principio dinamico, risale, invece, a Diogene di Apollonia e, magistralmente sviluppato da Platone e da Aristotele, ha costituito uno dei massimi problemi teorici della scienza biologica, tuttora in attesa di una soluzione. Il concetto di vita, fortemente caratterizzato secondo la filosofia aristotelica in senso finalistico come vitalismo dinamico, perdurò per tutto il Medioevo, epoca in cui la subordinazione della vita umana rispetto ad una ultraterrena poneva sotto l'angolo visivo della teologia ogni attività, compresa quella scientifica. Nel Rinascimento,  Paracelso rivoluzionò questo concetto facendosi sostenitore in biologia di una nuova scienza, fondata sull'esperimento, che spiega la vita come combinazione di elementi primordiali; una concezione questa certamente permeata di una concezione legata alla magia ma che dando origine alla iatrochimica, (e cioè l’interpretazione delle attività organiche, e soprattutto dei fenomeni morbosi, sulla base di processi chimici) e alla iatromeccanica di Cartesio, ha spianato la strada al moderno pensiero scientifico e medico.

Queste considerazioni, che si direbbero confinate ad un ben datato dibattito filosofico, acquisiscono rinnovata vitalità  quando si vanno da analizzare i virus e, ancora di più, i prioni. Definire cosa sia un virus non è facile in quanto, ad esempio non è possibile inserire pienamente quest'entità in nessuno dei tre regni della natura: vegetale, animale o minerale. Questo incredibilmente piccolo organismo non è altro che una sostanza chimica, costituita da un acido nucleico e da alcune molecole di proteine spesso aggregate in eleganti forme quali spirali, icosaedri, sfere... La sua forza sta nella capacità di asservire l’organismo nel quale si insedia sostituendo il suo DNA a quello delle cellule dell’ospite e trasformando quest’ultimo in una “fabbrica” di nuovi virus. Grazie a questo sconcertante meccanismo, i virus sono riusciti ad insediarsi dovunque e, perpetuandosi nei millenni, a differenziarsi in moltissime famiglie. Un altro sbalorditivo organismo, (se è lecito riferirsi ad esso con questo termine) che utilizza, sostanzialmente, lo stesso sistema di riproduzione dei virus è il prione: una proteina, quest’ultima salita, negli ultimi tempi agli onori delle cronache essendo stata identificata come responsabile di un'infezione, l’encefalopatia spongiforme, o "morbo di Creutzfeldt-Jacob”,   la cosiddetta “mucca pazza”.

Lo studio dei virus e dei prioni risulta, quindi, particolarmente stimolante dal punto di vista epistemiologico, necessitante del superamento della differenza “qualitativa” che intercorre tra l'oggetto biologico e l'oggetto fisico; infatti, queste entità recano in sé, inestricabilmente legati, due aspetti che spesso sono stati considerati in contrasto fra loro ma che invece sono solo in rapporto dialettico: l'aspetto “strutturale” e quello “storico”. Solitamente chi privilegia il primo aspetto è portato a vedere l'organismo come strutturato in organi e questi in molecole e così via, pervenendo così ad un approccio sostanzialmente analitico e sperimentale, che isola determinati processi e parti per chiarirne il funzionamento in termini attuali; mentre chi rivolge la sua attenzione al secondo aspetto preferirà chiedersi, ad esempio, quale sia lo “scopo” di una certa struttura, perché l'organismo svolga proprio quella funzione e non un'altra e risponderà a queste domande in termini essenzialmente storici ed evoluzionistici, partendo dalla considerazione che ogni organismo è il prodotto di una lunga storia.  Problemi come questi assumono una particolare connotazione quando, dall’organismo, si focalizza l’attenzione sul suo DNA.

Com’è noto, negli ultimi anni la possibilità di manipolare il corredo genetico degli organismi ha determinato lo strutturarsi di un acceso dibattito che investe questioni filosofiche, etiche, politiche, sanitarie e che può riassumersi con il termine di bioetica. Un aspetto di questo dibattito si collega alle questioni sopra citate, e cioè se anche per il DNA si possano adottare gli stessi criteri adottati per identificare gli organismi e, cioè, la contrapposizione tra una lettura prettamente analitica e una storica. In ultima analisi, tra una lettura fisica e una biologica. E’ evidente che da queste due letture scaturiscono due direttive tra esse incompatibili. La prima vede il DNA come un qualcosa che è lecito “riparare” e “migliorare” al fine di evitare all’organismo dell’individuo tutta una serie di “malfunzionamenti”; la seconda, invece, operando una lettura evolutiva del DNA legge anche la presenza, in alcuni individui, di DNA “irregolare”, e quindi causa di malattie, come il prodotto di un complesso processo evolutivo dell’intera specie che non è ancora del tutto conosciuto e che, anche per questo, non è lecito manipolare.

Sotto certi aspetti, questo dibattito si ricollega alla classica contrapposizione tra meccanicismo e vitalismo, anche se da questi termini, dimostratisi ormai insostenibili nella loro rigidità, si è passati ad altri tipi di approcci quali quello “riduzionista”, quello “organicista o integrista” e quello “storico o evoluzionista”. Il primo cerca di spiegare l'organismo in base alle sue parti componenti analizzandole con il solo ricorso a leggi chimico-fisiche; il secondo, derivando le sue posizioni dal vecchio “olismo”, privilegia nel vivente il momento dell'organizzazione (il tutto rispetto alle parti), la cui esistenza e continuità nel tempo costituisce elemento primario di spiegazione scientifica; il terzo, infine, pur riconoscendo l'importanza dell'organizzazione biologica, che costituisce elemento di “diversità” rispetto ai sistemi fisici, considera tale diversità come la conseguenza di una lunga storia evolutiva che ha differenziato sistemi prima simili e rispondenti alle stesse leggi fondamentali. Da questo diverso approccio analitico scaturiscono, com’è ovvio, differenti strategie d'intervento determinando lo svilupparsi di un dibattito che finisce per assumere toni accesi quando dalla manipolazione del DNA delle cellule somatiche si arriva alla manipolazione di quello delle cellule germinali.

La questione, come si evince, è estremamente ardua anche perché presuppone l’esatta individuazione del concetto di “salute” o “sanità” che dovrebbe guidare le strategie di approccio alla manipolazione del DNA. In realtà non esiste ancora un criterio unanimemente accettato per definire questi termini. Basti pensare al dibattito su cosa in campo psichiatrico o psicologico debba essere definito “normale”.  Focalizzando, invece, il discorso sul concetto di sanità inteso come strumento per migliorare la qualità della vita, capace, cioè, di fornire estesi servizi, aggiornati e dal costo contenuto, le sfide del futuro vanno affrontate anche occupandosi di reti informatiche, sistemi assicurativi, servizi di riabilita­zione e di prima necessità, nuovi macchinari...In tal senso va l’impegno di alcune università, prima tra tutte la Jefferson University di Filadelfia, che, ottimizzando l’impiego delle nuove tecnologie, in particolare unificando la gestione delle informazioni, è riuscita a portare la qualità dell'in­tervento sanitario a livelli di eccellenza, sia nei riguardi dei pazienti sia dello stesso personale.

Ma la creazione di un efficiente sistema sanitario non può prescindere dall’utilizzo di sempre più efficaci tecnologie didattiche per formare il medico del terzo millennio. In questo senso fondamentale sta rivelandosi l’uso delle tecnologie multimediali. Pioniere in questo campo è stato il college Columbia di Chicago mentre attualmente un punto di riferimento è costituito dalla scozzese University of the Highlands and Islands che, unificando due dozzine di “college” via Internet  è riuscita a creare una sorta di “campus virtuale” che permette di usufruire di servizi comuni come, ad esempio, la biblioteca e dove gli studenti possono assistere alle lezioni standosene comodamente a casa propria.

Ovviamente uno dei principali ostacoli che si frappone all’estensione di questo sistema di insegnamento che permetterebbe di usufruire dell’insegnamento di prestigiosi docenti che svolgerebbero le loro lezioni direttamente dalle loro residenze abituali senza bisogno, cioè, di impegnarsi in costose e spesso stressanti trasferte, è dato dall’ancora elevato costo degli impianti di trasmissione dati multimediali. La lezione, infatti, per essere didatticamente valida dovrebbe essere garantire al docente e all’utente la possibilità di interagire, comunicando in entrambe le direzioni. Una speranza per superare a breve scadenza questo ostacolo è data dalle sponsorizzazioni che potrebbero pervenire da aziende che troverebbero, comunque, il loro tornaconto non solo in termini di ritorno d'immagine quanto nel miglioramento complessivo della forza lavoro. Questo tipo di università a distanza risulterebbe di elevato interesse in alcuni paesi asiatici nei quali sono ancora oggi relativamente pochi gli studenti che possono permettersi di frequentare università prestigiose come quelle presenti negli Stati Uniti e in Europa. Ovviamente vi è il rischio che inizialmente l’università a distanza spiani le porte a ciarlatani alla ricerca soltanto del facile guadagno ma, alla fine, inevitabilmente, questi saranno eliminati dalla qualità dei corsi effettuati dalle strutture professionalmente qualificate.

L’università a distanza basata su sistemi multimediali sta facendo crescere la domanda d'esperti capaci di organizzare una tale rete didattica. In tal senso prestigiose istituzioni stanno cominciando ad offrire corsi universitari finalizzati al conseguimento di diploma in “Multimedia” quali quelli rilasciati da (in ordine alfabetico): l'Università dell'Alaska, Department of journalism/Broadcasting; l’Università Bloomsburg, in  Pennsylvania, Insti­tute for Interactive Technologies; l’Università della California Extension, i cui programmi si svolgono a Berkeley, Los Angeles e Santa Cruz; l'Università di Stato della Florida, che offre un programma con diploma di master in Interactive Communication; l'Istituto Georgia di Tecnologia ad Atlanta, il famoso M.I.T. cioè il Massachusetts Institute of Technology, e infine la New York Universitv, Tisch School of Arts (Manhattan).

L’università a distanza permette, inoltre, di rispondere pienamente alle esigenze poste dalla crescente presenza nelle aule universitarie di studenti adulti. Da 10‑15 anni, infatti, è esplosa l'istruzione universitaria degli adulti che sono diventati il corpo discente più numeroso negli USA; basti pensare che a San Diego l'80 per cento  dei 35.000 studenti dei corsi universitari di “continuing education” sono già diplomati ed un terzo di loro già laureati. I motivi sono molti. Intanto, l’elevato numero di pensionati, in sempre migliori condizioni fisiche e psichiche, con parecchio tempo a disposizione e desiderosi di studiare, vi è poi l’esigenza di molti lavoratori di specializzarsi in particolari discipline e tematiche per far fronte ad un mercato del lavoro in continua evoluzione. Non sono quindi studenti fuori corso o coniugi annoiati a frequentare queste università, ma professionisti e lavoratori desiderosi di riqualificarsi soprattutto in campi che conoscono una vorticosa evoluzione come l’informatica, l’ambiente, l’agriturismo... Anche per far fronte a questo nuovo tipo d'utenza, le tecniche educative si sono evolute nel cosiddetto “edutainment” un neologismo americano formato dalla fusione dei termini “educational” e “entertaiment”,  cioè programmi educativi e contemporaneamente d'intrattenimento (nel senso di ludici), spesso veicolati da Internet.

 Ovviamente, a sua volta, anche il campo dell’edutainment e dell’entertaiment è diventato materia per corsi universitari. Uno di questi, inaugurato nel novembre 1995, si tiene a Lucca (Villa Reale dei Borbone Parma) e a Roma (Palazzo Nazareno, vicino Piazza di Spagna) nell'European School of Economics Entertainment della Scuola Europea d'Economia; un’università nata nel 1986, con l'appoggio di 300 aziende europee, con il fine di preparare economisti d'azienda di livello internazionale e che si è distinta per i suoi corsi di laurea in Economia, Finanza e Management e in Scienze del Turismo.  La fine del primo anno accademico del corso di  entertaiment ha visto la frequenza di una trentina di studenti, selezionati, a numero chiuso fra i cento di tutta l'Università Europea, impegnati in discipline economi­co‑finanziarie classiche del primo biennio e con partecipazione attiva a manifestazioni artistiche attuali della musica, del cinema, del teatro, della TV. Una parte importante del corso, tenuta da Stefano D'Anna, rettore dell'Euro­pean School of Economics, è stata dedicata alla fiction e, in particolare, all'uso creati­vo della parola nelle sceneggiature nei testi musicali e teatrali, nella narrativa e nella poesia. Gli ultimi due anni del corso in Entertain­ment and Music Industrv Management verteranno, per lo più, sui vari meccanismi dello show business a Londra e a New York. Un tirocinio pratico è previsto durante l'intero corso dei quattro anni con stage in aziende del settore dell’entertainment.

 Il settore dell’entertainment negli USA occupa due milioni e mezzo di persone con un volume d'affari di circa 400 miliardi di dollari (corrispondenti a 64 mila miliardi di lire), costituisce l’otto per cento dei consumi del mondo occidentale e, secondo uno studio della Cornell University, rappresenterà nel prossimo decennio la prima industria della Terra.  Il 1995 è stato un anno decisivo per questo settore che ha visto l’emergere di un nuovo sistema di equilibri nel mondo del giornalismo, della televisione, del cinema, dei dischi, dei videogiochi dell'informatica. Capitali e investimenti hanno cambiato padrone; un turbinino di società e di sinergie hanno scosso le multinazionali del mondo mediatico: la General Electric ha acquisito la NBC, la Westinghouse ha inglobato la CBS, la Disney ha comprato l'ABC, la Time‑Warner, detentrice di TV cavo e dei più importanti settimanali americani, si è fusa con la CNN, che possiede anche la più ricca cineteca, formando un colosso da trentamila miliardi l'anno di fatturato.

L’esplosione del settore dell’entertainment e del multimedia, legata a quella dell’interattività dell’informazione prefigurata, ad esempio da Internet certamente porterà ad un modello di comunicazione difforme da quella del "Grande Fratello" di orwelliana memoria.  La storia delle comunicazioni, afferma McLuhan, si identifica con la storia della civiltà e può suddividersi in tre fasi. La prima è quella tribale dove l'unico medium è la parola. La seconda è l'era meccanica, della scrittura lineare e quindi della sequenzialità delle cose, dei caratteri stampati, durante la quale l'invenzione di Gutenberg arrivò a minare perfino la più alta istituzione esistente, la Chiesa. La stampa aveva provocato un'esplosione portando all'atomizzazione, alla dispersione in diversi frammenti umani, individuali, differenziati; l'elettronica e il multimedia, al contrario, provocano un’implosione che unifica il sistema nervoso di tutta l'umanità in un tutto simultaneo che ci riporta al villaggio tribale su scala planetaria.

In questo villaggio un ruolo di fondamentale importanza riveste l’informazione scientifica e la formazione universitaria che, grazie alle moderne tecnologie, supera i limiti di tempo e di spazio che l’avevano riservata ad una ristretta élite, diventando finalmente un patrimonio a disposizione di tutta l’umanità. Le sfide del futuro sono costituite da queste nuove vie che permettono un nuovo rinascimento, che danno spazio ancora alla fantasia, all'opportunità di creare. Finalmente si può di nuovo sognare e quindi realizzare il contenuto di questi sogni. Un capitalismo che nei limiti di un corretto confine etico possa essere anche “estetico, emozionale, istintivo”.  E, come dice McLuhan, è finalmente arrivata l'età profetizzata dagli uomini raccoglitori, “sempre meno legati alla schiavitù del lavoro e sempre più dediti a cogliere liberamente frutti nel mondo”.

 

 

Vai alla Home Page