| Medicina e Bioetica: per informarsi, capire, discutere… |
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Giulio Tarro |
Tutela della salute
nell’era della globalizzazione
Quando si pronuncia la parola globalizzazione gli animi si scaldano subito. Oggi infatti si assiste a un dibattito sempre più acceso fra i contestatori dei mercati globalizzati da una parte e dall'altra i sostenitori dell'idea che il benessere economico mondiale richieda liberi scambi senza troppe regole politiche o sociali. L'apice di questa diatriba la si è vista nel novembre del '99 con la grande contestazione di Seattle, la città americana che ospitava il massimo vertice di globalizzazione, sulla quale discesero "sciami" di contestatori da ogni parte del mondo. Ma cos'è esattamente la “globalizzazione”? Essa nasce, nella sua forma più spinta, nove anni fa quando 135 nazioni nell’ambito del WTO (World Trade Organisation's) sancirono la nascita del WTO Round che, con i suoi potentissimi accordi, travalica le legislazioni degli stati nazionali, sostanzialmente trasformando in mera merce di scambio aspetti della vita umana che si ritenevano regolati da ben altri criteri quali istruzione, cultura, riserve idriche, patrimonio genetico....e, sopratutto, sanità.
Con l’accelerare del processo di globalizzazione
la dimensione internazionale della salute ha assunto nuova rilevanza. Già
nell’immediato dopoguerra l’umanità aveva riconosciuto che, per costruire
la pace e il progresso comune, era necessario perseguire una maggiore giustizia
tra i popoli e realizzare i principi enunciati con solennità nella
Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, tra i quali il diritto alla
salute. Nel definire la salute come «stato di completo benessere fisico,
mentale e sociale» e non solo «assenza di malattia», nell’atto costitutivo
dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), i governi del mondo
sottolineavano il pericolo comune costituito dalle disuguaglianze in salute.
Dunque, la salute non era e non andava vista solo come un diritto umano
fondamentale dell’individuo, ma come un bene indivisibile: la salute di tutti
e di ognuno come obiettivo da perseguire a vantaggio dell’intera umanità.
Dalla Conferenza dell’OMS di Alma Ata (1978) in poi ci si è a lungo
richiamati all’impegno sottoscritto da tutti i governi del mondo per una «Salute
per tutti entro il 2000», ponendo la soddisfazione dei bisogni di base come
strategia prioritaria per raggiungerlo.
Sul finire dello scorso millennio, quell’obiettivo
è stato, comunque, modificato in «Salute per tutti nel XXI secolo»,
riconoscendo che il cammino verso una maggiore giustizia e verso una
globalizzazione dei diritti si è rallentato, forse interrotto. La situazione,
del resto, è sotto gli occhi di tutti. Oggi nei paesi del cosiddetto Terzo
Mondo (dove ci sono 59 medici su 100.000 abitanti) ogni anno 4 milioni di
persone muoiono per infezioni respiratorie che nei paesi occidentali (dove ci
sono 252 medici su 100.000 abitanti) vengono affrontate e positivamente risolte;
2,2, milioni muoiono per malattie diarroiche; 1,7 milioni muoiono per
tubercolosi; 1 milione muore per malaria. Del resto, solo lo 0,8% del Pil è
mediamente destinato alla sanità nei paesi poveri (dove la speranza di vita
alla nascita scenderà mediamente secondo le previsioni dell’OMS nel 2005 da
47 a 42 anni) contro il 5% dei paesi ad alto reddito mentre più del 75% della
popolazione mondiale ha a disposizione il 15% dei farmaci prodotti.
Le sconsolanti statiche sulle disuguaglianze in
salute che continuano ad approfondirsi nonostante abbiano già raggiunto
un’ampiezza mai vista prima, potrebbero protrarsi per pagine e pagine, ma
forse è meglio soffermarsi sul perché di questa situazione. Secondo autorevoli
studiosi un ruolo negativo lo hanno avuto le istituzioni finanziarie
internazionali, primi fra tutti la Banca mondiale e il Fondo monetario
internazionale, sostituitesi di fatto all’Organizzazione mondiale della sanità
nel guidare la politica sanitaria globale. Negli anni novanta tali istituzioni
hanno, infatti, indicato - e spesso imposto - linee di politica sanitaria che
considerano la salute una variabile dipendente della crescita economica. Nei
paesi poveri i crediti, quindi, sono stati condizionati all’applicazione di
piani di aggiustamento strutturale che prevedevano la liberalizzazione del
commercio, il taglio della spesa sociale e la privatizzazione dei servizi; il
risultato è stato spesso lo smantellamento dei sistemi sanitari. A tal riguardo
è da segnalare che, mentre in quasi tutti i Paesi Industrializzati i sistemi
socio-sanitari sono prevalentemente pubblici, nei cosiddetti “Paesi in via di
sviluppo” o del Terzo Mondo avviene l'esatto contrario: prevale il privato con
poche eccezioni, al di fuori dei paesi ad economia pianificata (Cina, Cuba,
Vietnam, Nord Korea.).
Per appurare gli effetti di questa situazione sulla
salute delle popolazioni, la rivista scientifica <<The Lancet>> ha
pubblicato i risultati di una ricerca sulla mortalità infantile in relazione al
PIL procapite e alla distribuzione del reddito in molti Paesi del Terzo Mondo
dal titolo "National IMR (Infant
Mortality Rates) in relation to gross national product and distribution income",
che giungeva alla conclusione che "lo stato di salute di una popolazione
dipende dalla distribuzione del reddito più che dal livello assoluto del
reddito nazionale procapite". Una considerazione questa che delinea una
condanna senza appello se si considera che, dopo venti anni di globalizzazione
dell'economia, i divari di reddito tra paesi ricchi e paesi poveri sono
aumentati. Oggi, infatti, il reddito pro-capite del 20% di popolazione più
ricca del pianeta (dagli USA alla Svizzera, Italia inclusa), è 74 volte più
grande del reddito medio del 20% di popolazione più povera (dall'Afganistan
allo Zambia), mentre nel 1990 era di 60 ad 1 e nel 1960 di 30 ad 1.
Un aspetto particolarmente grave della progressiva
esclusione dei poveri dalle cure mediche è dato dall’accesso ai farmaci. Le
statistiche mondiali delineano a tal proposito un quadro sconfortante: il 75%
della popolazione ha a disposizione solo il 15% dei farmaci (l’intero
continente africano solo l’1%) in commercio, contro il 42% del solo
Nord-America. Nelle aree più povere del pianeta oltre il 50% della popolazione
non ha accesso neppure ai farmaci definiti “essenziali”, siano essi generici
o brevettati.
Il concetto di accesso ai farmaci, nella
definizione dell’OMS, è ampio e comprende anche la ricerca, l’elaborazione
di linee guida, l’addestramento di personale medico specializzato, la
predisposizione di prezzi accessibili etc. A livello di Organizzazione Mondiale
del Commercio, un peso importante in materia di accesso ai farmaci è ricoperto
dagli accordi Trips: nel quadro di questi accordi sui brevetti è prevista la
possibilità di produrre medicinali sotto brevetto in presenza di condizioni
socio-sanitarie eccezionali. Si tratta della concessione della licenza
obbligatoria che permette ad un paese di produrre localmente un farmaco ancora
sotto brevetto senza l’autorizzazione del proprietario.
Vi sono, comunque spietati meccanismi economici che
inficiano le direttive degli accordi Trips.
Ad esempio la produzione dei cosiddetti farmaci
“abbandonati”, cioè che non vengono più prodotti per scarso profitto,
mentre le malattie che potrebbero curare mietono migliaia di vittime. A tal
riguardo il Global Forum for Health Research rivela che solo il 10% degli
investimenti pubblici e privati è destinato ai problemi sanitari nei paesi
poveri e solo il 2% degli investimenti in ricerca e sviluppo nel mondo è
destinato a debellare famacologicamente malattie estesamente presenti nel Terzo
Mondo quali infezioni respiratorie acute, malattie diarroiche e Tbc. Nasce da
qui il davvero imponente mercato dei medicinali contraffatti e cioè prodotti
disinvoltamente da ditte locali non pagando i brevetti alla “Big Pharma” (e
cioè il cartello delle dieci principali multinazionali farmaceutiche) che li ha
inventati. A tale riguardo l’OMS ha calcolato che oltre il 10% dei farmaci in
Africa siano falsi. In tutto questo, le case farmaceutiche svolgono un ruolo
determinante. Esse si dichiarano disposte ad allargare l’elenco dei farmaci
essenziali nei Paesi in Via di Sviluppo, a patto che si attui una politica dei
brevetti trasparente. Nel tentativo di garantire l’accesso ai farmaci per
tutti, una soluzione imprescindibile sembra essere la predisposizione di una
legislazione internazionale che, in virtù dell’”eccezione sanitaria” e
della condivisione di responsabilità tra i soggetti interessati, favorisca
l’applicazione di prezzi differenziati, a seconda del potere d’acquisto dei
paesi in cui i farmaci sono venduti e che miri al trasferimento di tecnologie in
loco per la produzione di farmaci, in nome di uno sviluppo sostenibile.
Ma questa tendenza “umanitaria” in auge (a
parole) fino a qualche anno fa sembrerebbe essere archiviata e la stessa OMS è
stata recentemente accusata di sposare unicamente le cause delle multinazionali
farmaceutiche. Hanno destato scandalo, ad esempio, le dichiarazioni di Gro
Harlem Brundtland, direttrice generale dell’OMS che al Forum economico
mondiale di Davos, il 29 gennaio 2002, così si è espressa: «Dobbiamo
proteggere i diritti dei brevetti (...) per garantire che ricerca e sviluppo ci
forniscano nuovi strumenti e tecnologie (...). Abbiamo bisogno di meccanismi che
impediscano di riesportare medicinali a basso costo verso economie più ricche.
(…) L'industria ha compiuto uno sforzo ammirevole per far fronte ai suoi
compiti, con doni di medicinali e riduzioni di prezzo». Uno “sforzo” , è
stato fatto notare, tanto più meritorio, in quanto è stato portato avanti
malgrado “la preoccupazione, da parte delle industrie farmaceutiche, che il
fissare prezzi più bassi per i medicinali destinati ai paesi in via di
sviluppo, potesse costituire un precedente nei negoziati con paesi che, invece,
hanno i mezzi per acquistarli”; un “brevetto di moralità” concesso alle
multinazionali... giusto cinque settimane prima che si aprisse, a Pretoria, il
processo intentato da una quarantina di loro contro il governo sudafricano,
colpevole di preparare l'importazione di medicinali generici da altri paesi in
via di sviluppo.
Già il 13 maggio 1998, del resto, all'inizio del
suo mandato, la Brundtland aveva enunciato i principi della sua strategia alla
51a Assemblea mondiale della sanità (che raggruppa gli stati membri dell'OMS):
«Dobbiamo aprirci agli altri». Quali «altri»? Fondamentalmente al settore
privato, al quale era stato proposto un partenariato, e alle principali
organizzazioni multilaterali: Banca mondiale, Fondo monetario internazionale (Fmi)
e Organizzazione mondiale del commercio (Wto).
Questo per molti commentatori significa
sottomettersi ai desiderata di Washington. Del resto le parole della Brundtland
non si prestano a molti equivoci: «Abbiamo assolutamente bisogno dei
finanziamenti privati. Da dieci anni, infatti, i governi non ci danno più molti
soldi; le maggiori risorse ci vengono dal settore privato e dai mercati
finanziari. Poiché l'economia americana è la più ricca del mondo, dobbiamo
trasformare l'OMS in un sistema capace di sedurre gli Stati uniti e i mercati
finanziari». Anche se presentata come la constatazione di una necessità, la
perorazione che tende a sottomettere l'OMS ai desiderata di Washington e delle
istituzioni della globalizzazione liberista, e fa appello alla carità dei
grandi gruppi, è in realtà puramente ideologica in quanto l'apporto privato
rappresenta solo una piccola parte delle risorse dell'OMS.
Questo processo di progressiva globalizzazione
della salute e, quindi di adeguamento delle direttive dell’OMS a quelle del
WTO e della Banca Mondiale, è comunque mitigato da alcune tendenze. Ad esempio,
durante la conferenza ministeriale della Wto, tenutasi il 13 novembre 2002 a
Doha (Qatar), i paesi in via di sviluppo che dispongono di un'industria
farmaceutica hanno finalmente ottenuto il diritto di produrre copie meno costose
di medicinali protetti da brevetti - anche se solo in caso di crisi della sanità
pubblica e senza aver il diritto, per ora, di riesportarli verso paesi poveri
incapaci di produrli. Tuttavia, questa relativa vittoria non deve niente alla
direzione dell'OMS, anche se va riconosciuto il comportamento coraggioso di
alcuni suoi rappresentanti. È invece il risultato delle pressioni esercitate
dalle opinioni pubbliche, allertate dalle organizzazioni non governative (Ong)
e, soprattutto, di un clamoroso voltafaccia americano. Dopo gli attentati
dell'11 settembre, infatti, gli Stati uniti hanno minacciato la Bayer,
l'industria tedesca produttrice dell'antibiotico Cipro, utilizzato per
combattere il carbonchio, di prodursi da soli copie conformi del farmaco, se non
gli fosse stata consentita una sostanziale riduzione dei prezzi. Una volta
riuscito il ricatto, è diventato difficile per loro opporsi al fatto che anche
altri stati affermino il primato del diritto alla salute sul diritto del
brevetto.
Un altro aspetto che scandisce il rapporto tra
globalizzazione e salute è lo stravolgimento dell’ecosistema microbico e cioè
il rapporto tra globalizzazione e ascesa di nuove malattie
La critica di fondo al "ruolo globalizzatore"
svolto dall’homo tecnologicus, definitiva e perfezionata variante occidentale
dell’homo faber, è quella di essere sì riuscito a unificare il pianeta, ma
con finalità di dominio, mediante la progressiva imposizione al resto
dell’umanità di un unico modello e sistema economico-politico-culturale
enormemente vantaggioso per chi lo gestisce, ma estremamente gravoso per chi lo
subisce e soprattutto potenzialmente distruttivo per il pianeta e che rischia di
determinare conseguenze gravi sull’ecosistema microbico, formatosi lentamente,
nel giro di quasi 4 miliardi di anni e che rischia di essere stravolto
definitivamente nei prossimi decenni. Un pericolo determinato dalle attuali
strategie di lotta alle malattie infettive, basate quasi sempre non già sul
risanamento delle condizioni ambientali e sociali nei quali molte di queste
malattie allignano, ma sull’uso scriteriato di antibiotici (soprattutto nei
grandi allevamenti animali) che favoriscono il selezionarsi di microrganismi
sempre più resistenti e, in ultima analisi, invulnerabili. Si parla molto del
cosiddetto buco dell’ozono. Ma del buco, potenzialmente altrettanto pericoloso
che l’uso scriteriato e la diffusione nell’ambiente di antibiotici sta
producendo nell’ecosistema microbico, si parla pochissimo. Eppure è difficile
negare che la distruzione di batteri non patogeni e l’accelerata selezione di
nuove specie microbiche conseguente all’uso scriteriato di antibiotici
spalanca le porte alla proliferazione di microrganismi patogeni sempre nuovi e a
patologie sempre più gravi. Ma il pericoloso processo di modificazione delle
specie viventi imposto dalla globalizzazione raggiunge il suo apice nella
manipolazione del DNA che rischia da un momento all’altro di immettere
nell’ecosistema organismi la cui iterazione con l’ambiente potrebbe avere
conseguenze catastrofiche. A questo sono da aggiungere le colossali modifiche
ambientali, e quindi sanitarie, imposte negli ultimi anni dalla globalizzazione.
Distruzione di foreste ed ecosistemi, costruzione di dighe e bacini idrici
l’espandersi di megalopoli prive di adeguati sistemi sanitari, l’enorme
incremento degli scambi (ogni giorno 1,5 milioni di passeggeri viaggiano da un
continente all’altro) e quindi di germi rischiano di determinare nuovi bacini
microbici e nuove condizioni di contagio.
Un quadro desolante, quindi. Ma mi sia consentito
concludere questa mia breve relazione con una notiziola confortante.
La storia nasce nel 2001 quando la multinazionale
farmaceutica Pfizer decise di commercializzare un farmaco contro l'obesità
basato sugli estratti di un cactus, lo Hoodia, da millenni utilizzata dalla tribù
dei San, che popola le savane del Sud Africa, perché inibisce lo stimolo della
fame.
A questo punto due gruppi ecologisti, Azione Aiuto
e Bio Watch, hanno denunciato il «furto di conoscenza» alla popolazione San e
hanno sottoposto il caso, definito un atto di «bio pirateria», alle Nazioni
unite, al Wto e ai media internazionali. La scoperta delle proprietà «dimagranti»
del cactus Hoodia è infatti senza ombra di dubbio dei San, che da 27mila anni
vivono nella regione del Sud Africa. Lo loro medicina tradizionale ha studiato
per anni gli effetti inibenti dello stelo di Hoodia sullo stimolo della fame,
ricavandone un preparato che i San usano per affrontare le lunghe marce a piedi
nel deserto. E' stato solo di recente che alcuni ricercatori sono venuti a
conoscenza della proprietà della pianta studiando proprio la medicina
tradizionale San.
Appena fatta la scoperta però, il Comitato per la
ricerca scientifica ed industriale del Sud Africa ha identificato il principio
attivo dell'Hoodia e l'ha venduto alla Phytopharm, che lo ha brevettato come «P57».
Ottenuto il brevetto Phytopharm ha annunciato di aver trovato una cura
potenziale per l'obesità priva di effetti collaterali, perché basata su un
principio attivo naturale. L'effetto dell'annuncio è stata un'impennata nel
valore delle azioni di Phytopharm, che poi ha venduto alla Pfizer, per 21
milioni di dollari, la licenza mondiale esclusiva per la commercializzazione del
P57. Il tutto senza riconoscere alcun diritto ai San. Ma ora, dopo due anni di
contenzioso, la multinazionale ha dovuto riconoscere il diritto dei San sulle
loro conoscenze tradizionali. L'accordo raggiunto prevede che Pfizer riconosca
ai San il diritto all'istruzione e al lavoro, nonché 6 milioni di dollari
l'anno se il nuovo farmaco avrà successo.
E almeno questa storia è finita bene.