| Medicina e Bioetica: per informarsi, capire, discutere… |
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Giulio Tarro |
SPORT
E HANDICAP
L'importanza dello sport per il portatore di handicap
Il
grande movimento sportivo internazionale sviluppatosi in tutti questi anni con
il coinvolgimento di migliaia e migliaia di atleti disabili di tutte le parti
del mondo, compresa l'Italia, ha ampiamente dimostrato che lo sport rappresenta
per il portatore di handicap non solo un mezzo insostituibile di recupero
psicofisico, ma anche uno stimolante mezzo di integrazione sociale.
Per fare sì che un numero sempre maggiore di disabili potesse praticare attività
sportiva è sorta in Italia dall'unificazione delle tre federazioni Fisha, Fics
e Fesi la Fisd, Federazione Italiana Sport Disabili, riconosciuta dal Coni quale
federazione aderente.
Attualmente
in tutte le regioni italiane esistono società sportive affiliate e centri di
avviamento allo sport-terapia per avvicinare i giovani portatori di handicap
alle attività sportivo-agonistiche, nelle diverse discipline (nuoto, atletica
leggera, pallacanestro, scherma, tiro con l'arco, tiro a segno, tennis tavolo, e
molte altre).
Ogni
disciplina sportiva, accortamente adattata ove necessario, ha una sua utilità
per il conseguimento di risultati terapeutici; lo sport consente infatti, nelle
sue diverse tipologie, a quasi tutti i disabili mentali di svolgere, a seconda
delle condizioni in cui si trovano, una qualche attività motoria, dal che può
derivare una migliore conoscenza del proprio corpo, una più corretta concezione
dello spazio e del tempo, un miglioramento dell'equilibrio e della coordinazione
motoria; il tutto non disgiunto da un globale miglioramento psichico.
Lo
sport, oltre che nel campo delle riabilitazioni motorie e funzionali, ha
rilevante importanza soprattutto per quanto concerne il riequilibrio psicologico
del portatore di handicap. Qualsiasi difetto fisico e sensoriale provoca
indubbiamente problemi psicologici e il portatore di handicap è continuamente
sottoposto a frustrazioni e fallimenti soprattutto quando si rende conto delle
proprie limitazioni e quando l'esistenza di barriere architettoniche e
comportamentali lo relegano ai margini delle società.
Le
reazioni alla propria condizione di «inabile» sono molto soggettive e
dipendono da molteplici fattori. Tuttavia molte persone disabili provano
sensazioni simili che vanno da quella iniziale di minaccia per qualcosa di
terribile che lo ha colpito a quella di solitudine e di sfiducia in una
effettiva ripresa. A questi stati d'animo possono spesso aggiungersi sentimenti
di diversità e di inferiorità associati a frustrazione, senso di inadeguatezza
e impossibilità a realizzarsi.
E'
proprio di fronte a questo pericolo che emerge il significato pieno dello sport
inteso come sublimazione dell'impulso vitale, come fattore di affermazione e di
realizzazione di sé, come strumento per dimostrare a se stesso e agli altri le
proprie capacità, per esplicare un'azione positivamente stimolante, in netto
contrasto con le componenti psicologiche negative menzionate.
Lo
sport ha una grande funzione educatrice e di riequilibrio tra corpo e psiche e,
attraverso tutte le implicazioni che ciò comporta, tende a compensare tensioni,
desideri, frustrazioni fino a scaricare, con l'atto agonistico, l'aggressività
che potrebbe altrimenti venire utilizzata verso l'interno, verso se stessi,
accentuando meccanismi difensivi quali autocompassione, autosvalutazione,
isolamento.
Qualsiasi
competizione, anche la più modesta, stimola l'autostima, specialmente in queste
persone che passando dalla situazione di soggetti passivi a quella di soggetti
attivi si sentono coinvolti in eventi dei quali essi stessi sono i veri
protagonisti, ritrovando così nello sport il desiderio di affermarsi, il
piacere di esprimersi, la gioia di competere.
Lo
sport, che è anche gioco, induce a un benefico ritorno all'infanzia e come
tutti i giochi svolge una funzione terapeutica di cui oggi siamo più che mai
certi. Per il suo contenuto ludico lo sport è un mezzo validissimo per curare e
per educare tanto il corpo quanto lo spirito e può essere utilizzato con
successo a coronamento di un programma riabilitativo di tipo tradizionale.
L'aspetto
socializzante dello sport si evidenzia particolarmente nei rapporti
interpersonali, non soltanto attraverso le competizioni ma anche per mezzo
dell'associazionismo, l'appartenenza a una squadra sportiva, la pratica di sport
di gruppo.
Mai
come oggi l'individuo desidera l'incontro con gli altri, è alla ricerca di
rapporti interpersonali continuativi, di scambi di esperienze vissute, di
soluzioni ragionate e confrontate. Nulla più dello sport favorisce soluzioni
del genere.
Per
il disabile lo sport rappresenta il primo, decisivo passo verso l'integrazione
nella società. Lo aiuta a riprendere contatto con il mondo che lo circonda,
facilitandone e accelerandone l'inserimento nella famiglia, nella scuola, nel
lavoro e inducendolo a uscire dal proprio isolamento, a ritrovarsi con gli
altri, ad associarsi, accettando categorie comuni di valori, acquistando il
senso della partecipazione sociale e abituandosi ad assumersi le proprie
responsabilità. L'appartenenza a una squadra sportiva e la pratica di sport di
gruppo favoriscono inoltre l'adozione di ruoli determinati, rafforzando in loro
l'identità personale attraverso la migliore conoscenza degli altri.
Nello
sport di gruppo è determinante l'apporto tecnico, psicologico, educativo che ne
ricevono i componenti: ansia, competitività, vittoria e sconfitta vanno
condivisi nella stessa misura da tutti i giocatori, sviluppando così lo spirito
di solidarietà.
In
alcune discipline sportive i disabili gareggiano insieme con gli altri non
disabili (tiro con l'arco, tennis tavolo, pallanuoto, tiro a segno, e altri).
Questi incontri, oltre a sviluppare migliore comprensione, stimolano spesso
rapporti di amicizia duraturi. Più i portatori di handicap crescono insieme ai
non disabili, più la «diversità» sarà bilateralmente accettata.
Un
altro aspetto positivo è dato dalla partecipazione a competizioni nazionali e
internazionali, che ha rappresentato e rappresenta per i disabili uno sprone per
l'indipendenza fisica e psicologica abituandoli a essere quanto più possibile
autosufficienti.
E'
molto frequente, specie all'estero dove sono state ampiamente superate barriere
architettoniche e sociali, incontrare atleti in carrozzina o portatori di
qualsiasi altra invalidità che, terminate le loro gare sportive o allenamenti,
girano per le strade della città, nei negozi, nei bar e in qualsiasi altro
locale pubblico, vivendo la loro normale vita di atleti, turisti, cittadini,
sottolineando il loro pieno diritto di vivere una vita completamente integrata,
con «gli altri» e come «gli altri», dimostrando che lo sport non è e non
deve essere riservato solo a fisici eccezionali.
Attraverso
la conquista di numerose medaglie vinte in campo olimpico e mondiale il disabile
ha creato nell'opinione pubblica una immagine diversa, insolita: un disabile non
più bisognoso d'assistenza, della pietà e della compassione altrui. Mi piace
ricordare a tal riguardo un episodio che negli ultimi tempi ha sottolineato
questo concetto conquistandosi le pagine di quotidiani e che ha visto come
protagonista il diciasettenne Mario Muscas una grande promessa del pattinaggio
italiano. Più bravo degli altri ma diverso, poiché afflitto dalla sindrome di
Down. Una diversità che rischiava di precludergli la partecipazione ai
campionati italiani programmati a Giovinazzo (Ba) dall'8 al 17 luglio prossimi.
Ma Mauro Muscas alla fine, grazie soprattutto ad un civile e massiccio movimento
d'opinione che ha visto persino
scendere in campo il Ministro Giovanna Melandri ce l'ha fatta e contenderà ai
suoi avversari “normodotati” le medaglie d'oro agli assoluti nazionali.
Se
lo sport può costituire una eccezionale occasione per il disabile
(migliorandone le capacità motorie e sensoriali, favorendo l’aggregazione ed
i rapporti sociali, stimolandolo ad affrontare le difficoltà contribuendo così
alla costruzione o alla ricostruzione della propria identità) il condividere
l’emozione di un sano agonismo, che è una delle più nobili e radicate
espressioni dell’animo umano, può certamente servire a ricucire o a
ridimensionare quella frattura tra “normodotati” e “disabili” che, tropo
spesso si considera inguaribile.
Sport,
quindi, come momento di cura, ma anche momento di amicizia, esperienza di festa.
Sport come situazione in cui si sperimenta il confronto con l'altro e con i
propri limiti, si apprende il rispetto delle regole ed il gusto dell'impegno.
Sport come strumento di prevenzione, capace di richiamare l'attenzione delle
persone, di aggregarle, di far acquisire una dimensione non alienante al loro
tempo libero. Sport come attività che reca in sé una carica straordinaria e
affascinante di umanità, di gratuità, di conquista, di coraggio, di pazienza,
diventando avventura che riempie di segni, di obiettivi, di speranza.
Prof.
Giulio Tarro
SPORT
E HANDICAP (seconda relazione)
L’incontro con l’Altro
Un
anno è passato dal nostro ultimo incontro e prima di soffermarmi sulle
tematiche legate al dualismo sport e handicap, mi piace qui cominciare
accennando ad alcune modalità relazionali tra disabili e non che rischiano di
instaurare meccanismi difensivi che. depauperano la personalità di quegli
aspetti e di quelle istanze che tendono all'integrazione e all'espressione delle
emozioni espressioni creative proprie di qualunque individuo. Queste modalità
relazionali possono andare da un rifiuto neanche tanto nascosto oppure da un
atteggiamento eccessivamente sollecito e altruistico o ancora da condotte di
tipo compassionevole/pietistico. Ma atteggiamenti meno evidenti non vuol dire,
piena e totale accettazione del soggetto portatore di handicap. Sembrerebbe,
anzi, che l'handicap non permetta nella percezione del normodotato la qualifica
di persona adulta.
Questo
atteggiamento, in molti casi spinge il disabile a rinunciare ad una vita di
relazione. In questo caso il disabile sprofonda nel proprio handicap e si chiude
a qualsiasi orizzonte. E' la morte sociale. L'ansia che deriva dall'incontrare
l'Altro è dovuta - credo -, alla discrepanza fra l'immagine che si ha di sé.
profondamente svalutata e handicappata, e alle aspettative che si possono
verificare nel relazionarsi con l'altro. Le fantasie dilagano e il senso
d'inferiorità non può far altro che accentuarsi fino a scegliere di
"morire" in senso sociale o comunque di non vivere e di limitarsi a
una pura sopravvivenza biologica.
Nei
“normodotati”, invece l'incontro con l'handicap può generare delle angosce
relative alla propria integrità sintetizzabili nell’espressione: “Così
come è capitato a lui, questo può succedere anche a me”. E' naturale quindi
che nascano delle ansie perché questo smonta seppur brevemente l'illusione
della propria immodificabilità e nel contempo può far sorgere delle fantasie
relative alla perdita di parti importanti del proprio Sé. Questa forse è la
ragione per cui alcuni domandano in maniera del tutto indiscreta quali sono le
cause di un handicap. E' un modo per poter razionalizzare e controllare le
angosce che l'incontro con l'handicap può provocare. Non bisogna inoltre
scordare che stiamo vivendo un epoca in cui si tende ad una perfezione corporea,
ad una ricerca del "fitness" che non ha riscontri in altri periodi e
che a volte francamente sembra che sconfini nel delirio. Non mi sembra dunque
così peregrina l'idea che “incontrarsi” con il diverso possa risultare
difficoltoso proprio perché va a scontrarsi non solo su quelle che sono le
proprie problematiche individuali ma anche su stili di vita collettivi che
esaltano sempre di più l'efficienza, il giovanilismo, l'utilitarismo.
In
ultima analisi il disabile,
l'invalido, il portare di handicap o quant'altro lo si voglia chiamare si trova
molto spesso ad affrontare situazioni relazionali, che come quanto esposto, lo
pongono in una condizione di non riconoscimento come individuo e di conseguenza
vada a strutturare un carattere "difensivo" con tutta una serie di
conseguenze sul piano dello sviluppo della personalità.
A
tutti, quindi, disabili e non, resta l'impegno che l'incontro con l'Altro, si
depuri, nei limiti del possibile, delle proprie proiezioni e dei propri
fantasmi, in modo che in una relazione possano emergere quei sentimenti
autentici per mezzo dei quali si possano esprimere quelle qualità profondamente
e tipicamente umane che ci contraddistinguono, e nel riconoscimento e
nell'accettazione dell'alterità può forse scomparire la diversità intesa come
un elemento inquietante e perturbante che porta necessariamente
all'emarginazione e all'isolamento. Procedere su questo indirizzo può
assottigliare (non dico eliminare) quel confine che volenti o nolenti si
frappone fra il mondo dei disabili e quello dei normodotati fino ad arrivare ad
un riconoscimento reciproco dove l'handicap si sfuma e diventa solo una diversità
individuale come può essere il colore degli occhi, la forma del viso e dove lo
sguardo può indulgere senza che questo sia visto come "giudicante" e
ferire l'anima.
Una
delle principali strade per arrivare a questo riconoscimento reciproco può
essere lo sport. E se lo sport può costituire una eccezionale occasione per il
disabile (migliorandone le capacità motorie e sensoriali, favorendo
l’aggregazione ed i rapporti sociali, stimolandolo ad affrontare le difficoltà
constribuendo così alla costruzione o alla ricostruzione della propria identità)
il condividere l’emozione di un sano agonismo, che è una delle più nobili e
radicate espressioni dell’animo umano, può certamente servire a ricucire o a
ridimensionare quella frattura tra “normodotati” e “disabili” che, tropo
speso si considera inguaribile.
Sport,
quindi, come momento di cura, ma anche momento di amicizia, esperienza di festa.
Sport come situazione in cui si sperimenta il confronto con l'altro e con i
propri limiti, si apprende il rispetto delle regole ed il gusto dell'impegno.
Sport come strumento di prevenzione, capace di richiamare l'attenzione delle
persone, di aggregarle, di far acquisire una dimensione non alienante al loro
tempo libero. Sport come attività che reca in sé una carica straordinaria e
affascinante di umanità, di gratuità, di conquista, di coraggio, di pazienza,
diventando avventura che riempie di segni, di obiettivi, di speranza.
L'importanza dello sport per il portatore di handicap
Il
grande movimento sportivo internazionale sviluppatosi in tutti questi anni con
il coinvolgimento di migliaia e migliaia di atleti disabili di tutte le parti
del mondo, compresa l'Italia, ha ampiamente dimostrato che lo sport rappresenta
per il portatore di handicap non solo un mezzo insostituibile di recupero
psicofisico, ma anche uno stimolante mezzo di integrazione sociale.
Per fare sì che un numero sempre maggiore di disabili potesse praticare attività
sportiva è sorta in Italia dall'unificazione delle tre federazioni Fisha, Fics
e Fesi la Fisd, Federazione Italiana Sport Disabili, riconosciuta dal Coni quale
federazione aderente.
Attualmente
in tutte le regioni italiane esistono società sportive affiliate e centri di
avviamento allo sport-terapia per avvicinare i giovani portatori di handicap
alle attività sportivo-agonistiche, nelle diverse discipline (nuoto, atletica
leggera, pallacanestro, scherma, tiro con l'arco, tiro a segno, tennis tavolo, e
molte altre).
Ogni
disciplina sportiva, accortamente adattata ove necessario, ha una sua utilità
per il conseguimento di risultati terapeutici; lo sport consente infatti, nelle
sue diverse tipologie, a quasi tutti i disabili mentali di svolgere, a seconda
delle condizioni in cui si trovano, una qualche attività motoria, dal che può
derivare una migliore conoscenza del proprio corpo, una più corretta concezione
dello spazio e del tempo, un miglioramento dell'equilibrio e della coordinazione
motoria; il tutto non disgiunto da un globale miglioramento psichico.
Lo
sport, oltre che nel campo delle riabilitazioni motorie e funzionali, ha
rilevante importanza soprattutto per quanto concerne il riequilibrio psicologico
del portatore di handicap. Qualsiasi difetto fisico e sensoriale provoca
indubbiamente problemi psicologici e il portatore di handicap è continuamente
sottoposto a frustrazioni e fallimenti soprattutto quando si rende conto delle
proprie limitazioni e quando l'esistenza di barriere architettoniche e
comportamentali lo relegano ai margini delle società.
Le
reazioni alla propria condizione di «inabile» sono molto soggettive e
dipendono da molteplici fattori. Tuttavia molte persone disabili provano
sensazioni simili che vanno da quella iniziale di minaccia per qualcosa di
terribile che lo ha colpito a quella di solitudine e di sfiducia in una
effettiva ripresa. A questi stati d'animo possono spesso aggiungersi sentimenti
di diversità e di inferiorità associati a frustrazione, senso di inadeguatezza
e impossibilità a realizzarsi.
E'
proprio di fronte a questo pericolo che emerge il significato pieno dello sport
inteso come sublimazione dell'impulso vitale, come fattore di affermazione e di
realizzazione di sé, come strumento per dimostrare a se stesso e agli altri le
proprie capacità, per esplicare un'azione positivamente stimolante, in netto
contrasto con le componenti psicologiche negative menzionate.
Lo
sport ha una grande funzione educatrice e di riequilibrio tra corpo e psiche e,
attraverso tutte le implicazioni che ciò comporta, tende a compensare tensioni,
desideri, frustrazioni fino a scaricare, con l'atto agonistico, l'aggressività
che potrebbe altrimenti venire utilizzata verso l'interno, verso se stessi,
accentuando meccanismi difensivi quali autocompassione, autosvalutazione,
isolamento.
Qualsiasi
competizione, anche la più modesta, stimola l'autostima, specialmente in queste
persone che passando dalla situazione di soggetti passivi a quella di soggetti
attivi si sentono coinvolti in eventi dei quali essi stessi sono i veri
protagonisti, ritrovando così nello sport il desiderio di affermarsi, il
piacere di esprimersi, la gioia di competere.
Lo
sport, che è anche gioco, induce a un benefico ritorno all'infanzia e come
tutti i giochi svolge una funzione terapeutica di cui oggi siamo più che mai
certi. Per il suo contenuto ludico lo sport è un mezzo validissimo per curare e
per educare tanto il corpo quanto lo spirito e può essere utilizzato con
successo a coronamento di un programma riabilitativo di tipo tradizionale.
L'aspetto
socializzante dello sport si evidenzia particolarmente nei rapporti
interpersonali, non soltanto attraverso le competizioni ma anche per mezzo
dell'associazionismo, l'appartenenza a una squadra sportiva, la pratica di sport
di gruppo.
Mai
come oggi l'individuo desidera l'incontro con gli altri, è alla ricerca di
rapporti interpersonali continuativi, di scambi di esperienze vissute, di
soluzioni ragionate e confrontate. Nulla più dello sport favorisce soluzioni
del genere.
Per
il disabile lo sport rappresenta il primo, decisivo passo verso l'integrazione
nella società. Lo aiuta a riprendere contatto con il mondo che lo circonda,
facilitandone e accelerandone l'inserimento nella famiglia, nella scuola, nel
lavoro e inducendolo a uscire dal proprio isolamento, a ritrovarsi con gli
altri, ad associarsi, accettando categorie comuni di valori, acquistando il
senso della partecipazione sociale e abituandosi ad assumersi le proprie
responsabilità. L'appartenenza a una squadra sportiva e la pratica di sport di
gruppo favoriscono inoltre l'adozione di ruoli determinati, rafforzando in loro
l'identità personale attraverso la migliore conoscenza degli altri.
Nello
sport di gruppo è determinante l'apporto tecnico, psicologico, educativo che ne
ricevono i componenti: ansia, competitività, vittoria e sconfitta vanno
condivisi nella stessa misura da tutti i giocatori, sviluppando così lo spirito
di solidarietà.
In
alcune discipline sportive i disabili gareggiano insieme con gli altri non
disabili (tiro con l'arco, tennis tavolo, pallanuoto, tiro a segno, e altri).
Questi incontri, oltre a sviluppare migliore comprensione, stimolano spesso
rapporti di amicizia duraturi. Più i portatori di handicap crescono insieme ai
non disabili, più la «diversità» sarà bilateralmente accettata.
Un
altro aspetto positivo è dato dalla partecipazione a competizioni nazionali e
internazionali, che ha rappresentato e rappresenta per i disabili uno sprone per
l'indipendenza fisica e psicologica abituandoli a essere quanto più possibile
autosufficienti.
E'
molto frequente, specie all'estero dove sono state ampiamente superate barriere
architettoniche e sociali, incontrare atleti in carrozzina o portatori di
qualsiasi altra invalidità che, terminate le loro gare sportive o allenamenti,
girano per le strade della città, nei negozi, nei bar e in qualsiasi altro
locale pubblico, vivendo la loro normale vita di atleti, turisti, cittadini,
sottolineando il loro pieno diritto di vivere una vita completamente integrata,
con «gli altri» e come «gli altri», dimostrando che lo sport non è e non
deve essere riservato solo a fisici eccezionali.
Attraverso
la conquista di numerose medaglie vinte in campo olimpico e mondiale il disabile
ha creato nell'opinione pubblica una immagine diversa, insolita: un disabile non
più bisognoso d'assistenza, della pietà e della compassione altrui.
Mi
piace ricordare a tal riguardo un episodio che negli ultimi tempi ha
sottolineato questo concetto conquistandosi le pagine di quotidiani e che ha
visto come protagonista il diciasettenne Mario Muscas una grande promessa del
pattinaggio italiano. Più bravo degli altri ma diverso, poiché afflitto dalla
sindrome di Down. Una diversità che rischiava di precludergli la partecipazione
ai campionati italiani programmati a Giovinazzo (Ba) dall'8 al 17 luglio
prossimi. Ma Mauro Muscas alla fine, grazie soprattutto ad un civile e massiccio
movimento d'opinione che ha visto
persino scendere in campo il Ministro Giovanna Melandri ce l'ha fatta e
contenderà ai suoi avversari “normodotati” le medaglie d'oro agli assoluti
nazionali.
Prof. Giulio Tarro
SPORT
E HANDICAP (terza relazione)
Dalla riabilitazione all’agonismo
Lo
sport è un elemento fondamentale nella vita di tutte le persone, siano esse
disabili o normodotate, è il mezzo che ci permette di capire i valori più
profondi e significativi della vita. I disabili, forse ancora di più che i
normodotati, hanno bisogno dello sport come elemento trainante della loro vita.
Tuttavia questo concetto si sta realizzando lentamente, anche se guardando
indietro nel tempo, ci accorgiamo che molta strada è stata fatta in questo
campo.
La
prima esperienza di sport per handicappati risale al 1948, quando in Gran
Bretagna, e più precisamente al Centro di Stoke Mandeville, Sir Ludwing Guttman introduce il tiro con l'arco come attività
sportiva per paraplegici. Qualche anno dopo in Italia, presso il Centro
Paraplegici di Ostia, iniziano le prime esperienze del settore coordinate dal
dottore Antonio Maglio, che può, quindi, essere considerato il fondatore dello
sport per handicappati nel nostro Paese. Merito del dottore Antonio Maglio è
l’identificazione di un nuovo ruolo dello sport per l’handicappato. Fino ad
allora, infatti, l’attività fisica era stata legata al problema
dell’handicap come mero momento di riabilitazione o di terapia. Con la
identificazione, invece, di discipline sportive destinate ad essere praticate da
handicappati, viene rivalutato il concetto di agonismo visto come un momento
eccezionale per il recupero del disabile, come mezzo di rivalsa e di riscatto
sociale.
Per
ogni individuo la pratica dello sport ha un significato di “salute”, inteso
per alcuni come mantenimento del proprio stato di benessere psicofisico, per
altri ancora di raggiungimento e superamento dei propri limiti con conseguente
sensazione di soddisfazione e per altri ancora di rivincita e di gare continua
con se stessi e con gli altri. Probabilmente ci sono ancora mille altri motivi
per i quali ognuno tende a praticare un’attività sportiva. Anche quelli
dell’aggregazione, del condividere con altri le difficoltà e i successi, così
come quelli di divertimento e di riavvicinamento alla natura. Per le persone
normodotate le valenze dello sport sono innumerevoli e si estrinsecano ad ogni
età: per i giovanissimi, che apprendono delle capacità motorie, imparano ad
essere più sicuri e più sciolti; per i giovani, che, potendo eseguire delle
scelte sportive, si misurano con le proprie abilità affrontando esperienze di
diverso tipo; per gli adulti, che mantengono una certa elasticità fisica, una
discreta forza muscolare liberandosi dallo stress quotidiano; per gli anziani,
che, nello svolgere attività più mirate ed armoniose, prevengono inutili
limitazioni articolari e muscolari, oltre ad essere un importante momento di
socializzazione. L’attività sportiva dovrebbe quindi trovare un giusto spazio
in ogni fase della vita e dovrebbe soprattutto far parte di un modello culturale
rivolto più alla conoscenza del proprio corpo e delle proprie capacità,
piuttosto che riferito a modelli irraggiungibili d’idoli sportivi da emulare a
tutti i costi rischiando così gravi danni motori e disabilità,.
Questo,
tra l’altro, significa che deve essere posta maggiore attenzione
all’insegnamento della attività ginnico-sportiva, cominciando ad insegnarla
nell’età scolastica in modo serio. Tutte le attività dovrebbero essere
potenziate rispetto al modo in cui sono svolte, puntando ad un’educazione
motoria come momento di scoperta del proprio corpo ed al benessere psicofisico
che ne deriva e bisognerebbe riuscire ad instaurare un giusto grado di
competitività che non sia sinonimo di vincita, di sopraffazione sugli altri e
di superamento dei limiti di sicurezza, di prevenzione e di soddisfazione
personale. E’ quindi necessario un radicale cambiamento culturale che deve
intervenire per migliorare l’esecuzione della pratica sportiva. Ed è
all’interno di questo cambiamento culturale che si colloca l’attività
sportiva per le persone disabili.
Se
sosteniamo che lo sport è salute per tutti gli individui, ciò significa che lo
è anche per le persone che hanno diverse disabilità: motorie, sensoriali e
psichiche. Verrebbe da dire “a maggior ragione” è salute per tutte quelle
persone che, avendo dei limiti di diverso tipo e natura, necessitano di tutta
una serie di attenzioni che consenta loro non solo di applicare una disciplina
sportiva, ma anche di migliorare le proprie condizioni fisiche e sociali. Ecco
che diventa indispensabile parlare in modo particolare di sport per le persone
disabili, suddividendo l’argomento in due parti: la sport-terapia e lo sport
come attività agonistica. In entrambi i casi va chiarito che non si tratta di
attuare delle terapie sul genere di quelle di mantenimento (ancora molto in uso
oggi), ma di avviare in modo serio e finalizzato, secondo il tipo di disabilità,
alla pratica sportiva ogni persona con qualsiasi tipo di disabilità.
La
sport-terapia ha due momenti diversi: l’inserimento dell’attività
all’interno di protocolli riabilitativi e l’avviamento allo sport e alla
ginnastica sportiva in palestre. La sport-terapia trova spazio all’interno di
diversi protocolli riabilitativi per diverse persone con disabilità da
qualunque causa perché ha degli scopi ben precisi quali migliorare le capacità
motorie o di movimento; migliorare le capacità sensoriali; migliorare il gesto
fisico; migliorare la coordinazione dei movimenti; favorire l’aggregazione ed
i rapporti sociali; stimolare la persona ad affrontare le difficoltà;
contribuire alla costruzione o alla ricostruzione della propria identità.
Generalmente le discipline che possono essere utilizzate nella sport-terapia
sono: corsa e ginkana, nuoto, palla, pallacanestro, pallavolo, tennis-tavolo,
birilli e bocce, tiro con l’arco, hockey, ippica. Discipline praticate in
piedi o seduti in carrozzina secondo le difficoltà presenti di tipo motorio.
Per ognuna di queste discipline sportive si possono individuare alcune serie di
esercizi preparatori o comunque esercizi di base che consentono di realizzare
gli scopi di cui sopra e di ottenere quindi un miglioramento generale
nell’esecuzione dei movimenti. Si tratta quindi di sfruttare degli esercizi
che favoriscono delle capacità, non di insegnare una pratica sportiva, seppur
si tratti di esercizi sportivi, generalmente più finalizzati e più stimolanti
per l’utente che li deve praticare.
Gli
obbiettivi che si prefigge la sport-terapia come avviamento allo sport sono
simili a quelli presentati nel punto precedente per quanto riguarda l’attività
riabilitativa. La differenza sta nel fatto che in questo caso le persone
scelgono l’attività sportiva per motivi diversi: per migliorarsi, per stare
con gli altri, per svolgere della ginnastica, per seguire un proprio bisogno di
competitività ecc. Quindi la differenza tra il primo ed il secondo punto è che
nel primo si tratta di un impostazione terapeutica del lavoro riabilitativo,
mentre nel secondo punto vi è sicuramente un’attenzione riabilitativa, ma già
finalizzata allo svolgimento di una pratica sportiva.
Molte
sono oggi le persone disabili che vogliono praticare sport in senso agonistico e
molte sono le società sportive che sono nate spontaneamente per garantire la
pratica dello sport. Purtroppo gli spazi, le risorse economiche e di personale
non crescono in parallelo alla richiesta di fare sport da parte delle persone
disabili. Il fatto stesso che le società sportive si basino sulla disponibilità
e sulla buona volontà delle persone non è sicuramente garanzia di continuità
e di evoluzione della pratica sportiva.
L'importanza
di incrementare l'attività sportiva per le persone disabili ha diversi
significati: la realizzazione di un'attività salutare e positiva anche per gli
aspetti di aggregazione sociale e per le nuove esperienze che si è chiamati a
compiere; il raggiungimento di risultati agonistici, che ricompensano di tutta
la fatica fisica e psichica (si pensi alla tensione prima di una gara) e di
tutte le difficoltà affrontate; l'affermazione dello sport per le persone
disabili non più ritenuto come qualcosa di terapeutico o di particolare data la
condizione, ma con un completo riconoscimento dell'attività sportiva ed
agonistica.
Sport e handicap in Italia
A
livello internazionale, il punto di partenza dell’ingresso “ufficiale” dei
disabili nel mondo dello sport si ha nel 1956 quando il CIO (Comitato Olimpico
Internazionale) riconosce i Giochi per Paraplegici. Nel nostro paese, al di là
di sporadiche iniziative, (fin dagli anni '30, negli Istituti per minorati
fisici si iniziò la pratica dello sport per non vedenti e ipovedenti) le
organizzazioni che per prime si sono occupate dello sport per i disabili sono
l'INAIL (Istituto Nazionale Assistenza Infortuni sul Lavoro) e la FSSI
(Federazione Sportiva Silenziosi Italiani). Nel 1960 si tenne a Roma la prima
edizione sperimentale dei Giochi Paralimpici; parteciparono solo atleti
paraplegici e le gare si disputarono dopo l'edizione dei Giochi Olimpici. Questa
iniziativa fece da battistrada ad altre, molto più incisive. Nel 1969 si
costituisce il Gruppo Sportivo Non Vedenti, Nel 1974 si costituisce l'ANSPI
(Associazione Nazionale per lo Sport dei Paraplegici Italiani), prima
federazione sportiva italiana ad essere riconosciuta a livello internazionale ed
affiliata all' ISMGF (International Stoke Mandeville Games Federation) ed all'ISOD
(International Sport Organizzation for the Disabled) e, nel 1978, affiliata al
CONI.. Nel 1980 viene fondata la FISHA (Federazione Italiana Sport Handicappati)
con l'intento di riunire tutte le Federazioni che si occupano dello sport per
handicappati. (rimangono fuori dalla FISHA la FSSI (Federazione Sportiva
Silensiosi Italiani) e la FICS (Federazione Italiana Ciechi Sportivi), le quali
continuano ad operare autonomamente). Nel 1981 il CONI fonda la FISD
(Federazione Italiana Sport Disabili). Da allora nel nostro Paese le iniziativa
atte a promuovere lo sport tra i disabili non si contano più. Limitiamoci,
quindi ad accennare agli eventi più significativi.
Nel
1982, la brillante partecipazione della delegazione italiana ai Campionati
Mondiali di atletica leggera e nuoto tenutisi, dal 14 al 20 agosto, a Goteborg
viene immortalata sugli schermi televisivi, suscitando quindi il primo
interessamento di massa, da parte delle immense platee sportive, ad una attività
che fino ad allora era stata velata sostanzialmente dal pietismo e vissuta dagli
spettatori quasi con imbarazzo. Stesso successo di pubblico (e, quindi, primo
interessamento degli sponsor) nel 1984 ai Giochi Paralimpici invernali tenutisi
nel 1984 a Innsbruck (Austria), così pure nel 1987 per i Giochi Internazionali
per non vedenti, cerebrolesi, amputati, paraplegici tenutisi a Parigi (4/14
luglio). Nel 1990 (11 novembre) si costituisce la FISD (Federazione Italiana
Sport Disabili), quale unica rappresentante per i disabili sportivi nel CONI.
che comprende circa 38 attività sportive ognuna con una propria autonomia e
organizzazione all'interno della Federazione.
Senza
avere la pretesa di stilare un esaustivo elenco, ci piace, comunque, menzionare
alcuni atleti handicappati che hanno dato lustro allo sport italiano. Intanto,
Lina Franzese, una ragazza amputata ad entrambe le braccia che, alle Olimpiadi
canadesi di Toronto, conquista tre ori nella corsa. Giova ricordare che, a
quell'edizione, partecipano oltre millecinquecento atleti di tutto il mondo.
Lina è l'unica portatrice di un handicap così grave che, è bene ricordarlo,
in una disciplina come quella della velocità, è particolarmente svantaggioso.
Eppure non si perde d'animo. L'allenatore della Franzese è il prof. Antonio
Vernole che le imposta il ritmo passo dopo passo e sulle varie distanze. E
proprio Vernole diventerà un personaggio fondamentale per lo sport per disabili
italiano visto che, anni dopo, assumerà la carica di presidente della FISD. Una
nota particolare merita Duccio Piras, per anni tecnico al Centro Sport per
Disabili Santa Lucia, che passa poi in seno alla Federazione, dove crea un
funzionale settore arbitrale nel basket in carrozzina. Ma prima ancora di Lina
Franzese, altri atleti conquistano record in tutto il mondo. E' il caso di
Giovanni Pische, diventato in seguito primo presidente dell'ANSPI. Ed è Gianni
Minà, in un suo articolo sul Corriere dello Sport dell'agosto del '73, ad
interessarsi, attraverso Pische, di questo settore all'epoca ancora lontano
dalle pagine dei quotidiani. Ma meritano una menzione Roberto Sica, numerose
volte recordman nel nuoto; Roberto Valori, ragazzo focomelico; Pierino
Scarsella, schermitore tra i più medagliati; Carlo Iannucci, giocatore di
basket, che Minà, in quell'articolo, già ventiquattro anni fa definisce
"...speranza dello sport per portatori di handicap".
Per una definizione di Handicap
Una
riflessione sul rapporto tra handicap e sport necessita di un, se pur sintetico,
accenno al concetto di handicap. Le parole sono strumenti delicati, magici,
potenti e possono divenire pericolose soprattutto quando il loro uso impreciso
ed equivoco costituisce lo specchio di un temuto riferimento a fenomeni che
nella mentalità comune esprimono la “diversità” che si vuole esorcizzare.
Tutto questo risulta ancora più vero se si affronta la storia legata alla
parola handicap, una storia fatta di frammenti staccati, tanti quanti sono
coloro che l'hanno incontrata.
L'espressione
handicap indica una fenomenologia molto vasta i cui confini sono incerti; è
tuttavia possibile riuscire a rintracciare una correlazione tra una visione
dominante, tra Weltanschauung prevalente in un determinato periodo storico e
caratterizzazioni, attribuzioni simboliche, significati della parola handicap.
L'universo che ruota attorno alla parola è tale perché coloro che condividono
lo stesso ambiente sociale vivono e pensano una certa vita, hanno cioè un
determinato modo di vivere e di pensare: handicap, handicappato, quindi, come
referente simbolico che occupa una posizione chiave nel tessuto culturale del
tempo e diventa indicatore delle idee cardine della società che lo utilizza.
Ripercorrendo
brevemente la storia dell'uomo, ritroviamo l'handicap quale risultato di una
maledizione divina o come invasamento del demonio, così come ci viene proposto
in modo ricorrente dal Vecchio Testamento in cui anche la lebbra è ricordata
come castigo inflitto da Dio.
Ancora, nel Medioevo i folli, gli storpi, i ciechi, gli stolti, i reietti
diventano fenomeno sociale e non sono sottoposti al meccanismo della esclusione
dal momento che assumono una loro precisa funzione nel processo della convivenza
medioevale: il mistero e il religioso di cui era intrisa la società medioevale
arricchiva le carenze della natura di significati metafisici, simbolici.
Ma
ben presto, sotto la spinta di imperativi di funzionalità dettati dalla
trasformazione del processo produttivo, le valenze positive di cui l'handicap
era stato caricato vengono meno e il disgraziato fisico, il folle sono sempre più
spesso accostati, accomunati al povero e tutti insieme considerati elemento di
colpevole disordine. Fra gli handicap entra a pieno titolo, assieme alla follia
e ai difetti fisici, la povertà: i miserabili saranno assistiti, ma
l'assistenza diventa un antidoto al disordine, che nel ricondurre tutto nei
limiti di un ordine socialmente accettabile finisce con l'alimentare l'uso
dell'internamento, con il circoscrivere, nascondere. Gli handicappati, quindi,
diventano buoni o cattivi a seconda della buona o cattiva grazia con cui
accettano l'internamento e le direttive delle istituzioni laiche o religiose
preposte al loro “aiuto”.
Man
mano che si passa dal XVIII al XIX secolo, si procede in un processo di
spoliazione dei significati che avevano fatto sì che gli handicappati
rappresentassero una componente della dialettica etico-religiosa e si fanno
strada criteri più “sofisticati” che selezionano la diversità ammassata e
internata negli spazi ad essa deputati. La valorizzazione della forza lavoro
come investimento produttivo porta a una distinzione che è ancora oggi presente
nella mentalità del nostro tempo. L'internamento viene considerato con minore
favore soprattutto per i disoccupati e costituisce l'ultima possibilità anche
per il malato indigente e per l'handicappato che sarà assistito in famiglia. Da
questo momento, grazie anche ai progressi della scienza e ai successi della
medicina, la correlazione tra handicap e malattia come dato biologico e naturale
è automatica, con tutto il suo rosario di vergogne, paure, inganni, divisioni,
esclusioni.
Da
questo rapidissimo tuffo nella storia dell'handicap emerge il motivo per cui
diventa necessaria e strategica una definizione di un concetto così largamente
aspecifico e riassuntivo di difetti fisici, psichici e sensoriali, al fine di
cercare una maggiore chiarezza in un groviglio di problemi dominati da una
attitudine sociale alla generalizzazione, alla enfatizzazione e alla confusione.
Far
ricorso a eufemismi, a circonlocuzioni, a termini più sfumati che non alludono
al difetto, che addolciscono il danno, se da un lato aiuta a superare antichi
pregiudizi culturali o perlomeno a rimuoverli, dall'altro attenua, confonde e
talvolta cancella la funzione di segnale esplicito e non eludibile che una
definizione deve in se stessa riassumere e saper evidenziare ogni qualvolta la
si adoperi.
Non
per il gusto di un semplice esercizio semantico, la questione terminologica, in
questo terreno irto di difficoltà, si è rivelata di importanza fondamentale
dal momento che una riflessione attenta su cosa si intende comunemente per
handicap avrebbe potuto evitare le storture e le ingiustificate disparità che
si sono venute a creare e che sono ancora presenti nel sistema di leggi e
provvidenze in favore dei soggetti disabili. E' interessante rintracciare
innanzitutto l'etimologia del termine handicap e i molteplici significati
assunti nel tempo.
Il
vocabolo è di origine irlandese. I mercanti di cavalli usavano mettere il loro
denaro nel berretto. Per loro mettere la mano nel berretto (hand in cap) voleva
dire: mercato concluso. Questa "mano nel berretto" è divenuto in
seguito un gioco d'azzardo. Sui campi da corsa, durante i momenti vuoti, tre
giocatori mettevano in un berretto ciascuno una somma uguale, si tirava a sorte
e chi vinceva portava via tutto. Questo secondo significato, citato tanto da
Pierre Larousse che da Emile Littré (Dictionnaire de la langue francáise,
1877), viene dato come etimologia del vocabolo.
Il
terzo significato riguarda le corse di cavalli e si passa dal secondo al terzo
per il fatto di avere uguali probabilità di vittoria. Littré scrive:
"Tipo di corse in cui la distanza e i pesi non sono indicati se non dopo
l'entrata". L'handicap ha come finalità quella di pareggiare le probabilità
dei concorrenti, equilibrando i pesi in modo che il cavallo peggiore abbia tante
probabilità di vincere la corsa quante il migliore. Pierre Larousse (1873)
racconta di una corsa dove gli handicap erano così ben calcolati che i cavalli
hanno corso per ben quattro volte senza riuscire a distanziarsi. Di fronte alla
fatica dei cavalli, i proprietari si misero d'accordo per stabilire un vincitore
e tale fu dichiarato il concorrente più handicappato, cioè il più
appesantito. Con questo terzo significato il vocabolo handicap è impiegato
anche nel caso delle corse ciclistiche. Dopo il "mercato concluso", il
gioco d'azzardo e la corsa dei cavalli, esiste un quarto significato del
vocabolo handicap, che riguarda uno sport sconosciuto sia a Larousse sia a Littré:
il golf, sviluppatosi a livello internazionale soltanto nel XX secolo. Nel golf
i differenti modi di calcolo dell'handicap hanno tutti come scopo ultimo quello
di neutralizzare i fattori legati alla situazione, in modo da caratterizzare
ogni giocatore attraverso un numero di colpi fisso per tutti i percorsi
effettuati in un certo periodo di tempo.La neutralizzazione della situazione
avviene attraverso calcoli di medie e non vi è mai un "handicappatore"
incaricato di fissare gli handicap prima di una particolare competizione.
L'handicap è quindi conosciuto prima dell'inizio della gara per cui è
necessario considerare in modo autonomo questo quarto uso del vocabolo handicap.
Con il quarto significato il vocabolo handicap viene impiegato anche per le
corse nautiche (stazza di corsa o rating). Se osserviamo con uno sguardo
d'insieme tutti e quattro i significati del termine handicap, troviamo prima il
denaro, poi la parità di probabilità attraverso il tirare a sorte, quindi la
parità di probabilità attraverso una differenza quantificabile (pesi,
distanza, numero dei colpi). Dobbiamo infine constatare l'assenza di handicap
negli sport di squadra. L'handicap è quindi fondamentalmente individualista.
Così per lungo tempo il termine handicappato ha evocato una situazione che
viene riferita unicamente al soggetto: handicap, handicappato, portatore di
handicap assumono, spesso anche nei documenti ufficiali, distorsioni concettuali
che hanno indotto l'uso scorretto di questa parola favorendo le premesse di
concetti, di atteggiamenti ostili, di comportamenti errati, quali ad esempio la
medicalizzazione di un problema squisitamente relazionale e pedagogico o ancora
l'automatismo del far coincidere l'handicappato con il disabile, l'invalidità
con l'handicap.
Parlando
di handicap non dovremo dimenticare il significato originario del termine che
porta all'annullamento dell'handicap stesso nel senso di indirizzare le energie
per ristabilire le pari opportunità, dare a ognuno le stesse chance. Assumere
tale posizione vuol dire innanzitutto considerare l'handicap non riferibile
unicamente alla persona, quanto piuttosto a una relazione, a una situazione
nelle quali vi è un dislivello spesso insuperabile tra domanda di prestazione e
capacità di risposta. Questo vuol dire pensare l'handicap come risultante
dinamica tra i condizionamenti psicofisici e le contraddizioni sociali. Da una
minorazione non necessariamente deriva l'handicap; dalla minorazione può
derivare disabilità che tuttavia non è in se stessa fonte di handicap.
Soltanto quando la persona con minorazione e/o disabilità si trova in una
situazione relazionale o in una situazione in cui la richiesta di prestazioni è
tale per cui non è possibile dare risposta si viene a creare una condizione di
handicap. Eppure il concetto che vede nell'handicap una realtà dinamica, in
movimento non è immediata perché il pregiudizio della immodificabilità, la
concezione che vede nell'handicap una realtà fissa, caratterizzata dalla
immutabilità sono duri a morire.
Per
cercare di ovviare a questo problema l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms)
ha messo a punto una classificazione internazionale, l'International
Classification of Impairments, Disabilities and Handicaps (ICIDH), basata su tre
fattori tra loro interagenti e interdipendenti: la menomazione, la disabilità e
lo svantaggio. Questa triplice articolazione mira a rendere definibili
separatamente, ma in modo coordinato e in forma consequenziale, gli aspetti che
di norma ricorrono in un processo invalidante e precisamente: - la menomazione,
come danno organico e/o funzionale; - la disabilità, come perdita di capacità
operativa subentrata nella persona a causa della o delle menomazioni; - lo
svantaggio, al quale soltanto potrebbe a rigore applicarsi il termine inglese di
handicap come difficoltà che il menomato e/o il disabile subisce nel confronto
esistenziale con gli altri e nella realizzazione del ruolo sociale cui, in stato
di normalità, avrebbe ragione di aspirare.
Questa
classificazione dell'Oms sulle conseguenze delle malattie vuole essere
soprattutto uno strumento culturale e operativo volto a promuovere un valido
riscontro e una accettabile registrazione delle menomazioni e dei conseguenti
stati di disabilità e di svantaggio esistenziale. Rivolgere l'attenzione alle
conseguenze delle patologie e sulle loro interdipendenze consente di sgombrare
il campo dal vecchio armamentario clinico per focalizzarsi sul recupero mirato e
individuale delle potenzialità esistenti sia a livello di menomazioni sia,
soprattutto, di disabilità e handicap. E' nota, inoltre, la necessità di
disporre non solo di adeguati dati statistici sul fenomeno per una corretta
valutazione dei bisogni a livello sociosanitario e per la programmazione di
interventi realmente efficaci, ma anche, se non soprattutto, di rilevazioni
capaci di andare al di là di una semplice oggettivazione fondata sulle
rilevazioni biomediche.
L’Handicap in Italia
In
Italia il fenomeno handicap sfugge a una precisa quantificazione dal momento che
non esistono rilevazioni generali e sistematiche sul numero, sulle cause e la
distribuzione territoriale dei disabili. Quello che si può trovare è una vasta
documentazione descrittiva sui disabili segmentati in una molteplicità di
gruppi distinti, oppure informazioni inerenti l'offerta di prestazioni
economiche (assistenziali o previdenziali) connesse all'appartenenza degli
assistiti a una delle numerose categorie giuridiche in cui si frammenta il mondo
della “invalidità tutelata”: ad esempio il gruppo dei civili divenuti tali
per malattie, congenite o acquisite, per traumi non derivanti da causa di
guerra, di lavoro o di servizio, ciechi o sordomuti (oltre 240 patologie) e
quelli derivanti per causa di guerra, lavoro, servizio. Inoltre, i dati di cui
disponiamo provengono da fonti diverse ed, essendo ottenuti con metodologie
diverse, non consentono comparazioni; si hanno infatti dati riferiti a
situazioni circoscritte, a isolate esperienze conoscitive condotte a livello
regionale, locale, che pertanto non permettono una ricomposizione a livello
nazionale.
A
queste situazioni non proprio favorevoli c'è da aggiungere che, tra le fonti di
equivocità dei dati esistenti, vi è anche la diversa definizione e
comprensione del termine-concetto handicap utilizzato nelle indagini: non
esistendo consenso unanime sulla espressione “handicap”, questa ha assunto
significati diversi a seconda dell'impostazione concettuale con la quale di
volta in volta si è affrontato il problema.
Eppure,
poter disporre di adeguati dati statistici sul fenomeno è condizione
indispensabile per una corretta valutazione dei fabbisogni a livello
sociosanitario e per una programmazione di interventi razionali ed efficaci. Una
quantificazione consentirebbe anche l'approfondimento sul piano epidemiologico,
la realizzazione di una mappa dei rischi divisi per territorio, per tipologie
con una destinazione delle risorse finanziarie più mirata e oculata anche in
rapporto alla gravità delle patologie e alle condizioni socioeconomiche del
territorio. C'è da augurarsi che anche nel settore dell'handicap si verifichi
quanto si sta realizzando in seno al vasto e importante "Progetto
finalizzato invecchiamento" del Consiglio nazionale delle ricerche che
prevede, tra l'altro, uno studio epidemiologico longitudinale esteso a tutto il
territorio nazionale su un campione di 6.000 soggetti ultrasessantacinquenni sul
quale ci soffermeremo in seguito.
E'
solo attraverso serie analisi epidemiologiche che si può pensare alla
organizzazione e distribuzione dei servizi sanitari, alla identificazione delle
aree di intervento più importanti e alle strategie per attuare una reale
politica di prevenzione dell'handicap: qualsiasi discorso sulla prevenzione,
soprattutto a livello prenatale e perinatale, deve basarsi su dati
epidemiologici.
A
partire dal 1980 l'Istituto nazionale di statistica ha predisposto una prima
indagine speciale sulle condizioni di salute della popolazione e sul ricorso ai
servizi sanitari. A distanza di un triennio si è aggiunta una seconda
rilevazione (1983) a cui hanno fatto seguito una terza indagine nel periodo
1986-87 e l'ultima che risale al 1990. Le rilevazioni si basano su campioni
rappresentativi della popolazione italiana e, mentre nelle indagini degli anni
1980 e 1983 l'unità di riferimento era costituita dalla famiglia anagrafica, le
ultime due rilevazioni assumono come unità di rilevazione la famiglia di fatto,
ossia la famiglia composta da coloro che vivono abitualmente nella stessa
abitazione e sono legati da vincoli di parentela, affinità o amicizia.
Tabella 1
Persone che hanno dichiarato una
invalidità permanente negli anni 1980, 1983, 1986-87 e 1990
Valori in migliaia e quozienti per 1.000 abitanti (a)
|
Tipi
di invalidità |
1980 |
1983 |
1986-87 |
1990 |
||||
|
V.A. |
Quoz. |
V.A. |
Quoz. |
V.A. |
Quoz. |
V.A. |
Quoz. |
|
|
Cecità |
183 |
3,2 |
276 |
4,9 |
256 |
4,1 |
369 |
6,3 |
|
Sordomutismo |
80 |
1,4 |
55 |
1,0 |
30 |
0,6 |
45 |
0,8 |
|
Sordità (b) |
- |
- |
- |
- |
315 |
5,9 |
590 |
10,2 |
|
Insufficienza mentale |
146 |
2,6 |
209 |
3,7 |
180 |
2,9 |
309 |
5,4 |
|
Invalidità motoria |
683 |
12,6 |
842 |
14,8 |
798 |
14,5 |
894 |
15,5
|
(a) Si precisa che una
stessa persona può aver dichiarato più di una invalidità.
(b) La sordità è stata rilevata come tale a partire dall'indagine 1986-87.
Fonte: Istat.
Tabella 2
Invalidità permanenti per regioni di
residenza delle persone invalide
Composizione percentuale
|
Regioni |
Cecità |
Sordomutismo |
Sordità |
Ins.
mentale |
Inv.
motoria |
Tot. |
|
Piemonte |
12,0 |
0,0 |
24,8 |
15,4 |
47,9 |
100,0 |
|
Valle d'Aosta |
16,7 |
0,0 |
16,7 |
16,7 |
50,0 |
100,0 |
|
Lombardia |
15,3 |
2,4 |
28,5 |
12,9 |
40,9 |
100,0 |
|
Trentino A.A. |
12,0 |
0,0 |
20,0 |
16,0 |
52,0 |
100,0 |
|
Bolzano |
16,7 |
0,0 |
25,0 |
8,3 |
50,0 |
100,0 |
|
Trento |
7,7 |
0,0 |
15,4 |
23,1 |
53,8 |
100,0 |
|
Veneto |
15,1 |
0,6 |
27,9 |
16,4 |
40,0 |
100,0 |
|
Friuli V.G. |
10,6 |
2,1 |
36,2 |
8,5 |
42,6 |
100,0 |
|
Liguria |
15,7 |
2,8 |
30,0 |
8,6 |
42,9 |
100,0 |
|
Emilia Romagna |
10,8 |
0,6 |
32,3 |
12,0 |
44,3 |
100,0 |
|
Toscana |
10,9 |
0,9 |
27,6 |
14,5 |
46,1 |
100,0 |
|
Umbria |
18,2 |
0,0 |
32,7 |
10,9 |
38,2 |
100,0 |
|
Marche |
7,9 |
3,2 |
23,8 |
15,9 |
49,2 |
100,0 |
|
Lazio |
20,9 |
2,8 |
26,9 |
11,5 |
37,9 |
100,0 |
|
Abruzzo |
24,6 |
0,0 |
22,8 |
14,0 |
38,6 |
100,0 |
|
Molise |
20,0 |
0,0 |
20,0 |
13,3 |
46,7 |
100,0 |
|
Campania |
15,7 |
5,2 |
22,9 |
17,0 |
39,2 |
100,0 |
|
Puglia |
17,5 |
2,4 |
27,8 |
15,1 |
37,3 |
100,0 |
|
Basilicata |
28,6 |
7,1 |
28,6 |
14,3 |
21,4 |
100,0 |
|
Calabria |
9,2 |
1,5 |
33,9 |
13,9 |
41,5 |
100,0 |
|
Sicilia |
26,7 |
4,1 |
18,6 |
15,8 |
34,8 |
100,0 |
|
Sardegna |
31,6 |
0,0 |
22,8 |
15,2 |
30,4 |
100,0 |
|
Totale |
16,7 |
2,0 |
26,7 |
14,0 |
40,6 |
100,0 |
|
Nord-Ovest |
14,6 |
1,9 |
27,8 |
12,9 |
42,8 |
100,0 |
|
Nord-Est |
12,6 |
0,7 |
30,2 |
13,6 |
42,8 |
100,0 |
|
Centro |
14,8 |
1,7 |
27,5 |
13,2 |
42,8 |
100,0 |
|
Sud |
17,3 |
3,2 |
26,1 |
15,3 |
38,1 |
100,0 |
|
Isole |
28,0 |
3,0 |
19,7 |
15,7 |
33,7 |
100,0 |
Fonte: Istat, Indagine
statistica multiscopo sulle famiglie (quarto ciclo - giugno/novembre 1990).
Tabella 3
Invalidità permanenti per regioni di
residenza delle persone invalide
Quozienti per 1.000 abitanti
|
Regioni |
Cecità |
Sordomutismo |
Sordità |
Ins.
mentale |
Inv.
motoria |
Tot. |
|
Piemonte |
3,2 |
0,0 |
6,7 |
4,1 |
12,9 |
26,9 |
|
Valle d'Aosta |
8,6 |
0,0 |
8,6 |
8,6 |
25,9 |
51,7 |
|
Lombardia |
5,8 |
0,9 |
10,9 |
4,9 |
15,6 |
38,1 |
|
Trentino A.A. |
3,4 |
0,0 |
5,6 |
4,5 |
14,6 |
28,1 |
|
Veneto |
5,7 |
0,2 |
10,5 |
6,1 |
15,0 |
37,5 |
|
Friuli V.G. |
4,2 |
0,8 |
14,2 |
3,3 |
16,6 |
39,1 |
|
Liguria |
6,4 |
1,2 |
12,2 |
3,5 |
17,4 |
40,7 |
|
Emilia Romagna |
4,6 |
0,3 |
13,7 |
5,1 |
18,8 |
42,5 |
|
Toscana |
6,7 |
0,6 |
17,1 |
9,0 |
28,6 |
62,0 |
|
Umbria |
12,1 |
0,0 |
21,9 |
7,3 |
25,5 |
66,8 |
|
Marche |
3,5 |
1,4 |
10,4 |
7,0 |
21,6 |
43,9 |
|
Lazio |
7,3 |
1,0 |
9,4 |
4,1 |
13,3 |
35,1 |
|
Abruzzo |
11,0 |
0,0 |
10,2 |
6,3 |
17,3 |
44,8 |
|
Molise |
8,9 |
0,0 |
8,9 |
6,0 |
20,8 |
44,6 |
|
Campania |
4,1 |
1,4 |
6,0 |
4,4 |
10,2 |
26,1 |
|
Puglia |
5,4 |
0,7 |
8,6 |
4,7 |
11,5 |
30,9 |
|
Basilicata |
12,8 |
3,2 |
12,8 |
6,4 |
9,6 |
44,8 |
|
Calabria |
2,8 |
0,5 |
10,2 |
4,2 |
12,5 |
30,2 |
|
Sicilia |
11,4 |
1,7 |
7,9 |
6,7 |
14,8 |
42,5 |
|
Sardegna |
15,0 |
0,0 |
10,8 |
7,2 |
14,4 |
47,4 |
|
Italia |
6,4 |
0,8 |
10,2 |
5,3 |
15,5 |
38,2 |
Fonte: elaborazione
Eurispes su dati Istat, 1990.
Tabella 4
Popolazione per condizione di invalidità
e sesso
Anno 1990 - Valori in migliaia
|
Sesso |
Cecità |
Sordomutismo |
Sordità |
Insuff.
mentale |
Inv.
motoria |
|||||
|
V.A. |
% |
V.A. |
% |
V.A. |
% |
V.A. |
% |
V.A. |
% |
|
|
Maschi |
149 |
40,5 |
21 |
46,7 |
285 |
48,3 |
145 |
46,9 |
407 |
45,5 |
|
Femmine |
219 |
59,5 |
24 |
53,3 |
305 |
51,7 |
164 |
53,1 |
487 |
54,5 |
|
Totale |
368 |
100,0 |
45 |
100,0 |
590 |
100,0 |
309 |
100,0 |
894 |
100,0 |
Fonte: Istat.
Tabella 5
Invalidità permanenti per classe di età
Anno 1990 - Composizione percentuale
|
Classi
di età |
Cecità |
Sordomutismo |
Sordità |
Insuff.
mentale |
Invalidità
motoria |
Tot. |
|
0-13 |
2,2 |
6,7 |
0,3 |
5,8 |
2,8 |
2,5 |
|
14-24 |
6,0 |
8,9 |
2,5 |
10,1 |
3,4 |
4,6 |
|
25-44 |
7,0 |
24,4 |
5,3 |
15,3 |
9,5 |
9,1 |
|
45-64 |
23,6 |
31,1 |
23,6 |
23,1 |
25,2 |
24,3 |
|
65-74 |
21,7 |
6,7 |
19,8 |
11,0 |
20,6 |
19,0 |
|
75 e oltre |
39,6 |
22,2 |
48,5 |
34,7 |
38,5 |
40,5 |
|
Totale |
100,0 |
100,0 |
100,0 |
100,0 |
100,0 |
100,0 |
Fonte: Istat.
L'indagine
più recente è stata realizzata dall’ISTAT su un campione di 25.878 famiglie,
con 65.264 persone intervistate in 1.132 comuni. Dal punto di vista della
modalità di rilevazione le notizie vengono raccolte per intervista a domicilio
della famiglia campione. Tali notizie fanno riferimento a dati complessivi sulla
famiglia e a quei dati individuali che possono essere ritenuti a conoscenza di
tutti i componenti familiari adulti (e senza problemi di comprensione dovuti a
età elevata o ridotta capacità psichica). Nell'ambito della disabilità il
rilievo di queste indagini è legato al fatto che è possibile rilevare il
fenomeno dell'invalidità nel quadro dello stato di salute complessivo della
popolazione italiana e più precisamente delle "invalidità
permanenti": cecità, sordomutismo, sordità, insufficienza mentale,
invalidità motoria.
Da
questa indagine è scaturita la stima presuntiva netta di circa 2 milioni di
persone invalide (incidenza media di circa il 9% di invalidità plurime) con un
aumento significativo nell'ultima indagine delle forme di invalidità permanente
(nel 1986 stima pari a 1.400.000 persone). Come si vede, si tratta di una realtà
estremamente rilevante e che meriterebbero iniziative più estese e incisive di
quelle che finora sono state messe in atto e che, anzi rischiano di essere
ridimensionate o, addirittura, soppresse sulla scia delle polemiche suscitate
dallo scandalo dei “falsi invalidi”.
Handicap e vecchiaia
Come
è noto, il problema dell’handicap si interlaccia fortemente con quello
dell’anzianità e questo delinea una situazione drammatica considerando il
generale invecchiamento che sta conoscendo la popolazione italiana. Basti
sapere, ad esempio che secondo proiezioni dell’ISTAT nel 2030, vi sarà in
Italia un anziano ogni tre cittadini.
L'invecchiamento
della popolazione è senz'altro il fenomeno demografico che ha caratterizzato la
seconda metà di questo secolo. Solo per avere un termine di riflessione, si
pensi che dagli inizi degli anni '50 ad oggi si è passati da una proporzione di
ultrasessantacinquenni dell'8% ad una del 14%. Tanti fattori contribuiscono ad
acuire il processo di invecchiamento della popolazione. Da un lato, la
diminuzione della fecondità continua ad aggravare gli squilibri della struttura
per età impoverendo le classi di età giovanili e producendo quello che i
demografi chiamano l'invecchiamento "dal basso". Ad essa si accompagna
la crescita della popolazione in età anziana, determinata dall'aumento della
sopravvivenza che produce un invecchiamento "dall'alto". La favorevole
dinamica della sopravvivenza permette ad un numero sempre maggiore di individui
di raggiungere le età estreme della vita proponendosi come uno degli aspetti più
importanti della trasformazione demografica.
L'ipotesi
di riequilibrare la struttura della popolazione mediante l'apporto delle
immigrazioni si dimostra del tutto illusoria. In effetti, i flussi di
immigrazione che sarebbero necessari per neutralizzare i meccanismi naturali
dell'invecchiamento sono dell'ordine del 7-14 per mille, corrispondenti a
400-800 mila nuovi immigrati all'anno: movimenti migratori talmente consistenti
da compromettere qualsiasi ordinato sviluppo sociale. Le moderne società non
possono quindi che predisporsi a convivere con una sempre maggiore presenza di
anziani nella loro popolazione che potrebbe divenire per le società del
prossimo secolo il capro espiatorio da sacrificare al crollo dello Stato
Sociale.
L'invecchiamento
procede in tutte le regioni d'Italia, ma con esiti al momento molto diversi
nelle venti regioni italiane: si va da una proporzione di uno a cinque della
Liguria (19,8% di popolazione ultrasessantacinquenne) a quella di uno a dieci
della Sardegna (11,3%). A livello nazionale, sui circa otto milioni di
ultrasessantacinquenni si contano quasi cinque milioni di donne. Lo squilibrio
è ancora più accentuato nelle età più avanzate: dei 3,4 milioni di
ultrasettantacinquenni, solo 1,2 milioni sono uomini e ben 2,2 milioni sono
donne. Sono questi i valori che fanno parlare di "femminilizzazione"
della popolazione, un fenomeno che si manifesta in modo sempre più evidente
dopo i 40 anni e che quindi si accompagna all'invecchiamento della popolazione.
Tale fenomeno non è che il risultato della maggiore longevità delle donne che
vivono mediamente circa 7 anni in più degli uomini.
Va
da se che questo invecchiamento della popolazione ha clamorose conseguenze nel
campo medico e sanitario. Gli anziani, infatti, e le donne anziane in
particolare, sono frequentemente afflitti da malattie che, pur essendo spesso
molto invalidanti (si pensi alle artriti e alle artrosi), sono generalmente non
letali. Scelte di politica sanitaria nettamente orientate a ridurre la
diffusione di queste malattie o, almeno, combatterne gli inconvenienti maggiori,
sia con la prevenzione primaria che con un trattamento terapeutico precoce,
potrebbero consentire di ottenere significativi progressi e notevoli
miglioramenti della condizione di salute in età anziana senza necessariamente
implicare un notevole impiego di risorse.
Lo sport come terapia
La
pratica sportiva, con le sue positive, in qualche caso eccezionali, ricadute in
termini di salute, deve essere vista come una vera e propria forma di medicina
preventiva e come tale dovrebbe essere considerata dalle autorità sanitarie e
politiche del nostro paese. In altre nazioni questa considerazione ha
determinato clamorose iniziative legislative; come nei paesi scandinavi dove gli
anziani e per i portatori di handicap possono detrarre dalla dichiarazione dei
redditi gran parte delle spese connesse alle attività sportive. In Italia,
invece, (dove lo sport viene letto come mero “piacere” e quindi non degno
del sostegno statale) ancora poco viene fatto su questo versante anche se sono
non poche le iniziative per promuovere gli aspetti riabilitativi e
intrinsecamente terapeutici dello sport.
Sport,
quindi, come momento di cura, ma anche momento di amicizia, esperienza di festa.
Sport come situazione in cui si sperimenta il confronto con l'altro e con i
propri limiti, si apprende il rispetto delle regole ed il gusto dell'impegno.
Sport come strumento di prevenzione, capace di richiamare l'attenzione delle
persone, di aggregarle, di far acquisire una dimensione non alienante al loro
tempo libero. Sport come attività che reca in sé una carica straordinaria e
affascinante di umanità, di gratuità, di conquista, di coraggio, di pazienza,
diventando avventura che riempie di segni, di obiettivi, di speranza.
Mi
sia consentito a questo punto terminare questa relazione con una citazione: "Tutte
le parti del corpo che hanno una funzione, se usate con moderazione ed
esercitate nell'attività alla quale sono deputate, diventano più sane, ben
sviluppate ed invecchieranno più lentamente; ma se non saranno usate e lasciate
inattive, queste diventeranno facili ad ammalarsi, difettose nella crescita ed
invecchieranno precocemente " L'importanza di queste parole sta nel
fatto che furono pronunciate da Ippocrate, il "padre della Medicina"
vissuto circa 2500 anni fa; già nell'Antica Grecia erano noti questi concetti,
non per nulla furono i Greci ad inventare i Giochi Olimpici.
Prof.
Giulio Tarro
Sport
e Handicap (quarta relazione)
Come è noto l'Unione Europea ha proclamato il 2003 "Anno Europeo della Persona Disabile" e in tutti gli Stati membri dell'Unione si tengono numerose manifestazioni, che dovrebbero servire a sensibilizzare l'opinione pubblica, politici e amministratori locali, sui problemi che vive quotidianamente questa categoria di persone. Qui vorrei approfondire una questione che abbiamo già avuto occasione di accennare negli anni passati il rapporto tra sport e handicap e a tal proposito, ritengo utile cominciare da un convegno tenutosi qualche tempo fa intitolato "L'handicap nello sport o lo sport nell'handicap" che evidenziava una distanza ed una separatezza tra il mondo sportivo e la realtà dell'handicap, sollecitando la definizione di un rapporto anche se in chiave problematica.
Quel convegno, nelle valutazioni fatte a posteriori, ha dimostrato la necessità di rivedere concezioni e luoghi comuni che condizionavano la presenza delle persone con deficit nelle realtà sportive. Apparentemente per molti la questione sottoposta non aveva soluzioni; troppo diverse le realtà e quindi non confrontabili. Da una parte la valorizzazione delle abilità dell'individuo per l'ottenimento di un benessere, di una gratificazione attraverso il confronto, l'applicazione di regole e parametri precisi. Dall'altra l'handicap che sfugge a definizioni e confini, un mondo popolato da persone che in quanto menomate sfuggono alle categorie precostituite e che vivono come unico riferimento la malattia. La diversità, l'anormalità, non si misura e diventa infinita, facendo saltare ogni suddivisione precostituita: le persone non sono né uomini, né donne, né intelligenti o stupide, né tantomeno atleti, sono handicappate. Possiamo aggiungere a sostegno di questa visione alcune suggestioni dell'immaginario collettivo che vorrebbe l'atleta come emblema e sintesi della perfezione, della bellezza, dell'abilità, mentre invece l'handicap evocherebbe tutt'altre immagini.
Se scalfiamo anche solo leggermente la crosta che imprigiona l'intelligenza e che fissa queste definizioni, ci accorgiamo che non c'è nulla di più falso. È interessante comprendere che la vicinanza e le affinità tra il mondo dello sport e della disabilità non sono dettate da concezioni o impostazioni intellettuali, bensì dalla lettura e dalla conoscenza stessa dei due ambiti. L'unica capacità intellettiva richiesta per giungere a queste conclusioni è la disponibilità a rovesciare alcuni termini della questione, come avviene nella camera oscura di un apparecchio fotografico per restituire un'immagine fedele del soggetto inquadrato. Noi abbiamo due soggetti da inquadrare: il mondo sportivo e quello della disabilità.
Se
tralasciamo l'immagine patinata e consumistica dei media, che vogliono le
discipline sportive come passerelle per campioni in cui identificarsi, dobbiamo
constatare che lo sportivo è alla ricerca di benessere attraverso l'utilizzo e
lo sviluppo delle proprie abilità nel confronto con sé stesso e con gli altri.
L'atleta si propone di superare continuamente barriere avvicinandosi ed
imparando a conoscere e gestire i propri limiti. Che una disciplina venga
praticata a livello agonistico o amatoriale o per diletto, i fattori da
considerare sono grosso modo: l'individuo con la propria abilità e
determinazione, l'obiettivo che si vuole raggiungere con i relativi ostacoli da
superare, ed il contesto in cui si agisce fatto di regole e persone. Stiamo
cercando di mettere a fuoco l'immagine dell'attività motoria, sportiva e della
realtà dell'handicap per capire che compatibilità c'è tra "disabile ed
atleta". Non è difficile accorgersi che, paradossalmente, dei tre fattori
considerati per descrivere le due realtà almeno un paio possono essere
interscambiabili.
Le
due persone (il disabile e il non-disabile) che stiamo cercando di scoprire
usano le stesse risorse, cioè le proprie abilità, facendo leva entrambi sulla
determinazione personale: sono lo stesso individuo. Condividono anche un
obiettivo che potrebbe essere lo stesso, perché è posto ai confini dei
"propri" limiti raggiungibili attraverso il superamento di ostacoli.
Verrebbe da dire a questo punto che è avvantaggiata la persona con deficit, in
quanto per tutta la vita è abituata a sfruttare al massimo le proprie
potenzialità, non deve scoprirle in allenamento! Per quanto riguarda gli
ostacoli da superare, le barriere quotidiane sono sicuramente una
"palestra" inevitabile. I
due mondi che inizialmente potevano apparire così distanti sono ora molto più
vicini, anzi sembrerebbe addirittura superflua la domanda: deve essere lo sport
a penetrare nel mondo dell'handicap o il contrario? Perché l'individuo, nel
momento in cui svolge una determinata attività, in questo caso sportiva, deve
potersi scrollare di dosso gli elementi di cui non si avvale. Lo sport di per sé
concede questa possibilità, perché separa le disabilità valorizzando le
abilità. La persona in tuta da ginnastica è un giocatore, un atleta, non un
disabile, la carrozzina o l'ausilio utilizzato nella disciplina prescelta non è
fattore discriminante riconducibile all'handicap, ma elemento proprio dello
sport praticato. In palestra noi non vedremo mai dei disabili in carrozzina che
giocano a basket, ma degli atleti che giocano a basket in carrozzina!
Si
è accennato alla possibilità di disgiungere le disabilità; ovviamente questo
può avvenire solo nel contesto sportivo, e deve essere chiara la differenza tra
un'esperienza sportiva, anche se non necessariamente agonistica, ed un percorso
terapeutico riabilitativo. La riabilitazione deve occuparsi della disabilità,
lo sport delle abilità. Le competenze e le risorse da mettere in campo sono
molto diverse, ed una demarcazione dei due ambiti è necessariamente il primo
passo per avvicinare le persone con deficit alle potenzialità che l'attività
motoria e sportiva offrono in termini anche di benessere psicofisico. Dei tre
fattori considerati; l'individuo, l'obiettivo ed il contesto, resta il terzo da
analizzare per verificare l'assonanza tra sport e disabilità. Il contesto come
insieme di regole, di organismi, di strutture che sovrintendono allo sport in
generale rischia di apparire come anello debole della catena. Il contesto
ambientale in cui si opera risente ancora troppe volte di un'impostazione
arcaica, in cui la separatezza tra sport e handicap è incolmabile: discipline
sportive non riconosciute ufficialmente, organismi competenti differenziati,
impiantistica non accessibile (meglio: accessibile allo spettatore, ma non
all'atleta), manifestazioni separate.
Fortunatamente
i segnali che registriamo ci indicano che la situazione si sta evolvendo
positivamente. Non potrebbe essere diversamente, se si è disposti a finalizzare
le regole all'inserimento anche del diverso o più semplicemente alla
registrazione delle novità, delle nuove esperienze. Non si tratta di richiedere
azioni "umanitarie” di accoglienza nel mondo ufficiale dello sport;
semplicemente di immaginare il contesto sportivo arricchito dalla presenza di
nuove discipline e di nuove risorse umane. Perché nuove discipline? Perché le
discipline sportive non vanno intese come rigide griglie attraverso le quali
solo alcuni possono passare per avere accesso all'"Olimpo". Ad ogni
edizione dei Giochi Olimpici, per esempio, vengono inserite addirittura nuove
discipline, modificando o ridefinendo le norme che servono a definire le stesse.
Allo stesso modo potrebbero avere diritto di cittadinanza le diverse attività
adattate.
Uno
degli argomenti che vengono frapposti allo sviluppo di queste riflessioni
riguarda la presenza e la funzione degli ausili. Ancora una volta si cerca di
introdurre un elemento di diversificazione: si cerca di evidenziare la
differenza tra il gesto atletico compiuto dalla "macchina" umana e
quello compiuto con il supporto di ausili. Un'argomentazione simile ci aiuta
enormemente a comprendere che lo sport è una realtà dove la disabilità è
addirittura quasi prevista e codificata, perché quando si richiede di
utilizzare le abilità di una parte del corpo molte volte si limita e si
disabilita l'uso di altre parti. Questa potrebbe sembrare una interpretazione
forzata, mentre invece è sicuramente più lineare la comprensione della
presenza degli ausili nello sport indipendentemente dalla presenza di handicap
da superare. Sono gli ausili che caratterizzano le diverse discipline; ne
troviamo di tutti i tipi. Non sono ausili ruote, bastoni o racchette che
prolungano le capacità degli arti? Per eseguire il salto con l'asta non è
indispensabile un ausilio?
Queste
riflessioni o suggestioni probabilmente non risolvono le importanti
problematiche che tutto il mondo dello sport ha di fronte per riuscire ad
interpretare al meglio le esigenze e le domande degli strati sempre più ampi di
popolazione che vi si avvicinano. Ci debbono comunque servire per scalfire
vecchi luoghi comuni e false convinzioni che non avendo capito il vero spirito
sportivo, la vera essenza dello sport, ne travisano le interpretazioni
danneggiando non una categoria di persone, ma lo sport stesso. Le problematiche
da affrontare sono sicuramente molto più vaste, ma noi sappiamo che nello sport
è possibile a tutti confrontarsi, mettersi in discussione, soffrire e gioire, e
ci vogliamo adoperare perché questo venga offerto con le stesse possibilità ad
ognuno. Sappiamo, e lo sa chiunque abbia praticato una disciplina o si sia
divertito in un campo da gioco anche per pochi momenti, che in quei momenti ci
si spoglia di tutte le differenze, non si riconosce nell'altro un ceto sociale
diverso, una professione o altro, ma semplicemente l'atleta che si sta
impegnando.
Questo
forse non avviene ancora nei confronti dell'handicap. La pratica sportiva,
invece, è l'esperienza che per definizione elimina barriere costruite tra
uomini, imponendo di confrontarsi tenendo unicamente conto delle regole
sportive; questo ha permesso di anticipare il superamento, nella storia anche
recente, di divisioni etniche, razziali, belliche, ecc. Se ancora ci accorgiamo
che esiste una barriera costruita sulla confusione e sulla incapacità di
misurare e comprendere la disabilità, vogliamo immaginare e partecipare
all'abbattimento di questa ultima barriera.
Una
riflessione particolare merita poi il rapporto tra sport ed handicap mentale,
inteso quest’ultimo termine come disturbo nella sfera cognitiva o relazionale
Premettendo
che gli effetti benefici comunemente riconosciuti alla pratica sportiva su
persone cosiddette normali, lo sono vieppiù per persone più deboli o
svantaggiate, in quanto vanno ad agire su quadri di sofferenza o disagio ancor
più bisognosi di aiuto, sostegno, alleviamento, allontanamento dalla propria
difficile realtà. Pertanto, laddove il movimento provoca un miglioramento nelle
condizioni fisiche del soggetto (apparato cardiocircolatorio, apparato
respiratorio, tono muscolare, connessioni neuronali, funzioni neuro-vegetative,
ecc.), tanto più troveremo i benefici di questo miglioramento amplificati in
soggetti che, pur non avendo difficoltà motorie particolari, per la loro storia
tendono ad una vita sedentaria, che risulta poco stimolante verso gli aspetti
dinamici anche più banali (camminare, correre, saltare, salire e scendere
scale, prendere l'autobus, andare in bicicletta, ecc…), che solitamente
caratterizzano o dovrebbero caratterizzare la vita quotidiana delle persone.
Quando
parliamo di effetti positivi sulle condizioni psicologiche di chi pratica sport
(scarico delle tensioni e dell'aggressività, produzione di endorfine,
soddisfazione, senso di appagamento, ecc.), allora dobbiamo pensare a quanto
questo possa essere benefico in chi vive in uno stato di tensione interiore più
o meno marcato, spesso costante nell'arco della giornata, e che più
difficilmente può trovare occasioni di svago, di rilassamento psicosomatico, o
magari non è in grado di canalizzare la propria aggressività ed è costretto
dai suoi impulsi a sfogarla in modi anche violenti su cose o persone (con rischi
per sé e per gli altri). Una mancata esperienza di movimento produce nel
disabile una condizione ancor più sfavorevole per l'esplicarsi delle
connessioni neuroniche che stanno alla base sia dei possibili apprendimenti
motori sia di quelli cognitivi. Per questo sarebbe ancor più fondamentale una
pratica motoria fin dai primi anni di vita, periodo in cui si struttura lo
schema corporeo, cioè l'immagine interiorizzata del nostro corpo e delle sue
possibilità d'azione. Se, ad esempio, un bambino ha la possibilità di
sperimentare una gamma di movimenti (capovolta in avanti, all'indietro,
eccetera) il più ampia possibile, aumenterà esponenzialmente il numero delle
sinapsi neurotiche, cioè di quelle connessioni tra cellule nervose, che
rimarranno nel suo patrimonio neurofisiologico e che saranno utili per lo
sviluppo armonico del soggetto nel suo complesso, dagli aspetti cognitivi a
quelli mnemonici, da quelli emozionali a quelli intrapsichici.
Quando
ci si rivolge a persone ormai adulte, possiamo intervenire solo nel mantenimento
delle prassi acquisite o al più nell'apprendimento di movimenti semplici o
basati su azioni già sperimentate.Ma le abilità motorie non sono l'unico
aspetto importante! È nell'ambito psicologico relazionale che possiamo giocarci
la "partita"; i fattori motivazionali, emozionali, interpersonali sono
sempre stimolabili e rinnovabili, possono migliorare di quantità e,
soprattutto, di qualità.
Sorge
a tal riguardo il problema di quale disciplina scegliere. Tendenzialmente
sarebbe meglio privilegiare i giochi di squadra, dove esiste una maggior quantità
di possibilità relazionali, con i compagni di squadra, ma anche con gli
"avversari"; e dove, dato da non trascurare, gli eventuali gap
prestazionali tra uno e l'altro possono essere ovviati o superati proprio dal
fatto di essere inseriti in un gruppo e nella distribuzione appropriata dei
ruoli.
Non
è da escludere, però, nemmeno la pratica di una disciplina individuale, in
quei casi in cui abilità sufficienti e attitudine psicologica del soggetto lo
permettano e lo consiglino. Tanto più se ci si rivolge a uno sport come
l'equitazione, in cui il rapporto con l'animale offre ulteriori stimoli e
implicazioni emotive particolari e non vi è un confronto diretto con gli
"avversari". Un'ulteriore distinzione può essere fatta tra sport di
contatto e sport di confronto a distanza. Nei primi si inquadrano quasi tutti
gli sport di squadra (calcio, basket, pallamano, pallanuoto, ecc.) o discipline
individuali quali ad esempio scherma, ciclismo, arti marziali, ecc. Nei secondi
si iscrivono la pallavolo (unico tra gli sport di squadra) o altri individuali
come nuoto, tennis, bowling, sci, tennis tavolo, canottaggio, vela, solo per
citarne alcuni. In questo tipo di sport conta molto la motivazione del singolo,
che deve essere piuttosto elevata, proprio per reggere al peso dell'impegno
degli allenamenti e delle eventuali competizioni, che grava per lo più solo sul
singolo atleta, supportato da un allenatore o da un altro compagno di
allenamenti, quando presenti. Rispetto a ciò gli sport di squadra sono più
adatti a sostenere la motivazione e soprattutto consentono all'individuo di
superare momenti di crisi, cioè, ad esempio, interruzioni dell'attività che,
nel caso di disabili mentali, possono essere anche ripetute durante l'anno, a
causa delle caratteristiche di instabilità e disagio proprie di alcune
patologie.
Dopo un'interruzione, infatti, è sempre possibile reinserirsi in squadra, senza
che vi siano state ripercussioni sull'attività, proprio grazie al numero di
componenti, solitamente più che sufficiente.
Caratteristica fondamentale del gioco di squadra è il senso di collaborazione
tra giocatori e il sentirsi parte di una catena in cui ogni anello è importante
e porta il suo contributo.
Il rischio sarebbe quello di sentirsi un "anello debole", nel caso di
ragazzi meno abili di altri (non essendoci categorie su base di competenze, ci
può essere una grossa differenziazione di capacità tra componenti della stessa
squadra); questo solitamente non avviene perché nel disabile psichico gioca un
ruolo molto più forte il senso di appartenenza al gruppo o a una squadra e il
solo farne parte è motivo di enorme soddisfazione e orgoglio, indipendentemente
dalle prestazioni fornite o dal minutaggio in partita. Un passaggio fatto bene,
un tiro in porta, una parata sono esempi di obiettivi minimi, ma già motivo di
soddisfazione e realizzazione.
Ciò,
ovviamente, non riguarda tutti i soggetti disabili; è più facilmente
riscontrabile in soggetti con handicap più grave. In ragazzi meno danneggiati
sembra prevalere il sentimento agonistico o l'ambito prestazionale, forse anche
perché più in grado di fare confronti, di cogliere le differenze, e perché più
sensibili al risultato positivo, nonché influenzati dalla cultura sportiva
prevalente, cioè quella che emerge da giornali e televisioni, per cui conta chi
vince. Il significato della vittoria per un disabile mentale può assumere
valenze particolari. Nel corso della sua vita in quanti ambiti avrà potuto
assaporare il gusto della vittoria, quali occasioni avrà avuto per sentirsi
"vincente"? Un disabile non ha un vissuto di "sconfitte"
praticamente costante nella sua vita? Pensiamo alla scuola, alle relazioni
amicali, a quelle affettive o sessuali: in quante e quali di queste ha avuto
rimandi positivi e riconoscimenti significativi, che potessero contribuire ad
una strutturazione della stima di sé ed in cui rispecchiare un'immagine
positiva di sé? Pertanto lo sport può essere uno dei pochi, se non il primo
ambito in cui provare queste sensazioni, in cui sentirsi realizzato e
soddisfatto del raggiungimento di un obiettivo, e in una squadra, non dipendendo
tutto dalle singole capacità ma dal collettivo, ciò è possibile anche per i
soggetti più deboli, che altrimenti sarebbero penalizzati.
In un sistema psichico di collegamenti ciò può avere i suoi effetti benefici
anche in altri campi, quali il lavoro o i rapporti familiari, o anche le
relazioni amicali e affettive.