| Medicina e Bioetica: per informarsi, capire, discutere… |
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Giulio Tarro |
Il Progetto Genoma. Problemi di ingegneria genetica
Relazione
al Convegno L’Uomo alle soglie del Terzo
Millennio
Salone
dell’Annunziata Sant’Agostino
Pietrasanta
(Lucca) 27 aprile 1966
Con le sue infinite potenzialità, il Progetto Genoma rappresenta la più
ambiziosa sfida che l’umanità abbia mai accettato di affrontare per liberarsi
dalle umilianti catene della malattia e su di esso si appuntano le più vive
speranze, timori, problemi etici... Ma prima di soffermarci su questo progetto
è indispensabile accennare al cammino che ha portato alla conoscenza del
patrimonio genetico.
L’identità della specie
Per secoli l'eredità biologica è stata indissolubilmente legata a
quello di generazione, ovvero alle modalità secondo cui un organismo produce un
altro organismo simile a se stesso. Nell'antichità, secondo la concezione
aristotelica, si supponeva che fosse l'azione dell'anima inerente al seme a
garantire l'unità della specie e quindi la somiglianza generativa; secondo
Ippocrate e Democrito, invece, nel seme si raccoglievano particelle staccate da
ogni organo del corpo che ne riproducevano le caratteristiche allorché si
fondevano i semi dei due genitori. Solo nel Seicento fu avanzata la concezione
preformista, secondo la quale nell'uovo o nello spermatozoo era contenuto in
miniatura l'organismo già formato e supposto come un germe preesistente creato
da Dio, all'inizio del mondo.
La questione fu affrontata con metodo scientifico solo nel 1866 da Mendel
che formulò la teoria secondo la quale i caratteri ereditari sono trasmessi
come unità che si mantengono costanti e distinte nella discendenza. Egli
ammise, inoltre, che a ciascun carattere osservato corrispondesse un elemento
contenuto nelle cellule riproduttive capace di collegarsi con un altro in modo
durevole o provvisorio nei discendenti, senza alterarsi. L'ipotesi di Mendel,
respinta da molti in quanto quale concezione speculativa ispirata al
materialismo e al meccanicismo venne, comunque, definitivamente confermata agli
inizi di questo secolo da ricerche condotte da De Vries, von Tschermak, e,
soprattutto, da Boveri. Nel 1903,
Sutton formulò, finalmente, una “teoria cromosomica dell'eredità” secondo
la quale geni portatori dei
caratteri ereditari sono localizzati nei cromosomi e trasmessi con questi,
grazie ai gameti, da una generazione all'altra; poco più tardi Morgan scoprì i
cromosomi sessuali e formulò il concetto di linkage
(associazione) e di crossing-over (scambio
dei geni). Altre scoperte seguirono, ma quella più clamorosa si ebbe nel 1953,
quando J. D. Watson, F. H. Crick e M. Wilkins rivelarono al mondo una molecola
composta da quattro sostanze (guanina, timina, citosina e adenina), che, come i
pioli e i montanti di una scala di corda, si legavano tra loro formando una
struttura a doppia elica, era il DNA o acido desossiribonucleico.
Il DNA è il libro della vita, in esso sono trascritte tutte le
informazioni inerenti l'organismo. La sua struttura consiste sostanzialmente in
due catene elicoidali di nucleotidi avvolti intorno allo stesso asse e tenute
insieme in una doppia elica da legami idrogeno. Tale struttura si deve al
cosiddetto “appaiamento delle basi”, cioè al fatto che le basi puriniche e
quelle pirimidiniche hanno tendenza a formare legami idrogeno tra i rispettivi
gruppi amminici e carbonilici. Ciò determina la saldatura delle due catene. Gli
appaiamenti più stabili e compatibili con la conformazione a doppia elica del
DNA sono quelli tra adenina e timina (o uracile nell’RNA) e tra guanina e
citosina, che rappresentano pertanto le specifiche basi complementari della
molecola.
Un frammento di DNA corrispondente ad un gene e, pur nell’ambito di una
notevole variabilità, è costituito da 1.000 coppie di basi nucleotitidiche (1
kilobase = 1 KB). La lunghezza totale del DNA nell’Uomo è di circa 3.000.000
di KB ma solo una piccola parte del genoma, circa il 5%, codifica attivamente la
sintesi delle proteine. Una grande quantità del patrimonio genetico umano,
infatti, appare costituita da sequenze ripetitive di nucleotidi che sembrano
essere mute dal punto di vista dell'informazione genetica. Quando due geni sono
situati in stretto rapporto di vicinanza sullo stesso cromosoma si dice che sono
in stato di linkage (legame). I geni
in linkage hanno buone probabilità di
rimanere accoppiati durante la meiosi (il processo di divisione cellulare da cui
hanno origine i gameti) e che quindi vengono trasferiti insieme da una
generazione alla successiva. Quanto più stretto è il linkage,
tanto più alta è la probabilità che i geni rimangano accoppiati durante il
processo della meiosi e quindi vengano trasferiti insieme da una generazione
alla successiva. Parallelamente alla conoscenza di come l’informazione si
struttura nel codice genetico, grazie soprattutto alle ricerche di M. W.
Nirenberg e S. Ochoa, si andava definendo il concetto di genoma e cioè il
corredo dei geni presenti sui cromosomi di uno specifico organismo. Fino agli
anni Quaranta si era creduto che il genoma avesse un'organizzazione stabile, cioè
che ogni gene occupasse una posizione specifica sul cromosoma. Studi successivi,
iniziati da B. McClintock, dimostrarono, invece, che segmenti di DNA possono
spostarsi e inserirsi in punti diversi del genoma. Tale fenomeno, detto
trasposizione, è particolarmente importante in quanto costituisce un sistema di
regolazione che può attivare o inattivare i geni interessati ed è una delle
cause della variabilità genetica.
La possibilità di definire la successione lineare dei geni lungo i
cromosomi fu intravista per primo
da A. H. Sturtevant. Questi notò che la percentuale di scambio tra due geni
associati era differente da quella di un'altra coppia di geni associati; pensò
quindi di mettere in relazione la percentuale di crossing-over con la distanza
intergenica. Per definire questa successione fu prescelto come animale da
laboratorio un moscerino, la drosofila, e dall'analisi dei crossing-over tra i
vari geni di questo insetto, Sturtevant riuscì a precisare la distanza
(arbitraria) tra di essi stabilendo come unità arbitraria di misura la distanza
intergenica che dava, mediamente, un crossing-over per 100 uova di questo
insetto fecondate.
Questa mappatura dei geni, nonostante l’impiego di computer, risultava,
comunque un’operazione estremamente lunga e complessa e non a caso ai primordi
furono studiati genomi di organismi scelti per il loro ciclo vitale breve e sui
quali era possibile sperimentare senza problemi particolari quali muffe, batteri
e, appunto semplici insetti come la drosofila. Queste difficoltà, comunque non
impedirono di puntare ad un progetto ben più ambizioso: la conoscenza del
genoma umano.
Il Progetto Genoma Umano
Già negli anni “60 l’idea di mappare il genoma umano era
all’ordine del giorno in innumerevoli convegni e simposi e il primo compito
che ci si pose fu trovare e standardizzare un soddisfacente criterio di
classificazione. La specie umana possiede un corredo, detto diploide, di 46 cromosomi,
23 di origine materna e 23 di origine paterna; ciò consentiva una prima
classificazione secondo la quale i cromosomi potevano essere raggruppati in 23
coppie di omologhi. Già, secondo i canoni stabiliti a Denver nel 1960, le
singole coppie di autosomi (e cioè tutti i cromosomi a eccezione di quelli
sessuali) erano state ripartite in gruppi numerati da 1 a 22 e suddivise, a
seconda della loro posizione, in acrocentrici metacentrici e submetacentrici. I
cromosomi preposti alla differenziazione sessuale (detti anche
“eterocromosomi” o “gonosomi”) furono, invece, classificati a parte e
contrassegnati con le lettere X e Y. Secondo tale classificazione nelle femmine
sono presenti due cromosomi X, mentre nel maschio sono presenti un cromosoma X e
un cromosoma Y.
Di pari passo si affinavano gli strumenti per la localizzazione e
identificazione dei cromosomi e nel 1968 la vecchia tecnica autoradiografica,
basata sull'incorporazione nei cromosomi di sostanze marcate con isotopi
radioattivi, che si era rivelata fondamentale per lo studio del cromosoma X, fu
sostituita da un’altra basata sulle cosiddette “tecniche di bandeggiamento
cromosomico” con sostanze fluorescenti nelle quali i cromosomi umani, colorati
con mostarda di chinacrina e osservati al microscopio a luce ultravioletta,
mostrano una fluorescenza a bande caratteristiche la cui sequenza è specifica
di ciascuna coppia di omologhi.
Nonostante questi progressi nel campo dell’analisi e della
classificazione degli elementi costituenti il genoma umano, le difficoltà che
si frappongono all’esatta conoscenza di questi restavano (e restano ancora
oggi) gigantesche; la formidabile complessità nel decifrare una realtà così
complessa persuase, quindi, molti scienziati a coordinare i loro sforzi. Fino
agli anni “80, infatti, la mappatura e la sequenziazione del genoma umano
venivano realizzati da singoli ricercatori che lavoravano su particolari
porzioni del genoma, qualche volta in collaborazione, ma più spesso in
competizione, con gli altri scienziati. Nel 1980, si arrivò ad un protocollo
internazionale per coordinare le attività di ricerca sul genoma umano svolte da
diversi istituti (quali l’European Molecular Biology Laboratory di Heidelberg
in Germania, il National Center for Biotechnology Information di Bethesda negli
Stati Uniti, il National Institute of Genetics a Tokio in Giappone) e che, ben
presto, si estese ad altri istituti diventando un protocollo di ricerca
internazionale. Grazie a questo accordo la classificazione degli elementi
costituenti il genoma umano ha conosciuto un andamento esponenziale e, nel
dicembre 1995, risultavano già classificate ben 365.804 sequenze e 154.817.348
basi del genoma dell’Uomo: un numero certamente imponente ma che costituisce
appena il 5,2% del totale. Si tratta, comunque, di un dato di eccezionale valore
poiché riguarda, soprattutto, segmenti di DNA che hanno attività funzionale e
di trascrizione importantissime, quali, ad esempio, segmenti che interessano una
particolare malattia o la produzione di una determinata proteina.
Va da sé che, al di là degli accordi di collaborazione tra vari
istituti di ricerca, la competizione per mappare tutti gli elementi costituenti
il genoma è spietata anche perché le immense potenzialità che questa mappa
racchiude rappresentano un colossale business. I mass media, a tal proposito, si sono divertiti a parlare di
una nuova “guerra nucleare” dove i nuclei in questione non sono quelli
atomici, ma quelli delle cellule umane e dove la posta in gioco è la possibilità
di imporre e sfruttare un lucrosissimo copyright sul DNA.
Un episodio che ci documenta su questa “guerra nucleare” si è
verificato anni fa in un laboratorio del prestigioso National Institute of
Health, a Bethesda negli USA, quando Craig Venter un ricercatore, che lavorava,
sul progetto per sequenziare il genoma umano, mise a punto una tecnica
automatica per estrarre e sequenziare solo i geni trascritti, che diventano cioè,
messaggeri ed eventualmente proteine, da qualunque cellula umana. Venter non si
preoccupava, come fanno tutti gli altri ricercatori nel suo campo, di mappare
fisicamente il gene, con tutte le sue caratteristiche, ma semplicemente di
sequenziarne la porzione codificante. Una banale e monotona successione delle
quattro lettere: A,C,T,G, con cui è scritto il DNA che aveva permesso al gruppo
di Venter di clonare e sequenziare ben 350 geni o frammenti genici nello stesso
tempo in cui un laboratorio normale sarebbe riuscito a mapparne fisicamente due
o tre. Certo le mappe fisiche sono
più precise, ci informano ad esempio, di quali siano le parti espresse (esoni)
e quali quelle non espresse (introni) di ciascun gene. Le parti non espresse
sono importanti perché regolano il gene, determinano le sue varianti e così
via; ma le mappe fisiche sono molto lente e molto più faticose da costruire.
Dal punto di vista strettamente scientifico il lavoro di Venter era, invece,
tanto rapido quanto casuale, dato che una volta ottenute le sequenze non è
altrettanto semplice sapere a che cosa servano. Venter tentò, comunque, di
brevettare tutti i 350 frammenti da lui scoperti sino a quel momento ma la sua
richiesta fu respinta. Gli venne, infatti, chiesto di dimostrare di quali geni
si trattasse e/o a cosa servissero e lui non seppe rispondere. Obiettò che era
come chiedere ad un chimico di brevettare una molecola solo dopo averne scoperto
tutti gli effetti e non quando era stata appena sintetizzata. Gli venne risposto
che quelle non erano molecole ma pezzi del DNA dell'Uomo su cui lui, solo per
averne identificato la sequenza, non aveva alcun diritto di copyright. Ma Venter
non era un tipo da arrendersi facilmente e lasciò la ricerca pubblica per
mettersi in proprio e, grazie ai giganteschi finanziamenti concessigli dalla
multinazionale farmaceutica SmithKline Beecham, intraprese un lavoro per
sequenziare tutti i geni espressi dalle cellule umane e costruire una banca
dati, denominata TIGR, con scopi commerciali utilizzando ben 80 macchine
sequenziatrici automatiche. Da anni
ormai queste macchine lavorano 24 ore su 24 per estrarre, purificare,
sequenziare e archiviare centinaia di frammenti di DNA al giorno. Tra questi
frammenti di DNA ed il loro uso commerciale c'è una strada ancora lunghissima e
costosa, si tratta infatti di capire cosa sono e cosa fanno questi geni, quali
caratteri ereditari siano in grado di evidenziare e soprattutto mettere a punto
dei test diagnostici e dei farmaci che interagiscano con il loro DNA.
Così come hanno fatto notare alcuni giornali, siamo ormai all'alba di
una nuova farmacologia, un'alba molto nebbiosa e fredda. Ai laboratori del TIGR
non rimane tempo e denaro per fare altro che aumentare all'infinito il loro
archivio, una manovra apparentemente sterile, senza ricadute pratiche. E
necessaria, quindi, una collaborazione esterna con chi sappia studiare il
significato di queste sequenze, le mappi fisicamente, attribuisca loro un nome
ed un significato. Ecco quindi l'ennesima mossa a sorpresa di Venter: qualunque
gruppo universitario o industriale desideri avere accesso agli archivi segreti
del TIGR potrà farlo, a condizioni che firmi un accordo in base al quale tutti
i risultati ottenuti dovranno essere sottoposti alla multinazionale farmaceutica
SmithKline Beecham 60 giorni prima
che vengano pubblicati sulle riviste scientifiche.
Non solo: qualora da questi studi derivasse una qualsiasi applicazione
commerciale la SmithKline Beecham avrà la priorità assoluta. Analogamente la
multinazionale farmaceutica Merck Sharpe & Dohme si si è lanciata in
un’analoga iniziativa rendendo,
pubbliche giornalmente le sequenze dei frammenti di DNA identificati ma
lasciando top secret le sequenze di molti frammenti con un significato
commerciale già evidente. Da qui la
“guerra nucleare” riportata dai giornali e gli amareggiati commenti di chi
vede in queste iniziative una spietata, mercificazione della scienza e, peggio
ancora, la pretesa di brevettare il patrimonio genetico dell'umanità.
Ma distogliamo lo sguardo dal, certamente non edificante, business
legato al DNA e interessiamoci degli sviluppi conosciuti dalla conoscenza del
genoma umano che ha già permesso, oltre alla sintesi di vaccini e farmaci, di
attuare rivoluzionarie terapie geniche e diagnosticare alcune malattie
ereditarie. Occupiamoci subito di quest’ultimo settore.
La diagnosi delle malattie
genetiche
Una anomalia genetica è dovuta ad una alterazione a livello del codice
genetico e la sostituzione di un solo elemento di questo può essere
assolutamente asintomatica o avere effetti di gravità variabile fino ad essere
incompatibili con la vita. La prevalenza di malattie congenite e genetiche nella
popolazione è valutabile attorno al 30% circa; questo dato ci dice come i
difetti congeniti costituiscano un carico estremamente oneroso in termini umani,
sociali ed economici. In oltre il 50% di abortività spontanea esistono anomalie
cromosomiche del feto ma nonostante questa severa pressione selettiva naturale,
un bambino ogni 250 nati vivi é affetto da patologie conseguenti ad alterazioni
cromosomiche. Le anomalie cromosomiche sono causate da errori biologici nella
ripartizione dei cromosomi nel corso delle divisioni cellulari. La causa di
molti errori biologici nei cromosomi è da ricercare in alcune proteine che
hanno attività enzimatica e, come catalizzatori biologici, fanno avvenire le
reazioni biochimiche all'interno delle cellule. Esiste un grande numero di
condizioni morbose causate da un deficit enzimatico trasmesso ereditariamente.
Per gli enzimi più importanti é previsto, però, che nel medesimo genoma
esistano almeno due siti con uguali caratteristiche. Pertanto una parziale
alterazione cromosomica può non avere alcuna conseguenza sul piano clinico.
Quando la coppia di genitori presenta una uguale parziale alterazione
cromosomica il prodotto del loro concepimento, potrà, nel 25% dei casi, essere
affetto da doppio danno senza possibilità di riparazione. Nei casi più gravi
il nato vivo condurrà una breve esistenza segnata da alterazioni e deficit.
Fino a qualche anno fa le indagini prenatali per identificare possibili
tare genetiche si basavano sostanzialmente sull’individuazione di cause
ambientali, come le infezioni intrauterine, i teratogeni chimici e fisici,
consentendo di mettere in atto strategie efficaci come la vaccinazione della
madre contro la rosolia o la prevenzione dell’isoimmunizzazione anti Rh; ma
con l’avvento della diagnostica basata su indagini cromosomiche, questo
settore ha avuto un vorticoso sviluppo. Le nuove tecnologie di replicazione e
amplificazione del DNA, infatti, ci permettono uno studio estremamente
approfondito delle proprietà biologiche dei geni, in particolare della
struttura, della sequenza dei nucleotidi e delle proteine che codificano.
Lo studio rivolto alle cellule di provenienza fetale rientra nella
citogenetica, una branca della genetica che si occupa dei fenomeni ereditari
osservati a livello cellulare, in particolare dei cromosomi e che risale
sostanzialmente al 1958 quando Lejeune identificò nell’ormai famoso cromosoma
“21” l’origine della Sindrome Down o
“mongolismo”. A questa prima osservazione ne seguirono altre che
correlarono particolari sindromi, con caratteri ereditariamente trasmessi, ad
un'alterazione di numero e/o di struttura dei cromosomi. Attualmente la diagnosi
prenatale viene eseguita, solitamente entro il terzo mese di gravidanza,
mediante l’analisi delle caratteristiche geniche del feto e dei suoi prodotti
biologici. Una volta che conosciamo la struttura di un gene “sano” possiamo
comprendere l’esatta dinamica di diverse situazioni patologiche che svilupperà
il feto. Una proteina, ad esempio, può essere difettosa per mutazioni insorte
nelle regioni regolatorie del DNA, per mutazioni nelle regioni preposte al
riconoscimento dei segnali per processare il DNA, oppure per mutazioni negli
esoni. Di particolare interesse risulta poi la metodologia per il riconoscimento
di alcune tare genetiche. Per comprenderla, è necessario ricordare che ogni
amminoacido è un pezzo di DNA composto da una tripletta di basi scelte tra le
quattro possibili: adenina, timina, citosina, guanina (oppure uracile al posto
della timina nell'RNA). Consideriamo, ad esempio, una alterazione
dell'emoglobina, la proteina contenuta nei globuli rossi del sangue che regola
il processo di respirazione. Se, per esempio, nella sua sequenza l'uracile si
colloca prima dell'adenina, allora la lettura finirà in quel punto perché la
sequenza U‑A (uracile - adenina) è un segnale di stop, che indica la fine
della proteina. In questo punto si avrà, dunque, un errore nella lettura della
sequenza. Il problema può anche sorgere a causa di una mutazione nelle regioni
che regolano il processamento delle sequenze: se, per esempio, una guanina viene
sostituita da una adenina, si avrà la talassemia, una grave malattia che può
causare, fra l'altro, anemia, ritardo nella crescita, alterazioni ossee.
Le tecniche di indagine delle proprietà genetiche degli organismi hanno
dato vita a due settori di ricerca applicati alla salute umana, la diagnostica
prenatale e l'individuazione degli agenti patogeni.
Quando è noto il tipo di mutazione all'origine di una certa malattia
(fibrosi cistica, distrofia muscolare, corea di Huntington, emofilia ecc.), cioè
una volta noto il gene responsabile, è possibile individuare gli individui
portatori della malattia ed effettuare la diagnosi prenatale, e scoprire così
prima della nascita se il figlio di due genitori con certe caratteristiche
genetiche nascerà sano o malato. Supponiamo che in una famiglia ci sia un
difetto genetico nell'emoglobina che induce la fibrosi cistica. Il gene
responsabile della malattia è oggi ben noto ed è già stato clonato. Per fare
la diagnosi si frammenta il DNA prelevato e isolato dai villi placentali, si
estrae la parte che contiene il gene e la si deposita dentro un gel con una
tecnica chiamata elettroforesi, che separa i pezzi di DNA in base al peso
molecolare e alla carica elettrica. Sebbene non siamo in grado di vedere il gene
che ci interessa, possiamo comunque trovarlo marcandolo con una sonda
radioattiva o con altro tipo di marcatore. Nel caso della famiglia i cui
genitori sono portatori del gene della fibrosi cistica, confrontando i risultati
dell'analisi del DNA dei genitori e dei figli, sapremo se i figli sono malati,
sani o portatori sani (come i genitori) a seconda delle particolari combinazioni
di cromosomi risultanti.
I problemi etici connessi alla
diagnosi prenatale
Negli ultimi anni la diagnosi di malattie genetiche è notevolmente
migliorata essendo stata messa a punto una nuova tecnica, la polymerase
chain reaction, in grado di moltiplicare a piacere frammenti di DNA e di
fornire grandi quantità di materiale genetico, indispensabile per poter
conoscere con precisione la sequenza delle basi. Oggi, quindi, per molte analisi
basta il DNA contenuto in una goccia di sangue, in un capello, in una traccia di
saliva. Queste tecniche di diagnosi possono venire applicate non solo a tutte le
malattie ereditarie, ma anche a molte altre malattie, dette “multifattoriali”,
che non sono specificamente genetiche ma che hanno comunque una forte componente
ereditaria, come molte patologie cardiovascolari, il diabete, l'ipertensione, le
anomalie lipidiche, le malattie della parete arteriale e alcuni tipi di cancro,
come quello indotto dalla poliposi del colon.
L'identificazione dei geni, o della combinazione di geni, responsabili di
queste patologie è una delle sfide della biologia molecolare moderna applicata
alla medicina. Infatti, ancora oggi le malattie multifattoriali sono difficili
da prevedere, perché oltre a identificare tutti i fattori di rischio che
possono facilitare l'insorgere della malattia, bisogna cercare dei geni
candidati, esaminando accuratamente i pazienti che presentano le patologie
analizzando il patrimonio genetico delle loro famiglie, e, infine, capire le
interconnessioni tra genetica e fattori di rischio e i meccanismi che le
regolano.
La prevenzione primaria dei
difetti congeniti da cause genetiche dovrebbe tendere a ridurre il tasso di
mutazione, a prevenire il concepimento di individui mutanti, a prevenire la
mutagenesi embrionale, a correggere la mutazione e a individuare i soggetti a
rischio genetico. Di conseguenza la strategia preventiva è oggi orientata su
due fronti. Da un lato si cerca di individuare per ogni malattia un trattamento
specifico in grado di impedire lo stabilirsi di un difetto o di una disabilità
permanente; dall’altro vi è la tendenza a eliminare il più precocemente
possibile gli individui portatori di malattie o difetti incompatibili con la
sopravvivenza a breve o medio termine, o comunque destinati a produrre handicap
considerati umanamente inaccettabili.
La diagnosi prenatale è nata proprio come strumento di selezione di
individui affetti da malattie come quelle cromosomiche ( oggi ne sono state
identificate più di 200 e il loro numero è in costante aumento) per cui non
era e non è prospettabile a breve scadenza alcun tipo di cura. Un passo avanti
nella diagnosi prenatale è stato compiuto con l'anticipazione di questa
all'ottava settimana mediante lo studio dei villi coriali. Il perfezionamento e
l'integrazione con altre tecniche di diagnosi prenatale (ecografia fetale,
fetoscopia ecc.) consentono, inoltre, di fare una diagnosi molto precoce di
numerose condizioni patologiche. Nei prossimi anni il loro numero sicuramente
aumenterà grazie al perfezionamento delle tecniche basate sul DNA ricombinante.
La diagnosi prenatale costituisce un servizio medico-sociale di grande rilevanza
a livello individuale e familiare, che può e deve essere prestato, soprattutto
in caso di accertato rischio per garantire alla coppia il diritto di avere un
figlio sano. La scelta di quale strategia adottare, in caso di accertamento di
alterazione cromosomica dipende dalla nostra possibilità di fare una diagnosi
prima che si sia stabilita una disabilità permanente e di intervenire nella
sequenza fisiopatologica che determina il danno. Qualora non si realizzino
queste condizioni l'opzione sarà per lo più quella della selezione che, per
motivi etici e pratici, deve essere attuata con la diagnosi prenatale precoce.
Nonostante ciò la scelta di una strategia preventiva non è così
automatica. Essa dipende da valutazioni soggettive relative al danno o alla
disabilità causa di handicap umanamente intollerabile; ciò dipende, più che
dall'entità e dalla tipologia del danno, dalla “reazione sociale” al danno
stesso le cui variabili sono quanto meno imprevedibili. La scelta dell'epoca in
cui va posta la diagnosi di una patologia passibile di trattamento dipende
essenzialmente dal momento, prenatale o post-natale, in cui si instaura la
conseguente disabilità. È su queste basi che è stata proposta l’estensione
della diagnosi post-natale precoce delle più comuni malformazioni, come ad
esempio la displasia dell'anca e l’effettuazione di screenings che consentono
la prevenzione perinatale di gravi difetti congeniti.
Esistono oggi infine concrete
possibilità di terapia fetale per quei difetti congeniti per i quali non esiste
un soddisfacente approccio terapeutico post-natale in quanto il danno funzionale
si instaura già prima della nascita, oppure per quei difetti che possono
interferire con il parto. Non è azzardato affermare che esistono ormai una
patologia medica e una patologia chirurgica fetale, sia pur in gran parte
sperimentale. In questa prospettiva la diagnosi prenatale perde la connotazione
strettamente selettiva per diventare una diagnosi in senso più propriamente
clinico, in quanto applicata a un vero e proprio paziente. Come è evidente la
diagnosi prenatale, affinatasi enormemente con l’ampliamento della conoscenza
del genoma pone gravi questioni etiche. Basti pensare alla diagnosi della corea
di Huntington o di una predisposizione al cancro, entrambi mali per i quali è
verosimile ipotizzare una efficace cura nei prossimi decenni ma che potrebbero
spingere oggi i genitori a chiedere la soppressione del nascituro.
La
terapia genica
La modifica mirata del DNA di un essere umano al fine di curare una forma
patologica, la cosiddetta “terapia genica”, si articola in due livelli: la
linea somatica, che corrisponde a tutte le cellule che formeranno poi gli organi
dell'organismo adulto e la linea germinale, responsabile della formazione dei
gameti. È essenziale ricordare che nello sviluppo dell'embrione e poi
dell'organismo, dal momento in cui avviene questa separazione di linee, non vi
è alcuna comunicazione tra linea somatica e linea germinale. In altre parole,
le modifiche acquisite dal DNA delle cellule somatiche non verranno trasmesse
alla progenie in quanto questa modifica non viene comunicata in alcun modo alle
cellule germinali.
Gli attuali interventi in terapia genica vengono effettuati grazie alla
possibilità di isolare e moltiplicare indefinitamente singoli geni di organismi
superiori all'interno di microrganismi batterici (il cosiddetto “clonaggio
molecolare”). Infatti, frammentando un pezzettino di DNA di un organismo,
anche completamente diverso, con un enzima di restrizione, tutti gli estremi
risultano uguali, e quindi compatibili. Possono così essere formate delle
molecole ibride, in parte batterio e in parte DNA dell'organismo diverso che si
vuole isolare, clonare e analizzare.
Come è ovvio, l’irrompere sulla scena della genetica molecolare e,
quindi della possibilità di manipolare il corredo genetico dei gameti ha ridato
fiato ai fautori di un “miglioramento” della specie umana; una strada che
suscita non pochi problemi etici come dimostrato dalle polemiche scaturite
all’indomani del clamoroso intervento di terapia genica effettuato, il 14
settembre 1990, su una bambina con grave immunodeficienza. In quel caso, la
mancanza di un singolo gene strutturale recessivo in cellule a marcata attività
proliferativa, determinava una deficienza di adenosino-deaminasi nei linfoblasti,
felicemente risolta con reintroduzione di cellule opportunamente trattate. Va da
sé che l’intervento, che ha permesso alla bambina di vivere una vita normale,
è stato, quasi unanimemente, salutato positivamente anche se non pochi
ricercatori hanno espresso preoccupazione perché il preannunciato estendersi di
una terapia alle cellule germinali umane, rischia, in nome di un
“miglioramento della specie umana” di compromettere l’identità genetica
della specie spianando la strada a conseguenze potenzialmente catastrofiche.
Di riflesso va detto che solo le tecniche di DNA ricombinante danno
qualche speranza per curare malattie genetiche che, in molti casi si traducono
in una precoce condanna a morte o in un calvario di inenarrabili sofferenze. I
“classici” strumenti terapeutici disponibili per il trattamento delle
malattie genetiche risultano, infatti, abbastanza limitati e sono
progrediti in misura molto modesta negli ultimi vent'anni. Solo alcuni
errori del metabolismo possono essere controllati da una terapia sostitutiva
della proteina o dell'enzima mancante o impedendo l'accumulo di un metabolita
tossico mentre i presidi farmacologici in genere sono scarsamente efficaci,
determinando una completa normalità somatica solo in una limitata percentuale
di condizioni. Gli sviluppi della biologia molecolare hanno, quindi, fornito gli
strumenti per tentare un nuovo approccio a queste malattie attraverso un
intervento diretto sui geni mutanti. Invece di intervenire sulle anomalie
metaboliche che un difetto genetico comporta (spesso attraverso processi poco
conosciuti ) si è progettato di correggere il difetto mediante l'introduzione
di un gene normale. E’ stato questo il caso
dell’ormai famoso impianto nel midollo osseo di cellule modificate
geneticamente effettuato nel 1992 al National Institute of Health intervenendo
sulle cellule staminali pluripotenti capaci di replicarsi e di differenziarsi
dopo il trapianto.
Un settore dell’ingegneria genetica particolarmente affascinante per
chi scrive queste righe - che è un virologo - è dato dall’utilizzo di
vettori retrovirali; virus, cioè, manipolati geneticamente in modo da
spogliarli delle loro caratteristiche infettive. Lo studio di questi vettori è
partito da una serie di osservazioni sui virus tumorali che si integrano nei
genoma della cellula ospite ed inducono l'espressione di geni “non self” in modo efficiente e stabile. Questa caratteristica li
rende vettori ideali per una terapia genica. Per comprendere le varie fasi della
manipolazione di un retrovirus occorre tener presente la sua struttura e il suo
ciclo replicativo. Il retrovirus è costituito da un “core”
e da un “envelope” glicoproteico. Il virus si lega alla cellula bersaglio
mediante recettori specifici presenti nell'“envelope”.
Quando avviene l'infezione il genoma virale viene trasferito nella cellula ed
avviene l'integrazione nel genoma della cellula ospite come provirus. Il ciclo
virale si conclude con la gemmazione dalla membrana cellulare di nuove
particelle che possono interagire con il genoma della cellula ospite, ma non
sono in grado di moltiplicarsi e di propagare un'infezione. Tra l’altro,
l'identificazione di antigeni tumorali specifici contro i quali può essere
indotta una risposta immune ha suggerito la possibilità di eseguire una specie
di vaccinazione antitumorale. E' possibile, infatti, trasferire, in particolari
cellule del sistema immune alcune molecole che inducono una risposta immune
contro il tumore, permettendo così di progettare protocolli basati su di un
sistema di immunizzazione in vitro o in vivo contro le cellule tumorali.
Attualmente alcuni ricercatori stanno lavorando per manipolare virus
particolari, ad esempio quelli del raffreddore, per trasportare nelle cellule
polmonari dei geni che servano a produrre sostanze utili per combattere malattie
croniche dei polmoni; oppure dei virus neurotropi, che hanno affinità per le
cellule nervose, per modificarne la funzione alterata da malattie invalidanti
del sistema nervoso. Ovviamente, l’utilizzo dei vettori retrovirali, anche se
manipolati geneticamente, non è priva di pericoli e deve essere percorsa con
estrema prudenza non esistendo la sicurezza che tali virus non scambino
informazioni con altri virus, latenti nel nostro organismo, dando origine a
forme virali diverse, imprevedibili, in grado di diffondere quello specifico
intervento di terapia genetica ad altri uomini o addirittura di produrre una
catastrofe biologica su scala planetaria.
Ma parlando di virus non è possibile non accennare al virus HIV, come è
noto, responsabile dell’AIDS contro il quale, attualmente, si sta
sperimentando una strategia di terapia genica che prevede
l’inserimento di un gene di resistenza in grado di inibire la
replicazione virale.
Un monito da Asilomar
In una cittadina della California, Asilomar, fu tenuta nel 1975 una
conferenza tra i maggiori biologi e genetisti del tempo, che si concluse con una
risoluzione sotto certi aspetti sbalorditiva: si chiedeva al National Health
Institute, il principale ente finanziatore della ricerca negli Stati Uniti, di
sospendere ogni ricerca sugli esperimenti di ingegneria genetica. Questa
clamorosa richiesta nasceva a seguito del ritiro dal settore della ricerca di
uno dei più brillanti scienziati del tempo, J. Shapiro, che aveva fatto notare
i pericoli insiti nella manipolazione del materiale genetico. Nonostante questo
e altri moniti, le ricerche nel campo dell’ingegneria genetica, lungi dal
conoscere un rallentamento, hanno conosciuto un incremento che difficilmente
trova riscontri in altri settori della ricerca scientifica.
Basti pensare che, fino a non più di dieci anni fa, le tecniche del DNA
ricombinante avevano già trovato applicazioni molto estese nell'analisi
genetica dei virus e dei batteri, ma la dissezione dei geni degli eucarioti era
appena agli inizi ed esistevano solo degli accenni di ciò che sarebbe dovuto
accadere. I1 concetto di gene come filamento continuo di DNA era stato demolito
in seguito dalla scoperta degli introni, ma l’esatta natura dell'RNA e i geni
contenuti in altri geni erano ancora da scoprire. L'identificazione degli
oncogeni cellulari sembrava promettente per la comprensione del cancro, ma i
loro meccanismi d'azione, e l'esistenza di geni soppressori del tumore, erano
ancora oggetto di mera speculazione. Si stava analizzando a livello molecolare
un gruppetto di malattie genetiche, ma l'isolamento dei geni ad esse correlati e
lo sviluppo della terapia genica erano ancora di là da venire.
Eppure, già una decina d'anni fa, i traguardi raggiunti dalla genetica
molecolare apparivano fantastici considerando che questo settore della ricerca,
che allora non aveva neanche venti anni di vita, stava già schiudendo le porte
che custodivano lo scrigno delle specie viventi. Da allora, come già detto, i
progressi scientifici sono stati giganteschi. Non così la comprensione delle
potenzialità e dei rischi dell’ingegneria genetica da parte di un’opinione
pubblica spesso in balìa degli umori dei mass media.
Non abbiamo certo qui la presa di dire una parola definitiva sui problemi
etici che suscita l’ingegneria genetica e in particolare il Progetto Genoma.
Ma è possibile, a mò di conclusione, accennare a due questioni che devono
divenire argomento di dibattito per noi tutti.
La prima riguarda la mera conoscenza del genoma e le applicazioni che sta
avendo in campi quali la medicina legale. Certo, la creazione di banche dati
dove sono immagazzinati i genomi di alcune categorie di criminali ha permesso,
in alcuni casi, di risalire rapidamente ad autori di stupri, ma cosa succederà
quando queste banche dati si estenderanno a tutta la popolazione, (come già sta
cominciando a profilare per gli Stati Uniti)? Non c’è forse il rischio di
vedersi chiedere l’esibizione del “certificato genico” prima di un
matrimonio o di un’assunzione, con la possibile definitiva esclusione dai
processi produttivi o dai rapporti sociali? E ancora. Il sapere di essere
geneticamente predisposti a contrarre una malattia, poniamo il cancro, favorirà
una accorta profilassi o non
spingerà, invece, verso una
disperata solitudine?
La seconda questione riguarda i traguardi della terapia genica.
Attualmente i protocolli di ricerca dei principali centri di bioingegneria
escludono dalla definizione di terapia genica ogni intervento sul genoma umano
di natura eugenetica, mirante cioè a predeterminare e/o migliorare per fini non
terapeutici caratteristiche umane quali, ad esempio, comportamento, intelligenza
o tratti fisici, ma è probabile che nei prossimi anni questi limiti (giusti
secondo il nostro punto di vista) verranno valicati essendo le metodologie di
intervento già abbastanza avanzate. Esiste, tra l’altro, il rischio che il
confine tra la variabilità fisiologica e quella patologica soprattutto per ciò
che riguarda il comportamento e quindi le innovazioni e gli interventi nel campo
delle neuroscienze venga superato dalla tecnica del DNA ricombinante. Ma fino a
che punto, si domandano in molti, è
lecito separare lo stato di tonica esaltazione di alcune persone da uno stato di
maniacalità o di comportamento paranoide? Non esiste il rischio di considerare
patologici alcuni aspetti delle differenze individuali, di etichettare ogni
aspetto della variabilità come devianza? E non c'è rischio che la possibilità
di conoscere sin dai primi stati embrionali ciò che saremo, o meglio ciò che
potremmo essere, induca la società a programmare dei figli perfetti, non
soltanto privi di potenziali malattie ma anche di aspetti negativi, imboccando
in tal modo la strada di un'eugenica gravida di minacce nei riguardi del
significato stesso dell'essenza umana?
Oggi, accanto ai formidabili vantaggi
diagnostici e terapeutici insiti nella conoscenza del genoma umano, si profilano
dilemmi totalmente nuovi rispetto al passato che suscitano apprensioni, paure,
polemiche e che pongono lo scienziato di fronte a stridenti problemi etici. La
conoscenza del genoma, infatti, pone in crisi quella dicotomia classica che ha
tradizionalmente opposto i sostenitori di una morale naturale ed eterna ai
sostenitori di una morale aperta ai cambiamenti; di conseguenza questi nuovi
sviluppi della biologia scardinano valori e punti di riferimento tradizionali,
producendo innovazioni talmente nuove da porsi, in molti casi,, al di fuori
degli schemi precedenti.
La possibilità di manipolare il genoma dell’Uomo, come mai era stato
concesso prima, pone nelle nostre mani una immensa responsabilità e delinea un
futuro gravido sia di scenari radiosi che di catastrofe. Le innovazioni e gli
sviluppi nel campo della biologia sono inoltre talmente rapidi da precedere
spesso approfondite riflessioni e scelte consapevoli, cosicché non sono
soltanto le singole novità e trasformazioni a suscitare paura ma anche il modo
improvviso e subdolo attraverso cui esse si diffondono, al di fuori di un reale
controllo della collettività. La velocità che caratterizza la crescita della
conoscenza del genoma e degli strumenti per manipolarlo impone perciò una
riflessione sui limiti di alcuni interventi e soprattutto sull'importanza di
esercitare delle chiare scelte etiche, che possono comportare possibilità ed
opzioni che, pur essendo disponibili, non devono necessariamente essere adottate
passivamente.