Medicina e Bioetica: per informarsi, capire, discutere…

Giulio Tarro

Giulio Tarro

 

Nuovi sviluppi della lotta al cancro

Nel 1996 nell'Unione europea si stimavano a 1.292.000 i casi di tutte le forme di cancro diagnosticate, esclusi i cancri cutanei non melanomatosi: questo flagello si ripartisce quasi equamente tra i due sessi con 647.000 nuovi casi di cancro negli uomini e 645.000 casi di cancro nelle donne. Negli uomini le principali forme di cancro sono risultati il cancro dei polmoni (141.500 casi), il cancro del colon e del retto (80.200 casi), il cancro della prostata (76.100 casi) ed il cancro dello stomaco (46.700 casi). Nelle donne le forme principali di incidenza del cancro sono risultate il cancro del seno (157.000), il cancro del colon e del retto (89.200), il cancro dei polmoni (33.900) ed il cancro dello stomaco (33.800). Inversamente al cancro dello stomaco, che registra una tendenza verso il basso nella sua incidenza, tutti gli altri cancri continuano ad aumentare, ad eccezione del cancro dei polmoni dove il rischio per gli uomini più giovani in taluni paesi risulta essersi stabilizzato.

La lotta al cancro (tra l’altro, il nostro Paese è al terzo posto nel mondo, dopo Stati Uniti e Giappone per impegno di ricerca) vede quotidianamente impegnati decine di migliaia di ricercatori e istituti; arduo, quindi, sintetizzare una tale mole di studi. Limitiamoci perciò ad accennare ai principali filoni di ricerca, tenendo presente che in Italia la percentuale annuale di mortalità per cancro oggi è del 27,2% (146.794 morti) l'anno rispetto al 23 % di qualche anno addietro. I dati riportati sulla localizzazione dei tumori causa di morte sono rimasti ancora sostanzialmente attuali come d'altra parte le percentuali di sopravvivenza di almeno 5 anni a tumori di varia localizzazione.

Parallelamente all’immissione di nuovi farmaci, (come il <Men10755>, derivato dalla doxorubicina), particolarmente promettente appare la strada dei vaccini, (come quello costituito da un anticorpo definito BEC2 e da batteri detti BCG); vi è poi il settore dei trapianti (quello di fegato sembra offrire la soluzione ideale per chi soffra di cirrosi e contemporaneamente sia colpito da un carcinoma del fegato di piccole dimensioni) la fotochemioterapia e diagnosi per fluorescenza dei tumori (che sfrutta la proprietà di un agente chimico fotosensibilizzante di localizzarsi preferenzialmente nel tessuto neoplastico e di funzionare da trasduttore di energia luminosa in energia chimica), l’immunoterapia (per esempio, la scoperta di una proteina liberata dai tumori umani - TLP - che, possedendo caratteristiche immunogene e mitogene specifiche e facendo parte integrante della dotazione antigenica della cellula neoplastica, può essere validamente preso in considerazione per approcci oncoimmunoterapeutici) e, infine, l’ingegneria genetica.

Soffermiamoci su questo ultimo settore di ricerca, ricco di potenzialità e che solleva una serie di considerazioni morali, politiche e filosofiche riconducibili al termine “bioetica”.

Non a caso, il termine bioetica è stato coniato da un oncologo: Van R. Potter, autore nel 1971 del libro “Bioethics. Bridge to the Future”, sull'inopportunità di un accanimento terapeutico su malati in fase terminale. Mai come nell’Oncologia, infatti, al medico si pongono problematiche che travalicano lo stretto ambito sanitario per diventare quesiti di fondo sul valore della vita del paziente e sul rapporto di questa con la società. I costi delle cure, le sofferenze che queste comportano, le aspettative che suscitano, lo stesso logorio al quale sono sottoposti i familiari del paziente... diventano tutti elementi che, inevitabilmente, suscitano laceranti decisioni e possono spingere a drammatiche scelte. Negli ultimi anni l’irrompere, anche nel campo dell’Oncologia, delle terapie geniche, soprattutto delle strategie preventive rese possibili da una manipolazione del DNA, ha posto ulteriori dilemmi quali la responsabilità della Scienza verso le generazioni future, la violazione dell’identità della specie umana, la dinamica incontrollabile che potrebbe scaturire da questa manipolazione, che non possono essere esclusivamente affidate alle caste degli scienziati ma devono diventare momento di riflessione e di dibattito dell’intera società.. Ma prima di inoltrarci nella disamina di questi punti è necessario un rapido accenno al problema cancro.

Come già detto, l’apparente aumento percentuale del cancro come causa di morte si spiega con la quasi scomparsa della mortalità per malattie infettive e con l’allungamento della durata media della vita. In realtà, soprattutto nell’ultimo decennio, la terapia antitumorale ha fatto, passi da gigante rendendo curabili tumori che fino a poco tempo fa erano delle condanne senza appello, prolungando (in molti casi di decenni) la sopravvivenza nei colpiti da neoplasie più gravi, mentre nuove tecniche diagnostiche permettono di segnalare l’insorgere del male nella sua fase iniziale e quindi più facilmente affrontabile.

È da sottolineare, comunque, che questa crescita della diagnostica e della terapia antitumorale ha un costo cresciuto mediamente del 400% negli ultimi quindici anni e che deve essere rapportato alla crescente incidenza della spesa sanitaria che ha raggiunto ormai 1'8% del Prodotto Interno Lordo in Europa e 1'11% negli USA (mentre è ancora il 4% nei paesi in via di sviluppo) e, di questo passo, toccherà nel 2000 il 10% nel mondo ed il 15% negli USA. Va da sé che questa spirale non può proseguire a lungo in quanto i miracoli della moderna medicina crescono più rapidamente delle risorse pubbliche per finanziarli e infiniti bisogni di salute, specialmente tra gli anziani, si scontrano contro finite risorse.

Negli USA alcuni stati hanno tratto le conseguenze da questa analisi e, recentemente, nell'Oregon, il Ways and Means Committee (Comitato per il reperimento e l'utilizzazione dei fondi), come primo atto della sua istituzione, ha negato i fondi al programma di trapianti d'organo (midollo osseo, cuore, fegato, pancreas, con l'eccezione di rene e cornea, che hanno un favorevole rapporto costo/beneficio), con la motivazione che si doveva scegliere tra l'estensione della copertura dei bisogni basali di assistenza sanitaria a 1500 persone non ancora coperte (tra cui donne in gravidanza e bambini di famiglie indigenti) ed il finanziamento di 34 interventi di trapianto. Il Comitato, infine, è giunto a negare un trapianto di midollo ad un bambino di sette anni malato di leucemia linfoblastica acuta (poi trapiantato grazie ad una sottoscrizione pubblica), suscitando una polemica su scala nazionale, dalla quale è comunque emerso il concetto, formalmente condiviso da tutti, che, essendo le risorse non illimitate, esse devono essere usate nel modo più razionale e, certamente, si può discutere sui criteri di scelte, ma le scelte devono essere fatte, senza preclusioni per nessuna. Questa, indubbiamente spietata, premessa è fondamentale per affrontare l’argomento degli strumenti diagnostici e delle terapie antitumorali, che, riguardano una popolazione sempre più anziana e che vedono l’irrompere sulla scena della quasi completa conoscenza del genoma umano, decifrato ormai per il 75 per cento. Fatto che autorizza a supporre ,per la fine del prossimo decennio, la possibilità di identificare tutte le circa cinquemila malattie genetiche conosciute tramite test di laboratorio relativamente semplici. Ma, come sempre avviene, l'avanzamento della conoscenza implica un riaggiustamento dei codici di comportamento e impone problemi etici di non facile soluzione.

 

 

La diagnostica genetica del cancro e le sue implicazioni bioetiche

 

Fino a qualche anno fa la diagnostica del cancro si basava sostanzialmente sull’utilizzo dei markers tumorali: sostanze, cioè, capaci di identificare la presenza di un tumore quando questi é ancora di dimensioni microscopiche. La scoperta di questi indicatori ha rappresentato una tappa fondamentale nella lotta contro il cancro, essendo stato possibile utilizzare i markers per la diagnosi precoce, per la recidiva e le metastasi, nonché per identificare la prognosi, la sede del tumore e il monitoraggio della terapia.

L’irrompere sulla scena delle biotecnologie e, soprattutto, del Progetto Genoma ha, comunque, rivoluzionato il campo della diagnostica permettendo di identificare geni e aree del DNA che regolano la predisposizione ad alcuni tumori. I casi più noti sono certamente l’identificazione di anomalie nei geni XPF, p53 e nel gene FHIT situato, quest’ultimo, sul cromosoma 3 e coinvolto nella genesi di molte forme di tumore polmonare, in particolare quello a grandi e a piccole cellule epiteliali. Di particolare interesse risultano le implicazioni sociali di questa ultima scoperta in quanto l’azione dell’anomalia genetica si esplicherebbe , in presenza di cancerogeni ambientali, in particolare il fumo di sigaretta. Se, come è probabile, questa scoperta determinerà la diffusione di test per diagnosticare questo tipo di anomalia genetica, sarà possibile, tra non molto, concentrare una campagna di informazione e di responsabilizzazione sui rischi del fumo alle persone “ad alto rischio”.

Problematiche diverse pongono, invece, i test diagnostici di anomalie genetiche, potenziali fonti di neoplasie per le quali risulta impossibile una profilassi come, ad esempio il test finalizzato all’identificazione dell'oncogene Pml che sembrerebbe connesso all’insorgere della leucemia promielocitica e, ancora peggio, per forme neoplastiche per le quali ancora oggi, non esistono efficaci cure. In questo caso, la persona alla quale è stata diagnosticata una predisposizione al male potrebbe interpretare questa come una inevitabile condanna a morte, con il conseguente scatenarsi di ansie e gravi malattie psicosomatiche. L’imminente commercializzazione e diffusione su vasta scala di questi test diagnostici pone, quindi, gravi problemi di ordine etico e morale quali, ad esempio, se sia opportuno diagnosticare con largo anticipo la probabilità di cancro senza, però, che ci sia la possibilità, almeno per adesso, di intervenire per porvi rimedio. Non abbiamo qui la pretesa di definire un parere definitivo ma ci sembra interessante il punto di vista espresso da Renato Dulbecco, premio Nobel e coordinatore del Progetto Genoma, "Io penso che sia sempre meglio sapere che non sapere. Una persona che abbia la vita segnata da un errore genetico che sappiamo si manifesterà, per esempio, a quarant'anni, deve sapere che cosa gli succederà, se non altro per organizzare la sua esistenza". Una posizione certamente condivisibile anche se va detto che la diffusione dei test genetici finalizzati ad identificare la predisposizione a neoplasie contribuirà ad aggravare la già problematica situazione denunciata nel 1992 dalla Consulta laica di Bioetica che evidenziava come l’eccesso di diagnosi favorito dai mass media e, in qualche caso, dalla deresponsabilizzazione del medico curante (basti pensare a quella che è stata l’impennata delle richieste di TAC o di Doppler che vengono pretese anche a seguito di banali cefalee o sintomi vertiginose) sia oggi uno dei più gravi problemi che affligge il Servizio sanitario nei paesi industrializzati.

Già oggi negli Stati Uniti il mercato dei test diagnostici per accertare la predisposizione a neoplasie ha conosciuto un vero “boom” e sta diventando una vera “mania” mentre l’assoluta mancanza di regolamentazione in questo campo sta facendo spuntare come funghi moltissimi laboratori di test genetici “antitumorali”. Negli USA il compito di emanare queste norme, apparterrebbe alla FDA, Federal Drug Administration, ma i loro portavoce si defilano dichiarando che per il momento non c'è in programma nessuna iniziativa per regolare i test genetici, i quali, ribadisce l’FDA, vengono fatti in seguito a una libera scelta degli interessati. Una constatazione certamente veritiera ma il problema è che spesso i risultati di quei test si limitano a formulare diagnosi di nessuna utilità pratica del tipo “nei prossimi 20 anni lei ha 40 probabilità su 100 di contrarre un cancro al seno” finendo così per spaventare inutilmente o di rassicurare al di là del lecito coloro che vi si sottopongono.

La stessa diffusione di diagnosi prenatali di anomalie genetiche potenziali fonti di neoplasie, come quella interessante il gene APC predisponente alla poliposi familiare e quindi al cancro del colon- retto o il gene BRCAL predisponente al cancro della mammella, pone all’intera società dei problemi che travalicano le pur sofferte scelte dei genitori. Se da una parte risulta, infatti, improponibile un orientamento eugenetico mirante, cioè, a stroncare sul nascere ogni feto marcato da queste anomalie (che, è bene ricordarlo, non sono una inevitabile e inappellabile condanna a morte) d’altra parte, per quanto detto sui crescenti costi della spesa sanitaria, risulta pure indispensabile una valutazione su quanto l’accettazione di una persona marcata da gravi predisposizioni peserà in termini economici, drenando, cioè, ingenti risorse che potrebbero essere impiegate meglio in altri settori della spesa sanitaria. In questo senso risulterebbe indispensabile definire quello che potrebbero essere per i prossimi decenni il rapporto costo/benefici di specifiche terapie o profilassi antitumorali: un calcolo certo difficile ma che potrebbe permetterci di definire alcune linee guida per porre in essere scelte comunque sofferte. Questo discorso, già drammatico, conosce poi una accentuazione se si considera l’emergere, in tutti i paesi industrializzati, a fianco di un sempre più mastodontico e inefficiente servizio sanitario pubblico, di un servizio sanitario privato basato sulle assicurazioni private, che, nel nostro Paese, sono già più di 800 mila.

Com’è noto l’emergere di affidabili test diagnostici basati sull’analisi cromosomica, soprattutto negli Stati Uniti, sta sconvolgendo il settore delle assunzioni di personale e contro una indagine a tutto campo da parte dei potenziali datori di lavoro stanno insorgendo, giustamente secondo il nostro parere, numerose organizzazioni sindacali e ambientaliste. Riteniamo infatti che, così come non sia giusto effettuare una preventiva discriminazione ideologica del personale da assumere, non sia giusto condannare alla perpetua disoccupazione ed emarginazione persone marcate da una più accentuata probabilità di contrarre neoplasie. Già il fatto di escludere dai candidati all’assunzione fumatori suscita non poche perplessità ma, addirittura, pretendere che questi esibiscano una sorta di “libretto sanitario genetico” finisce per scaricare sull’intera società i costi di un rischio che dovrebbe contraddistinguere, invece, ogni attività imprenditoriale. Contro questa crescita indiscriminata dei test diagnostici propedeutici alle assunzioni sono insorte istituzioni prestigiose come l'American Society for Human Genetics e il National Action Plan on Breast Cancer che hanno chiesto al Parlamento di intervenire prima che sia troppo tardi e facendo proprie le affermazioni di Francis Collins, direttore del National Center for Human Genome Research hanno, giustamente ribadito che, poiché nessuno può scegliere i propri geni, nessuno deve essere discriminato sulla base del patrimonio genetico.

Un discorso più articolato è invece quello delle assicurazioni. Già ora gli assicuratori richiedono una visita medico-legale prima di stipulare una polizza ma questa, almeno fino a oggi, si limitava ad un accertamento dello stato di salute momentaneo. L’irrompere sulla scena di test diagnostici genetici capaci di accertare le probabilità dell’insorgere di neoplasie ha sconvolto questa situazione e rischia di emarginare individui contraddistinti da un problematico quadro genetico. Dal canto loro, la maggior parte degli assicuratori sottolinea che, basando i prezzi delle polizze su elementi statistici, l’emarginazione da queste di soggetti ad elevato “rischio cancro” potrebbe garantire polizze meno costose e, quindi più accessibili alla maggior parte dei cittadini. Come si vede si tratta di posizioni estremamente divergenti ma che potrebbero essere in parte conciliate se, così come è stato recentemente proposto, lo Stato intervenisse coprendo una parte delle polizze assicurative per i soggetti particolarmente a rischio.

 

La terapia genetica

 

Com’è noto le ricerche in corso tentano di sostituire nella cura del cancro alla terapia chimica, spesso poco efficace e determinante gravi effetti collaterali, una terapia biologica mirata. Tra i molteplici approcci di quest’ultima, il più promettente cerca di introdurre nelle cellule cancerose un gene in grado di accelerarne l'apoptosi e cioè il meccanismo che scandisce la durata della vita. L'apoptosi rappresenta il principale meccanismo di eliminazione naturale delle cellule nel corso di processi fisiologici, quali lo sviluppo embrionale e il turn-over dei tessuti adulti, svolgendo una funzione omeostatica, ossia di autoregolazione, di mantenimento d'un equilibrio interno stabile, nonostante il variare delle condizioni esterne ed è essenziale in numerosi processi fisiologici quali, ad esempio, lo sviluppo ed il funzionamento del sistema immunitario. La regolazione dell'apoptosi dipende dalla partecipazione di molti geni già identificati, corrispondenti a due classi opposte: i geni pro-apoptosici, che agiscono favorendo l'apoptosi, ed i geni anti-apoptosici o di sopravvivenza, che si oppongono. L'apoptosi è dunque un intreccio di forze antagoniste interagenti. È interessante notare a tal proposito che la trasformazione maligna d'una cellula e il conseguente sviluppo d'un tumore risultano da una successione di mutazioni di geni, presenti normalmente in tutte le cellule, disregolanti il programma delle funzioni cellulari essenziali. Di estremo interesse è che taluni di essi sono stati identificati come geni pro-apoptosici (c-myc, p 53) o anti-apoptosici (bcl 2), e si è visto che sono presenti nella maggior parte dei tumori. Questo significa che possono aversi situazioni per cui cellule sopravvivono anziché morire per apoptosi e mentre questa può costituire una difesa cellulare contro il tumore, la resistenza all'apoptosi può portare ad una popolazione cellulare con un potenziale di sopravvivenza anormalmente elevato, e tale sopravvivenza aberrante può contribuire allo sviluppo d'un tumore. La regolazione dell'apoptosi è, dunque, un aspetto importante della cancerogenesi. Da qui l’importanza dell’identificazione e successivamente manipolazione dei processi che regolano questa funzione.

L’inserimento di materiale genetico manipolato nelle cellule tumorali può avvenire utilizzando un virus. Per raggiungere il successo è, comunque, necessario che questo virus, anch’esso manipolato con le tecniche di ingegneria genetica, operi selettivamente, per distinguere le cellule maligne da quelle sane, e che sia sufficientemente potente, in modo da infettare il maggiore numero possibile di cellule maligne. Qualche tempo fa è stata scoperta una proteina, codificata dall'oncogene Met, che è risultata essere prodotta dalle cellule di molti tumori in quantità anormale. Essendo esposta alla superficie delle cellule maligne in abbondanza, questa proteina può essere sfruttata per risolvere il primo problema, se si riesce a costruire un virus capace di riconoscerla. Il secondo problema potrebbe essere stato, in parte, risolto dimostrando che è possibile utilizzare un retrovirus cui appartiene anche il temibile virus HIV, (ovviamente, opportunamente modificato in provetta e quindi incapace di replicarsi) per introdurre stabilmente geni estranei nell'interno delle cellule.

 Utilizzando questo sistema si possono prevedere soluzioni terapeutiche definitive per una serie di tumori e tentativi di introdurre geni sani al posto di geni malati sono stati fatti, con successo, negli animali e anche, su scala molto limitata, negli esseri umani. Ad una diffusione più ampia di questo tipo di terapia genica si oppongono considerazioni legate a una conoscenza ancora incompleta dei meccanismi di base che controllano l'insediamento di un nuovo gene. In particolare, il limite più serio alla diffusione di questo tipo di terapia sta nell'incapacità dei vettori genetici, strutture costruite in laboratorio sulla base di virus conosciuti e capaci di contenere il gene, di raggiungere il punto giusto in una cellula a riposo, cioè che non si divide. Questa incapacità dei vettori virali ha come conseguenza limitante il fatto che solo le cellule che proliferano velocemente, spesso in condizioni di coltura fuori dell'organismo, possono essere oggetto di terapia.

L'idea di partenza è figlia di una acuta osservazione, e cioè che il retrovirus  è capace di entrare nelle cellule umane che non si dividono e di mantenere a lungo un serbatoio di virus capaci di infettare altre cellule per tempi molto lunghi. Così fa il nuovo vettore, che differisce dal virus HIV per la sua incapacità di replicarsi anche se mantiene intatta tutta la capacità infettiva del virus di origine. Inserire nel vettore un gene è stato relativamente semplice e così integrare questo in un cromosoma della cellula ospite. Il vettore-navetta con il suo carico di informazione genetica entra in cellule a riposo per definizione come le cellule nervose e le rende bersaglio di una potenziale attività terapeutica. Si è così superato il principale limite dei vettori ora disponibili che potevano infettare soltanto le cellule in attiva proliferazione e si apre la via per rendere bersagli della terapia genica organi come il fegato, i muscoli, il cervello o le cellule di riserva del midollo osseo. Bersagli potenziali della terapia genica basata su questo vettore diventano così la distrofia muscolare, l'anemia mediterranea e moltissime malattie neurologiche. Nel mirino viene a cadere anche il cancro almeno in quei casi in cui il difetto genetico è stato chiaramente identificato. Per semplificare al massimo il problema, molte malattie, oggi incurabili, potranno essere rimosse con semplici somministrazioni di questo vettore carico di geni sani e munito dell'indirizzo corretto della cellula da aggredire. Non è il caso, comunque, di abbandonarsi a facili entusiasmi. Ci vorranno, infatti, alcuni anni per sperimentare nuove terapie basate su questo vettore, almeno venti (essenzialmente per ragioni di sicurezza e per mettere a punto i “mirini” adatti a inquadrare organi e cellule nelle quali sostituire parti di genoma - cioè complesso di geni - alterate) perché una tecnologia terapeutica di questo tipo venga a far parte del bagaglio medico. Come è stato fatto notare, abbiamo ora un'arma potentissima ma non abbiamo ancora le “pallottole magiche” indispensabili per abbattere con precisione nemici sfuggenti.

Un’altra articolazione della terapia biologica mirata punta a rafforzare le difese immunologiche dell’organismo. Questo tipo di approccio è stato sperimentato sul topo, incrociando animali resistenti al tumore al polmone e animali invece predisposti geneticamente al cancro. Si è scoperto così una regione protettiva del DNA, in pratica una sequenza “sentinella” preposta alla difesa dall'invasione del tumore polmonare, battezzata “Par1” e che ha sede nel cromosoma 11. La sua azione non è stata ancora completamente chiarita (probabilmente interviene un coinvolgimento diretto di un recettore dell'acido retinoico) ma pone comunque le basi per quel clonaggio del gene che potrebbe conferire una nuova resistenza genetica ai polmoni, in particolare nel caso di predisposizione ereditaria al cancro del polmone.

Nuove possibilità per la cura del cancro al polmone potrebbero derivare poi da un vaccino. Il termine “vaccino” può forse ingenerare qualche confusione e va ricordato che, nel caso del tumore, questo tipo di vaccini non servirebbero a prevenire la malattia quanto, piuttosto, a combattere le formazioni maligne già esistenti. Il vaccino antitumorale sulle quali maggiormente si appuntano le speranze dei ricercatori, anche se i risultati di questa tipo di ricerca sono in attesa di una sperimentazione più estesa, è costituito da un anticorpo definito BEC2 e da batteri ricombinati geneticamente detti BCG. I ricercatori hanno per ora sperimentato il vaccino nel melanoma e nel tumore polmonare “a piccole cellule”: due forme tumorali nelle quali la chemioterapia è servita finora soltanto a prolungare di poco, al massimo di 16 mesi, la vita del paziente. Invece l’impiego di questo vaccino da risultati molto più confortanti: a tre anni dall'inoculazione della nuova sostanza sei persone su sei affette da tumore polmonare sono ancora vive mentre, delle 14 affette da melanoma, ne restano in vita nove.

 

Implicazioni bioetiche nella terapia genetica

 

Le tecniche di manipolazione del DNA ci daranno, quindi, nel prossimo futuro, rimedi sempre più “intelligenti” e selettivi, nuove metodiche di manipolazione cellulare e terapie non più solo distruttive, ma anche “correttive” delle alterazioni funzionali delle cellule tumorali. Esistono, comunque, gravi questioni che devono essere attentamente analizzate soprattutto quando le manipolazioni genetiche connesse a terapie antitumorali riguardano le cellule germinali in cui, cioè, la correzione effettuata si trasmette alla discendenza del soggetto che subisce la terapia.

Vi è da dire, che le finalità eugenetiche della specie umana connesse a questo tipo di tecnica, con l’impossibilità di controllo delle dinamiche evolutive artificiali che si innescherebbero, l’impossibilità di definire quali caratteri coltivare, la creazione di una casta di “ingegneri della vita”, l’irrompere sulla scena di interessi dettati da motivazioni puramente speculative... rischiano di determinare conseguenze catastrofiche. Più in generale la terapia genetica germinale pone in evidenza la responsabilità della Scienza verso le generazioni future e la responsabilità nei confronti dell’equilibrio dell’ecosfera. Ma, mettendo da parte questo dibattito certamente affascinante, resta, comunque, il dilemma di che fare per sconfiggere il cancro. Di certo la ricerca sulla ricombinazione del DNA che trova anche una ricaduta nella fabbricazione di nuovi farmaci antitumorali (quali il Men10755 o il SCH 44342) resta una strada fondamentale e i rischi che questa ricerca comporta devono non già spingerci a precluderci inorriditi questo campo della Medicina, ma spingerci ad una nuova consapevolezza. Ma questo incamminarci verso il nuovo non deve farci dimenticare che, di pari passo con i progressi compiuti dalle tecniche di ingegneria genetica, sono cresciuti nell’Oncologia i successi delle terapie radianti e della chirurgia che sarebbe sbagliato considerare “sorpassate”.

La stessa prevenzione, di fronte ai miracoli dell’ingegneria genetica, rischia oggi di apparire “superata”. Non è così e molto ancora si può e si deve fare in questo campo che, oltre a non presentare rischi di sorta e avere un ottimale rapporto costo-benefici, può avere ottime ricadute anche nell’arginamento di altre patologie. Il principale problema che si frappone alla diffusione di questa è che, ancora oggi, il cancro viene visto dalla stragrande maggioranza della popolazione come una inappellabile condanna a morte, contro la quale, cioè, non è possibile fare alcunché. In realtà molto si potrebbe fare se questo atteggiamento fosse ridimensionato e il cancro divenisse argomento di informazione e di educazione nelle scuole, negli ambulatori nei luoghi di lavoro... Così come si sta facendo negli Stati Uniti dove si spera di salvare 200.000 persone all’anno dalla morte per cancro sviluppando una capillare campagna contro il fumo (responsabile della morte per cancro di 75.000 persone) sul miglioramento della dieta alimentare (20.000) e sulla diagnosi precoce dei tumori (105.000). Uguale discorso andrebbe fatto per la riqualificazione di un ambiente spesso causa di tumori.

 

 

Vai alla Home Page