Medicina e Bioetica: per informarsi, capire, discutere…

Giulio Tarro

Giulio Tarro

Fumo passivo: che fare?

La decisione del Consiglio dei ministri di promulgare un assoluto divieto di fumo in tutti i locali pubblici (inclusi ambienti quali carceri, stazioni ferroviarie, porti, ristoranti, bar, caserme, commissariati...) e di aumentare fino a tre milioni di lire le multe per le persone preposte a far rispettare questo divieto ha diviso il nostro Paese in due fronti agguerriti. Da una parte c’è chi spera che questa nuova legge, (che ci si augura venga applicata, a differenza della precedente) risparmi ai non fumatori di dover, loro malgrado, inspirare il dannoso fumo e riduca il terribile bilancio costituito dai 90.000 morti prodotti ogni anno dal fumo di sigaretta; dall’altra parte c’è chi fa notare come iniziative proibizioniste come queste finiscono per produrre il risultato opposto a quello voluto e citano l’esempio degli USA dove esasperate campagne antifumo e una legge analoga a quella oggi varata in Italia ha finito per provocare un aumento del consumo di sigarette del 40 per cento tra i giovani.

Per un medico (e non fumatore), quale io sono, risulta certamente difficile non sposare iniziative che limitino la diffusione del tabagismo; a mio parere, comunque, più che i divieti (che, tra l’altro, rischiano di avere lo stesso effetto delle “grida” manzoniane) o addirittura, fomentare una isterica “caccia alle streghe”, è necessaria una più precisa informazione rivolta prioritariamente ai fumatori o ai soggetti più esposti a contrarre questa pericolosa abitudine. In questo senso vuole andare questo mio contributo.

 

La “controversa” questione sui pericoli del fumo

Intanto qualche cifra. I fumatori in Italia, secondo gli ultimi dati che abbiamo a disposizione (Osservatorio sul fumo dell'Istituto Superiore di Sanità, 1999), sono circa 13 milioni, il 25,9% della popolazione adulta; del rimanente 74,1% di italiani, il 22,3% sono ex fumatori e il 51,8% non hanno mai fumato. Il consumo annuo di sigarette è variato negli anni in modo significativo, è andato via via crescendo passando da 48,3 miliardi nel 1960 (consumo annuo pro-capite 962, al giorno 2,6) al massimo storico ottenuto nel 1985 con 105,3 miliardi (consumo annuo pro-capite 1843, al giorno 5); successivamente si è avuto un decremento fino a raggiungere i 90,6 miliardi del 1996 (consumo annuo pro-capite 1589, al giorno 4,3). Attualmente il trend è in leggero calo anche se alcuni studi sembrerebbero registrare un preoccupante aumento del consumo di sigarette tra i giovani e i giovanissimi. Nel 1997, in Italia fumava il 32,4% degli uomini e il 19,8% delle donne e complessivamente il 30,5% dei giovani fra 18 e 24 anni. Si fuma di più al nord est con il 48,8% della popolazione, al sud e nelle isole il 34,6%, al centro il 35,9% e al nord-ovest il 31,8%. La maggior parte degli italiani che fumano (49,5%) consuma giornalmente tra 10 e 20 sigarette.

Come è noto, l’abitudine al fumo in Occidente è di antica data, (la prima documentazione giunta fino a noi, del 6 novembre 1942, è riportata sul giornale di bordo della caravella “Pinta” di Cristoforo Colombo) ma il consumo massiccio di sigarette é cominciato durante la prima guerra mondiale quando i militari sul fronte europeo vennero riforniti di sigarette che (assicuravano i produttori di tabacco ai vari Stati Maggiori dell'Esercito) riuscivano a rendere i soldati meno tesi e, quindi, più efficienti. In effetti. la nicotina contenuta nelle sigarette ha un potere ansiolitico che dura, comunque, circa mezz'ora; dopo di che bisogna ricorrere ad un'altra sigaretta. Ben presto questa droga, grazie al suo basso costo e alla possibilità di essere consumata anche durante l'attività lavorativa, cominciò a diffondersi tra gli strati più umili della popolazione; ma l'industria del tabacco aveva obbiettivi molto più ambiziosi e negli anni '40 cominciò a reclutare le più famose star di Hollywood per convincere sempre più gente a fumare.

Il consumo di tabacco cresceva vertiginosamente, la sigaretta era divenuta in tutti i paesi occidentali sintomo di modernità e di successo quando un dato allarmante cominciò ad emergere. Fino agli anni '50 il tumore al polmone era considerato un male rarissimo ma ora sembrava conoscere una crescita vertiginosa. Da che dipendeva? Uno dei più importanti fra i primi studi, pubblicato nel 1950 da Ernst Wynder e Evarst Graham, mostrava l’elevato rischio di contrarre tumore polmonare e alcune malattie cardiocircolatorie a cui erano sottoposti i fumatori ma questa correlazione stentava a farsi strada e solo verso la fine degli anni “60 venne accettata quasi unanimemente dalla comunità scientifica. Il motivo di questo ritardo ha molte spiegazioni. Intanto le oggettive difficoltà a condurre estesi studi epidemiologici riguardanti patologie quali i tumori o le malattie cardiovascolari che, come è noto, possono avere svariate cause; poi la diffusione della sigaretta nella classe medica (abitudine che ancora oggi, coinvolge il 26 per cento dei medici di famiglia) che rendeva reticenti i medici su questo argomento.

Ma il principale ostacolo alla comprensione del pericolo costituito dal tabagismo motivo è stato frapposto dalla potentissima industria del fumo che ha fatto di tutto per ridimensionare la portata di molte ricerche. E i documenti, fino ad allora segreti, della Philip Morris, raccolti da nel 1994 da Stanton Glantz, docente di medicina nella Divisione di cardiologia dell'Università della California, a San Francisco e pubblicati sulla prestigiosa rivista dell'American Medical Association, JAMA, hanno rivelato una realtà talmente sconvolgente da essere stata trasformata nella sceneggiatura di un film di successo,”The Insider”. Uno dei più importanti punti che emergono dai documenti pubblicati è che già negli anni “60, i laboratori del Tobacco Industry Research Committee, poi ribattezzato Council for Tobacco Research, una struttura di ricerca apertamente finanziata dalle multinazionali delle sigarette, aveva acclarato la dipendenza farmacologica indotta dalla nicotina, e quindi la “necessità” per il fumatore di persistere nella sua abitudine; una realtà negata fino a qualche anno fa dall’industria del tabacco e a cui la scienza indipendente ha potuto approdare solo nel 1988 anche se solo il 23 agosto 1996 la Food and Drug Administration (FDA), ha inserito la nicotina tra le "addictive drugs", e cioè sostanze farmacologiche che danno dipendenza.

Ovviamente, la scoperta dell’acclarata dipendenza dalla nicotina, si è collegata con la questione per molto tempo ritenuta “controversa” dei danni, in particolare tumori e malattie cardiovascolari, prodotti dal fumo di sigaretta. Una “controversia” resa tale, secondo numerosi e qualificati osservatori, sostanzialmente dal tentativo dell’industria del tabacco che ha tentato, e tenta ancora oggi, di inficiare inoppugnabili risultati di laboratorio e indagini epidemiologiche facendo così affiorare tra la popolazione dei fumatori - se non, addirittura, nei mass media,- inaccettabili e considerazioni del tipo: “Ma in fondo, con tutto l’inquinamento che c’è... cosa vuoi che faccia un pacchetto di sigarette” o “Mio nonno fumava sessanta sigarette al giorno ed è vissuto fino a novant’anni.... altro che danni del fumo...” e via dicendo.

Oggi, invece, sappiamo con assoluta certezza che la sigaretta è la diretta responsabile di tumori polmonari e malattie cardiovascolari che uccidono ogni anno in Italia dalle 50.000 alle 90.000 persone. Il perché è facilmente spiegabile se si va a vedere cosa contiene il fumo di sigaretta.

In ogni boccata di fumo sono contenute innumerevoli sostanze ossidanti e irritanti, (responsabili di bronchiti, enfisemi), e sostanze cancerogene; queste ultime sono suddivise in “iniziatori” o “carcinogeni” (ad esempio, gli idrocarburi policiclici come il benzene e il benzopirene, il 4-amino-bifenile o l'acrinonitrile) e “promotori” o “co-carcinogeni”; tra questi ultimi un posto di rilievo spetta al Polonio 210, una sostanza radioattiva alfa di derivazione del Radon 222 e Uranio presente nelle foglie di tabacco. Il pericolo da radiazioni alfa da Polonio è dovuto al fatto che il Po 210 diventa volatile alle temperature di una sigaretta accesa (800° C), e si attacca rapidamente e con forza alla superficie delle particelle di fumo che poi si depositano nell'albero bronchiale. Le radiazioni alfa emesse dalle particelle emittenti polonio penetrano le cellule dei bronchi, alterando il DNA del nucleo e possono favorire e provocare il cancro. La contemporanea esposizione a Po 210 e ad idrocarburi policiclici aromatici (IPA), determina un rischio di ammalarsi di cancro polmonare molto alto, ben superiore alla semplice somma dei singoli effetti (IPA + Po 210).

 

Il fumo passivo

Se, anche nella popolazione, la cancerogenità del fumo di sigaretta è, finalmente, traslata dal campo delle controversie a quello delle certezze, persiste, ancora, una certa indeterminatezza nella valutazione dei danni provocati dal cosiddetto fumo passivo (passive smoke o second hand smoke) che viene, cioè, inalato involontariamente dalle persone che vivono a contatto con uno o più fumatori attivi. Il fumo passivo, convenzionalmente, è suddiviso in due tipi caratterizzati da differenti composizioni chimiche. Il primo, detto “centrale” (mainstream smoke) rappresenta il fumo attivo ed è prodotto dall'aspirazione del fumatore in gran parte inalato (corrente primaria) e solo in parte espirato (corrente terziaria); il secondo è detto laterale (sidestream smoke) rappresenta il fumo passivo ed è prodotto prevalentemente dalla combustione lenta della sigaretta lasciata bruciare passivamente nel portacenere o in mano fra un "tiro" e l'altro (corrente secondaria) e dal fumo espirato dal fumatore attivo (corrente terziaria).

Per molto tempo la questione dei pericoli del fumo passivo non si è posta in quanto, generalmente, si riteneva che le componenti presenti nel fumo della sigaretta diradandosi nell’ambiente raggiungessero concentrazioni così basse da non costituire alcun problema per la salute. E questo è indubbiamente vero negli ambienti aperti, cosa del tutto diversa se per “ambiente” si considera la stanza di un ufficio o di un appartamento dove non sempre una finestra tenuta aperta o un “ricambio d’aria” possono garantire l’allontanamento delle sostanze pericolose contenute nel fumo.

Ma quanto è pericolosa l’esposizione a fumo passivo? Dati sperimentali e indagini epidemiologiche attestano una indubbia, anche se non soddisfacentemente calcolabile, correlazione tra l’esposizione a fumo passivo in ambienti ristretti e insorgere di neoplasie. Lo studio più autorevole in tal senso è certamente quello condotto, nel 1993 dall’EPA, l’ente americano per la protezione ambientale, che, analizzando 30 studi riguardanti tanto il fumo che si produce all’estremità delle sigarette quanto quello espirato dai fumatori, classificava il fumo del tabacco nell’aria come sostanza cancerogena di classe A. L’anno seguente l’Associazione Medica Americana corroborava queste conclusioni pubblicando uno studio da cui risultava che nelle donne che non hanno mai fumato ma che sono state esposte al fumo passivo il rischio di sviluppare il cancro del polmone è del 24 per cento maggiore rispetto ad altre che non hanno mai fumato.

Comunque, la validità di queste indagini è stata criticata non solo da centri di ricerca apertamente finanziati dalle multinazionali delle sigarette, quali il Council for Tobacco Research, ma anche da autorevoli istituti. Ad esempio, un studio del marzo 2000 eseguito da un team di ricerca guidato da John Copas e Jian Qing Shi dell'Università di Warwick in Inghilterra, e pubblicato sul British Medical Journal, ritiene eccessiva la percentuale del 24 per cento che dovrebbe essere corretta, invece, nel 15 per cento. Tra l’altro il team di Warwick contesta gli studi finora pubblicati sul fumo passivo e che, a suo dire, basandosi su ricerche scientifiche scelte arbitrariamente e su altri errori di metodo, finirebbero per enfatizzare il pericolo.

Contestano queste critiche (tra l’altro diventate subito famose grazie alla propaganda fattane dalle multinazionali del tabacco) due studi recentemente pubblicati dalla prestigiosa rivista britannica British Medical Journal, che - oltre a ribadire l’inequivocabile e consistente relazione tra fumo passivo e cancro - analizzano le principali indagini sul fumo passivo condotte in questi dieci anni. Nel primo studio pubblicato dalla rivista, A. Hackshaw e i suoi collaboratori dell'Istituto di medicina preventiva Wolfon di Londra, analizzando 37 lavori, dimostrano che il coniuge non fumatore ha in media un quarto di probabilità in più di sviluppare un adenocarcinoma o un microcitoma polmonare. Le percentuali variano a seconda del numero di sigarette fumate, della durata della convivenza e del fatto che il non fumatore sia stato o meno egli stesso fumatore in periodi precedenti. Il rischio aumenta del 23 per cento ogni dieci sigarette, e dell'11 per cento ogni dieci anni di convivenza. Non vi sono differenze, invece, per quanto riguarda età, sesso o area geografica.

Anche per mettere a tacere una volta per tutte le critiche avanzate dal team di Warwick, questi valori sono stati ottenuti tenendo d'occhio le principali fonti di errore. Tra esse la più grossolana vuole che i risultati ricavati fino a oggi siano solo il frutto di una (sfortunata) coincidenza. Hackshaw ha smontato questa ipotesi mediante accurati calcoli: "La probabilità che su 30 indagini 24 dimostrino che c'è un rapporto diretto tra fumo e tumori polmonari per una fatalità è di uno su 10.000; quella che 17 studi su 17 concludano che il rischio varia con l'esposizione per puro caso è di uno su 10 milioni, e quella che la relazione di dose-effetto dimostrata in 14 lavori su 14 sia un fatto fortuito è addirittura di uno su un miliardo. Basterebbero questi numeri a ridicolizzare le opposizioni sostenute fino a oggi, ma abbiamo voluto fare di più".

Un'altra possibile origine di valutazioni errate è l'alimentazione. E' stato infatti dimostrato che il fumatore medio, e chi vive con lui, assume minori quantità di vegetali freschi rispetto al non fumatore, e ciò fa aumentare il rischio di tumore. "A questo proposito sono stati realizzati studi mirati" continua Hackshaw "e tutti riportano una variazione dalle percentuali medie del due per cento, dalla quale si può concludere che l'effetto della dieta è minimo".

In questo tipo di ricerca si può verificare infine un errore dovuto al fattore umano. Infatti è provato che un fumatore tende a vivere con un altro fumatore, e a frequentarne anche fuori casa; talvolta soggetti inclusi in una ricerca come non fumatori possono esserlo stati in precedenza, anche se lo negano, e tutto ciò può provocare una stima esagerata dell'incidenza del cancro. Commenta Hackshaw: "Abbiamo eliminato tutti gli studi in cui non erano stati considerati questi elementi e valutato, laddove era possibile, le abitudini che provocano un'esposizione ad altri agenti cancerogeni. In ogni caso, i valori percentuali si discostano solo di qualche unità dalla media. La conferma definitiva viene comunque dalla biochimica: la nicotina nell'organismo viene metabolizzata a cotinina, e i livelli di questa sostanza nella saliva e nell'urina dimostrano al di là di ogni dubbio che c'è stata assunzione di nicotina. Un non fumatore che vive con un fumatore ha una concentrazione di cotinina pari all'uno per cento di quella del fumatore, e ciò, tradotto in rischio di sviluppare un tumore polmonare, dà valori paragonabili a quelli ottenuti con estrapolazioni matematiche".

La situazione non cambia se si analizzano gli effetti del fumo passivo a carico del sistema cardiovascolare. Gli stessi ricercatori hanno analizzato 19 studi epidemiologici e valutato il rischio di ischemia cardiaca, che aumenta del 30 per cento circa in un non fumatore che vive con un fumatore. "E' un valore sorprendentemente alto, se teniamo presente che il rischio medio di avere un'ischemia per un sessantacinquenne che fuma un pacchetto di sigarette al giorno aumenta dell'80 per cento, e che il fumatore passivo assorbe una quantità di fumo che è solo dell'uno per cento. Abbiamo voluto capire perché" spiega Hackshaw. "Anche in questo caso abbiamo eliminato gli elementi che potevano portarci a considerazioni sbagliate, come la dieta e gli errori di classificazione. Se l'alimentazione avesse un ruolo così importante, non si avrebbe la totale inversione di tendenza che si registra se il coniuge fumatore smette di fumare, e per quanto riguarda la definizione dei gruppi, si può dimostrare che nel caso delle malattie cardiovascolari essi hanno un significato ancora minore di quello valutato nei tumori polmonari. La spiegazione risiede piuttosto nell'effetto del fumo sull'aggregazione piastrinica. A livello sperimentale una singola esposizione, infatti, fa aumentare il rischio del 40 per cento. Ciò non riflette l'azione intermittente di più sigarette fumate nell'arco della giornata, ma è facile dimostrare che anche correggendo il dato l'aumento rimane attorno al 30 per cento. E' necessario poi ricordare che questi dati sul fumo passivo sono paragonabili a quelli raccolti sul fumo attivo di poche sigarette e che, sebbene le percentuali siano simili a quelle riscontrate per i tumori polmonari, le malattie cardiovascolari provocano molte più morti ogni anno".

 

Nascondere il pericolo dietro una nebbia di fumo

In questi anni la pubblicità delle multinazionali del tabacco si è evoluta, passando dalla immagine del fumatore soddisfatto e dell’uomo forte che fuma in cui la sigaretta è visibile, ad una comunicazione in cui la sigaretta scompare ma è comunque associata a valori positivi. Nel campo dei valori individuali abbiamo cosi’ “Camel Throphy”, “Merit Cup” e “Marlboro Country” in cui alla sigaretta vengono implicitamente associate occasioni di espressione e di soddisfazione individuale (peraltro impossibili per la massa dei consumatori). Nel campo dei valori sociali abbiamo la sponsorizzazione di eventi di arte e cultura. Neppure viene risparmiata la ricerca scientifica, con un “Premio Philip Morris per la Ricerca Scientifica e Tecnologica”, che ha ricevuto il discutibile patrocinio del Ministero dell’Università e Ricerca, del Consiglio Nazionale delle Ricerche e dell’ENEA.

La promozione della sigaretta, inoltre, continua subdolamente a permeare le trasmissioni televisive. In una recente indagine, una associazione indipendente di consumatori, l’Osservatorio sulle trasmissioni televisive, ha fatto notare l’elevato numero di scene con le sigarette "protagoniste" mandate in onda dalle reti televisive mentre, addirittura, nel popolare sceneggiato “Incantesimo” si vede un medico che fuma in ospedale. Una scena che sarebbe considerata abominevole in America dove le pressioni delle organizzazioni mediche hanno fatto smettere di fumare il sigaro al tenente Colombo.

Ma è nella neutralizzazione del giusto allarme per il fumo passivo - che sta, giustamente, investendo la popolazione - che le multinazionali del fumo hanno messo in campo le loro campagne più sofisticate. Queste si basano su alcune strategie. La prima, è ridicolizzare le ricerche che si stanno conducendo sulla pericolosità del fumo, ad esempio sbandierando lo studio sulla cancerogenicità del fumo passivo condotto dallo IARC di Lione, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro che, nel 1998, contraddicendo quanto dichiarato due anni prima dall’EPA, classifica il fumo passivo come un cancerogeno di basso livello.

Un altra strategia è intorbidire l’evidenza scientifica paragonando i rischi del fumo passivo con altri rischi ricavati da studi epidemiologici. La Philip Morris, ad esempio, ha pubblicato un annuncio, ricco di citazioni di quotate riviste scientifiche, il cui significato si può riassumere cosi: “il rischio da fumo passivo è paragonabile a quello che si ha mangiando tre biscotti al burro al giorno”. Questa affermazione è un buon esempio di uso distorto e strumentale dei risultati degli studi epidemiologici. Secondo i più autorevoli studi epidemiologici, infatti, il rischio relativo per il fumo passivo per il tumore del polmone è di 1,20. Ciò significa che gli esposti a fumo passivo rischiano il 20% (il 15%, secondo altri studi) in più dei non esposti. Gli studi citati dalla Philip Morris riportano rischi dello stesso ordine di grandezza per altri fattori, tra cui il consumo di biscotti. Tuttavia è ben diverso paragonare il rischio da fumo passivo che si ritrova in quasi tutti gli studi, con le segnalazioni occasionali provenienti da singoli studi. Mentre i dati sul fumo passivo sono solidi ed hanno anche una forte plausibilità biologica, i dati derivanti da altri studi, come quello sui biscotti, vengono considerati, dalla comunità scientifica, solo come ipotesi da approfondire e non come rischi accertati che comportano azioni di sanità pubblica.

Un altra articolazione della strategia informativa delle multinazionali del tabacco è utilizzare in modo distorto la statistica. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha recentemente completato uno studio in cui risulta un eccesso di rischio per tumore del polmone da fumo passivo di 1,17 “non statisticamente significativo”. In termini statistici ciò significa semplicemente che le dimensioni dello studio sono piccole per il rischio che si studia e che comunque il valore più probabile della stima è di 1,17 (che è molto vicino al rischio di 1,20 che abbiamo in precedenza riportato). Ma i produttori di tabacco hanno subito mistificato le cose affermando che si trattava di uno studio che non trova effetti per il fumo passivo. Ciò è semplicemente falso ed è già stato smentito dalla stessa O.M.S. anche se questa smentita non ha certo suscitato il clamore determinato dalla “notizia” secondo la quale l’O.M.S. riteneva “non significativo il rischio da fumo passivo”.

Ancora più subdola è poi la pretesa di esprimere l’esposizione a fumo passivo in termini di sigarette al giorno. Sia alcuni ricercatori sia certi messaggi pubblicitari hanno tentato di convertire i livelli di nicotina ambientale in “sigarette equivalenti”, cioè alle sigarette che dovrebbe fumare una persona per ricavare un apporto di nicotina pari a quello respirato come fumo passivo. Ciò ha portato a dire che l’esposizione a fumo passivo sul posto di lavoro equivarrebbe a fumare una sigaretta al mese. Poiché gli effetti riscontrati dagli studi epidemiologici sul fumo passivo erano ben maggiori, ciò ha portato anche a sostenere che questi studi non erano validi. La realtà è ben diversa. La nicotina, che è utilizzata per identificare la presenza di fumo passivo, non è una sostanza importante per gli effetti cancerogeni e cardiovascolari. Il fumo rilasciato dalla estremità della sigaretta (fumo “laterale”), che è il principale determinante del fumo passivo, contiene 2 volte più nicotina, ma anche 10 volte più benzene del fumo inalato dal fumatore, 30 volte più aminobifenile, e 100 volte più N-nitrosodimetilamina (tutte sostanze cancerogene). Considerando queste sostanze, il non fumatore esposto a fumo passivo respira in un mese tanto benzene come se fumasse sei sigarette, tanto 4-aminobifenile come se fumasse 17 sigarette e tanta N-nitrosodimetilamina come se fumasse 75 sigarette. Considerare le “sigarette equivalenti” porta ad una sottostima tra 5 e 50 volte della esposizione a sostanze cancerogene negli esposti a fumo passivo. Le estrapolazioni basate sulle “sigarette equivalenti” sono quindi prive di significato.

Un altro punto della strategia è porre il fumo passivo come un problema di convivenza invece che come un problema di salute. “Le spiace se fumo?”. Questo dovrebbe dire il “fumator cortese” al “non fumatore tollerante” (secondo il periodico “Calumet” edito dai produttori di tabacco) ogni volta che il primo vuole fumare una sigaretta in presenza del secondo. In realtà la buona educazione non evita comunque che il non fumatore riceva danni dal fumo passivo. Sperare che siano i fumatori ad evitare di esporre le altre persone al fumo passivo è illusorio, tenendo conto della dipendenza dalla nicotina contratta da questi. E’ quindi necessario che vengano stabilite delle norme tali da impedire l’esposizione a fumo passivo. Sostituire alla norma la tolleranza ed il “dialogo” tra fumatori e non fumatori non ha senso dal punto di vista della salute. Il divieto di fumo in tutti gli ambienti di lavoro e di svago, predisponendo nel contempo aree ove i fumatori possano andare a fumare è l’unica misura praticabile. L’esperienza del divieto di fumo nei cinema, che è oggi ben accettata, dimostra che questa strada è possibile.

 

 

Prof. Giulio Tarro

 

 

Appendice: Fumo passivo, bambini e nascituri

 

Mentre, esiste una certa indeterminatezza nel calcolare il rischio di esposizione a fumo passivo degli adulti, dati molto più precisi (e gravi) riguardano l’esposizione a fumo passivo dei bambini e dei nascituri, un aspetto del problema che sta conoscendo una progressivo aggravamento considerando il proselitismo che la sigaretta sta conoscendo tra le donne.

Per quanto riguarda gli effetti del fumo in gravidanza, una larga serie di evidenze scientifiche ha dimostrato che l’abitudine al fumo della madre è particolarmente dannosa per il bambino: il fumo in gravidanza comporta infatti un aumentato rischio di parti prematuri (prematurità) e di neonati di peso inferiore al predetto (ipodistrofia). I figli di madre fumatrice presentano in media un peso di circa 200 grammi in meno rispetto a quelli di madre che non fuma. L’effetto è dose dipendente: donne che fumano 10-20 sigarette in gravidanza hanno un rischio maggiore di avere bambini più piccoli di quelle che fumano meno. E’ inoltre accertato che un bambino nato da madre fumatrice può avere uno sviluppo delle vie aeree ridotto rispetto a bambini nati da madre non fumatrice; i soggetti nati con vie aeree più piccole hanno valori di funzionalità polmonare ridotti e quindi sono più suscettibili nelle prime età della vita ad infezioni polmonari ricorrenti e a bronchite asmatiforme. Evidenze epidemiologiche rilevano che l’esposizione a fumo passivo aumenta il rischio di morte improvvisa nella culla per i lattanti; questi studi hanno in genere considerato l’esposizione prenatale come fattore di rischio, anche se un ruolo può essere svolto da altri fattori come l’ereditarietà, i ridotti livelli di funzionalità polmonare ed alterazioni della funzionalità cardiaca. Più di 30 autorevoli lavori scientifici hanno valutato l’associazione tra esposizione a fumo in gravidanza ed incidenza di neoplasie in età pediatrica. Una meta-analisi di questi studi suggerisce un piccolo aumentato rischio per tutte le neoplasie, in particolare per le leucemie.

Per quanto riguarda, invece il fumo passivo nelle prime età della vita, nella madre che fuma durante l’allattamento l’assunzione di nicotina attraverso il latte materno può determinare nel bambino una sorta di assuefazione al gusto di nicotina, rendendo altamente probabile che quel soggetto diventato adolescente o adulto a sua volta fumi. L’esposizione a fumo passivo costituisce un fattore di rischio elevato per lo sviluppo di malattie respiratorie nei primi anni di vita: soprattutto otite media, bronchite, bronchiolite, polmonite ed asma. Uno studio finlandese ha evidenziato che il fumo passivo aumenta il rischio di broncospasmo a quattro anni d’età e può incidere anche sullo sviluppo dell’apparato respiratorio: soggetti di 18 anni di età esposti a fumo passivo presentavano una significativa diminuzione dei livelli di funzionalità polmonare. E’ stato dimostrato che il fatto che entrambi i genitori siano fumatori costituisce il fattore di rischio principale per sviluppare broncospasmo, e quindi asma, di intensità tale da richiedere il ricovero ospedaliero; in questo studio circa il 27% dei ricoveri fino ai 4 anni per asma era da imputare all’esposizione a fumo passivo, quindi circa un quarto dei ricoveri stessi sarebbero potuti essere evitati se nessuno dei genitori avesse fumato. L’incidenza di asma e broncospasmo è di 5-10 volte aumentata nei bambini di madri che fumano in gravidanza, così come la presenza di rinite e otite cronica. Nel bambino che ha una predisposizione genetica (genitore/i con allergia o asma) a sviluppare una malattia allergica, il fumo passivo facilita lo sviluppo di una sensibilizzazione allergica ad aeroallergeni e ciò rende quel soggetto ad alto rischio di sviluppare asma persistente.

 

Vai alla Home Page