| Medicina e Bioetica: per informarsi, capire, discutere… |
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Giulio Tarro |
Premio
Gargano Internazionale di Cultura “Re Manfredi
Manfredonia
24 luglio 1999
Prof.
Giulio Tarro
Comunicazione e Medicina
I progressi della medicina, in particolare della
genetica molecolare, aprendo nuove frontiere teoriche e applicative, stanno
suscitando un serrato dibattito che travalica il chiuso degli “addetti ai
valori” diventando argomento di polemiche e, addirittura, di mobilitazioni
basti pensare alla liceità o meno della manipolazione del DNA per ottenere
organismi più “produttivi” o, nel caso della Medicina, individui capaci di
liberarsi dalle umilianti catene della
malattia.
Indubbiamente questo dibattito è oggi fortemente
estremizzato - da un lato - da un’opinione pubblica sostanzialmente digiuna,
soprattutto in Italia, di pur
basilari cognizioni scientifiche che identifica ogni laboratorio di
biotecnologia come l’antro di Frankenstein e - dall’altra - da non pochi
scienziati e ricercatori che, corazzati in una sprezzante arroganza per tutti
quei pur leciti dubbi suscitati dalle loro ricerche, non ritengono necessario
non solo giustificarsi ma nemmeno spiegarsi e confrontarsi. Ritengo quindi
opportuno, in questa mia inevitabilmente sintetica e sommaria relazione,
soffermarmi su alcuni punti di questo dibattito nella speranza di contribuire ad
una serena disamina di alcuni punti che stanno già, in molte parti del mondo,
gettando le basi di una nuova bioetica.
Intanto va preliminarmente sottolineato il modo di
trattare le questioni scientifiche e non (in particolare quelle etiche) nelle
sedi della comunicazione e dell'informazione rivolte ai non addetti ai lavori.
Come affermato da un attento studioso della questione, Giorgio Bignami, sino a
tempi recenti, infatti, il modello generalmente imperante è stato il cosiddetto
"deficit model": cioè un modello che presenta la conoscenza
scientifica come non problematica (o almeno non altrettanto problematica quanto
altri tipi di conoscenza) e quindi assegna al pubblico un ruolo sostanzialmente
passivo. Tale modello, già da tempo in difficoltà, è oggi in piena crisi a
causa della crescente complessità degli intrecci tra i vari tipi di problemi,
dalle controversie tecnico-scientifiche alle posizioni inconciliabili in materia
di ricadute etiche, sociali, economiche e politiche. Tale crisi ha reso evidente
il conflitto tra chi preferisce che il dato scientifico venga comunicato
soprattutto per i suoi aspetti di certezza (o almeno di relativa certezza) e chi
invece reclama che il dialogo con il pubblico debba soprattutto soffermarsi
sulle molteplici incertezze. Mi sia consentito a tal riguardo soffermarmi su un
esempio che attraversa successivi periodi storici con diverso grado di sviluppo
tecnico-scientifico e con diversi orientamenti sul piano etico e socio-politico.
Quando nel 1859 vennero portati in Australia alcuni
conigli europei (Orictolagus cuniculus)
con la speranza che l'attecchimento di questa specie non aborigena e
proverbialmente prolifica potesse migliorare la condizione economica dei coloni,
i tempi non erano maturi per porsi questioni vuoi di carattere scientifico (ad
esempio, se l'esperimento avrebbe rischiato di andare a finire come quello
dell'apprendista stregone) vuoi di carattere etico (ad esempio, quale danno
subiranno le comunità umane nelle generazioni successive in caso di successo
incontrollabile).
Oggi i conigli naturalizzati australiani sono un
esercito imponente e l'uomo ha fallito svariati tentativi di sterminare queste
bestiole divoratrici di pascoli e raccolti. L'ultimo di tali tentativi sembra
fatto apposta per evidenziare da un lato gli aspetti faustiani del progresso
tecnico-scientifico, dall'altro le ricadute negative che possono venire dalla
priorità concessa alla valutazione etica e socio-economica in una situazione di
incertezza sul piano tecnico-scientifico. In breve, nel 1991 si è introdotto a
titolo sperimentale, su di un'isola a poca distanza dal continente australiano,
il micidiale Calicivirus della
malattia emorragica del coniglio. Successivamente, constatato che tale virus si
era "imprevedibilmente" trasferito per conto suo sul continente, si
sono "aggiustate" le valutazioni di rischio per anticipare quel
trasferimento programmato e sistematico dell'agente patogeno che originariamente
era stato subordinato alla valutazione delle ricadute nella situazione
circoscritta dell'isola. E ora, sulle pagine di numerose e qualificate riviste
scientifiche fioccano le prese di distanza degli esperti di vari paesi i quali
sottolineano le molteplici incertezze sui rischi dell'operazione: cioè sulla
effettiva specie-specificità del virus, la cui "storia naturale" e la
dinamica nell’ecosistema è caratterizzata da molti punti oscuri.
L’impossibilità di controllare completamente, e
quindi pianificare, sistemi straordinariamente complessi quali gli ecosistemi
consiglierebbe, quindi, una certa cautela; cautela che, invece, sembrerebbe
passare in secondo piano di fronte agli straordinari risultati (e guadagni)
prospettati oggi dalle tecniche di manipolazione del DNA. Un argomento questo
tornato di stringente drammaticità proprio in questi giorni per la inaudita
decisione dell’Ufficio dei brevetti di Monaco di autorizzare la clonazione
degli embrioni umani modificati geneticamente. È il caso di ricordare a chi
grida allo scandalo per questa decisione che la "Direttiva per la
protezione legale delle invenzioni biotecnologiche" che consente la
brevettazione degli esseri viventi è stata votata dal Parlamento Europeo il 16
luglio 1997; questa Direttiva - approvata dal Consiglio dei Ministri dell'Unione
Europea il 27 novembre 1997, con l'astensione di Italia e Belgio e con il solo
voto contrario dell'Olanda - permette la brevettazione e lo sfruttamento
commerciale di piante, animali, ed anche di parti del corpo umano (ad esempio
dei suoi geni). Essa copre per 20 anni ogni organismo uguale a quello
brevettato: copre dunque soprattutto la discendenza di quella che impropriamente
viene chiamata "invenzione" (e dovrebbe invece essere considerata una
"scoperta", poiché già esistente in natura).
Come è noto da più parti si sono levate voci di
protesta contro questa Direttiva che sta portando alla commercializzazione di
numerosi organismi vegetali geneticamente modificati (prima tra tutti la
cosiddetta “soia transgenica”) avanzando una serie di argomentazioni di
varia natura.
Indubbiamente le principali opposizioni a questa
Direttive sono di ordine ecologico. È stato fatto notare, infatti, che le
attuali conoscenze scientifiche e tecnologiche non consentono la dovuta
precisione quando un gene viene trasferito da una specie all'altra. Possono
avvenire mutazioni genetiche indesiderate e prodursi gravi effetti collaterali.
Del resto, in ogni organismo, la maggior parte dei geni sono ignoti, così come
le relazioni che intercorrono tra un gene e l'altro. Per di più con
l'alterazione del DNA, si diffonderanno in natura organismi che non hanno subito
il vaglio della selezione naturale. E' impossibile valutare o controllare le
gravi conseguenze e gli enormi rischi, per noi del tutto sconosciuti, che un
simile sconvolgimento degli equilibri naturali, formatisi in milioni di anni,
comporterà.
Poi vi sono considerazioni di ordine politico in
quanto verranno favorite le specie vegetali ed animali a più alto rendimento, a
discapito delle altre, con grave danno per la diversità genetica, dalla quale
dipende l'equilibrio ambientale (e che ci si era impegnati a proteggere nella
Convenzione sulla Biodiversità di Rio de Janeiro). Per di più, imponendo il
pagamento dei diritti su piante ed animali anche in generazioni successive, vi
sono costi aggiuntivi per la comunità agricola, le amministrazioni locali ed i
consumatori. A questo è da aggiungere che agricoltori ed allevatori saranno
sempre più dipendenti dalle ditte chimico-farmaceutiche ed alimentari
proprietarie dei diritti. Si creeranno dei monopoli economici che imporranno i
loro prezzi e le loro speculazioni e, poiché non saranno rispettati i diritti
di proprietà intellettuale sanciti dall'accordo internazionale GATT e dalla
FAO, ("gli agricoltori e le loro comunità devono partecipare interamente
ai benefici che derivano, in presente e futuro, dai progressi nell'uso delle
risorse genetiche delle piante"), aumenterà la distanza tra paesi
sviluppati, importatori di risorse ed esportatori di tecnologie, e paesi in via
di sviluppo, esportatori di risorse ed importatori di tecnologie, a tal punto
che le tecnologie potranno diventare inaccessibili ai paesi più poveri.
Un altro ordine di considerazioni riguarda aspetti
etici. La Direttiva in questione, infatti,
costituirà un ostacolo alla ricerca scientifica, introducendo lo
sbarramento del segreto industriale, là dove il progresso può essere garantito
solo da un regime di libero scambio e di illimitata collaborazione scientifica
internazionale. In più, poiché non saranno solo piante ed animali ad essere
brevettati, ma anche "elementi isolati dal corpo umano e riproducibili in
altro modo per mezzo di procedimenti tecnici...", il concetto stesso di
dignità umana verrà stravolto. Così come verrà stravolto il significato
della vita, poiché un organismo vivente, che è un soggetto complesso, le cui
caratteristiche ed i cui diritti dovrebbero essere rispettati, sarà equiparato
ad un oggetto artificiale, modificabile a nostro piacere.
Nonostante numerose convenzioni -come quella di
Oviedo del 1997-, proteste o, addirittura, violente contestazioni (come quella
di Seattle contro l’accordo GATT/TRIP -
Trade Related Intellectual Property - che contempla la piena brevettabilità dei
“nuovi” organismi viventi realizzati con la manipolazione del DNA) le
ricerche sulla manipolazione e conseguente commercializzazione del DNA
ricombinato umano marciano a pieno regime. Che dire? Di certo ogni nuova ricerca
scientifica può comportare oltre che benefici dei rischi ma come studioso della
materia non posso che sottoscrivere alcune perplessità su determinati aspetti
della manipolazione genetica, in particolare quella del genoma umano.
Con le sue infinite potenzialità, il Progetto
Genoma rappresenta una ambiziosa sfida e su di esso si appuntano infinite
speranze, timori, problemi etici... Ma questa fantastica manipolazione di creare
“a nostro piacimento“ nuovi organismi viventi pone problemi di una
drammatica complessità e impone sconvolgenti mutamenti culturali che rischiano
di stravolgere la definizione
stessa di Vita e il significato dell'esistenza. Se questo avverrà,
convincimenti datati sulla natura, inclusa la nostra natura umana, verranno
quasi certamente rivisti. Molte consuetudini pratiche e antiche concernenti la
sessualità, la riproduzione, la nascita e la genitura potranno essere
parzialmente abbandonate. Anche le idee su eguaglianza e democrazia saranno
probabilmente soggette a ridefinizione, altrettanto quanto la nostra visione di
cosa significhino termini come "libero arbitrio" e
"progresso". E, facendo nostre le parole di un studioso, Jeremy Rifkin,
la Vita, anche quella umana, rischierà di diventare una proprietà
intellettuale.
Stiamo
passando, infatti, dal secolo della rivoluzione industriale al secolo della
biotecnologia. Per 40 anni due tecnologie d'avanguardia si sono sviluppate
parallelamente: l'informatica e l'ingegneria genetica, la scienza
dell'informazione e le scienze naturali. Ora si stanno unendo, i computer e i
geni, per gettare le fondamenta di un'era completamente nuova nella storia
mondiale. Sempre più, il computer viene usato come un linguaggio per
organizzare i geni, decifrarli, registrare le loro informazioni, per gestirli e
sfruttarli. E il grande cambiamento che sta avvenendo nell'economia globale è
il passaggio dai combustibili fossili, dai metalli e dai minerali - le materie
prime della rivoluzione industriale - ai geni, al commercio genetico, le materie
prime del secolo della biotecnologia. Esistono geni per l'alimentazione, nuovi
metodi di elaborazione di geni per prodotti farmaceutici e medicine, ma anche
per costruire materiali; è possibile usare i geni e la manipolazione genetica
per la costruzione di fibre e perfino per nuove risorse di energia. Questo è un
grosso cambiamento nella storia. Ora abbiamo nuovi potenti strumenti a
disposizione delle società che operano nel campo delle scienze biologiche e
della biologia molecolare, che permettono all'uomo di agire come Dio in
laboratorio. Possiamo cominciare a riconfigurare, riprogettare, milioni di anni
di evoluzione per soddisfare le esigenze del mercato e della generazione
attuale. Questo è il più grosso intervento sulla natura mai compiuto in tutta
la storia, e solleva grosse questioni ambientali, etiche e sociali.
Per quanto riguarda l’argomento di questa
relazione, la conoscenza e manipolazione del DNA, soprattutto, quello
dell’Uomo pone drammatici problemi nel rapporto tra comunicazione e medicina.
Soffermiamoci sul alcuni di questi aspetti.
Intanto nella diagnosi
delle malattie genetiche. Una anomalia genetica è dovuta ad una alterazione a
livello del codice genetico e la sostituzione di un solo elemento di questo può
essere assolutamente asintomatica o avere effetti di gravità variabile fino ad
essere incompatibili con la vita. La prevalenza di malattie congenite e
genetiche nella popolazione è valutabile attorno al 30% circa; questo dato ci
dice come i difetti congeniti costituiscano un carico estremamente oneroso in
termini umani, sociali ed economici. In oltre il 50% di abortività spontanea
esistono anomalie cromosomiche del feto ma nonostante questa severa pressione
selettiva naturale, un bambino ogni 250 nati vivi é affetto da patologie
conseguenti ad alterazioni cromosomiche. Le anomalie cromosomiche sono causate
da errori biologici nella ripartizione dei cromosomi nel corso delle divisioni
cellulari. La causa di molti errori biologici nei cromosomi è da ricercare in
alcune proteine che hanno attività enzimatica e, come catalizzatori biologici,
fanno avvenire le reazioni biochimiche all'interno delle cellule. Esiste un
grande numero di condizioni morbose causate da un deficit enzimatico trasmesso
ereditariamente. Per gli enzimi più importanti é previsto, però, che nel
medesimo genoma esistano almeno due siti con uguali caratteristiche. Pertanto
una parziale alterazione cromosomica può non avere alcuna conseguenza sul piano
clinico. Quando la coppia di genitori presenta una uguale parziale alterazione
cromosomica il prodotto del loro concepimento, potrà, nel 25% dei casi, essere
affetto da doppio danno senza possibilità di riparazione. Nei casi più gravi
il nato vivo condurrà una breve esistenza segnata da alterazioni e deficit.
Fino a qualche anno fa
le indagini prenatali per identificare possibili tare genetiche si basavano
sostanzialmente sull’individuazione di cause ambientali, come le infezioni
intrauterine, i teratogeni chimici e fisici, consentendo di mettere in atto
strategie efficaci come la vaccinazione della madre contro la rosolia o la
prevenzione dell’isoimmunizzazione anti Rh; ma con l’avvento della
diagnostica basata su indagini cromosomiche, questo settore ha avuto un
vorticoso sviluppo. Le nuove tecnologie di replicazione e amplificazione del
DNA, infatti, ci permettono uno studio estremamente approfondito delle proprietà
biologiche dei geni, in particolare della struttura, della sequenza dei
nucleotidi e delle proteine che codificano.
Lo studio rivolto alle
cellule di provenienza fetale rientra nella citogenetica, una branca della
genetica che si occupa dei fenomeni ereditari osservati a livello cellulare, in
particolare dei cromosomi e che risale sostanzialmente al 1958 quando Lejeune
identificò nell’ormai famoso cromosoma “21” l’origine della Sindrome
Down o “mongolismo”. A questa
prima osservazione ne seguirono altre che correlarono particolari sindromi, con
caratteri ereditariamente trasmessi, ad un'alterazione di numero e/o di
struttura dei cromosomi. Attualmente la diagnosi prenatale viene eseguita,
solitamente entro il terzo mese di gravidanza, mediante l’analisi delle
caratteristiche geniche del feto e dei suoi prodotti biologici. Una volta che
conosciamo la struttura di un gene “sano” possiamo comprendere l’esatta
dinamica di diverse situazioni patologiche che svilupperà il feto. Una
proteina, ad esempio, può essere difettosa per mutazioni insorte nelle regioni
regolatorie del DNA, per mutazioni nelle regioni preposte al riconoscimento dei
segnali per processare il DNA, oppure per mutazioni negli esoni. Di particolare
interesse risulta poi la metodologia per il riconoscimento di alcune tare
genetiche. Per comprenderla, è necessario ricordare che ogni amminoacido è un
pezzo di DNA composto da una tripletta di basi scelte tra le quattro possibili:
adenina, timina, citosina, guanina (oppure uracile al posto della timina nell'RNA).
Consideriamo, ad esempio, una alterazione dell'emoglobina, la proteina contenuta
nei globuli rossi del sangue che regola il processo di respirazione. Se, per
esempio, nella sua sequenza l'uracile si colloca prima dell'adenina, allora la
lettura finirà in quel punto perché la sequenza U‑A (uracile - adenina)
è un segnale di stop, che indica la fine della proteina. In questo punto si avrà,
dunque, un errore nella lettura della sequenza. Il problema può anche sorgere a
causa di una mutazione nelle regioni che regolano le modalità operative delle
sequenze: se, per esempio, una guanina viene sostituita da una adenina, si avrà
la talassemia, una grave malattia che può causare, fra l'altro, anemia, ritardo
nella crescita, alterazioni ossee.
Le tecniche di indagine
delle proprietà genetiche degli organismi hanno dato vita a due settori di
ricerca applicati alla salute umana, la diagnostica prenatale e l'individuazione
degli agenti patogeni.
Quando è noto il tipo
di mutazione all'origine di una certa malattia (fibrosi cistica, distrofia
muscolare, corea di Huntington, emofilia ecc.), cioè una volta noto il gene
responsabile, è possibile individuare gli individui portatori della malattia ed
effettuare la diagnosi prenatale, e scoprire così prima della nascita se il
figlio di due genitori con certe caratteristiche genetiche nascerà sano o
malato. Supponiamo che in una famiglia ci sia un difetto genetico
nell'emoglobina che induce la fibrosi cistica. Il gene responsabile della
malattia è oggi ben noto ed è già stato clonato. Per fare la diagnosi si
frammenta il DNA prelevato e isolato dai villi placentali, si estrae la parte
che contiene il gene e la si deposita dentro un gel con una tecnica chiamata
elettroforesi, che separa i pezzi di DNA in base al peso molecolare e alla
carica elettrica. Sebbene non siamo in grado di vedere il gene che ci interessa,
possiamo comunque trovarlo marcandolo con una sonda radioattiva o con altro tipo
di marcatore. Nel caso della famiglia i cui genitori sono portatori del gene
della fibrosi cistica, confrontando i risultati dell'analisi del DNA dei
genitori e dei figli, sapremo se i figli sono malati, sani o portatori sani
(come i genitori) a seconda delle particolari combinazioni di cromosomi
risultanti.
Un altro grave problema
etico determinato dal Progetto Genoma è quello sollevato dalla diagnosi
prenatale Negli ultimi anni la diagnosi di malattie genetiche è notevolmente
migliorata essendo stata messa a punto una nuova tecnica, la polymerase
chain reaction, in grado di moltiplicare a piacere frammenti di DNA e di
fornire grandi quantità di materiale genetico, indispensabile per poter
conoscere con precisione la sequenza delle basi. Oggi, quindi, per molte analisi
basta il DNA contenuto in una goccia di sangue, in un capello, in una traccia di
saliva. Queste tecniche di diagnosi possono venire applicate non solo a tutte le
malattie ereditarie, ma anche a molte altre malattie, dette “multifattoriali”,
che non sono specificamente genetiche ma che hanno comunque una forte componente
ereditaria, come molte patologie cardiovascolari, il diabete, l'ipertensione, le
anomalie lipidiche, le malattie della parete arteriale e alcuni tipi di cancro,
come quello indotto dalla poliposi del colon.
L'identificazione dei
geni, o della combinazione di geni, responsabili di queste patologie è una
delle sfide della biologia molecolare moderna applicata alla medicina. Infatti,
ancora oggi le malattie multifattoriali sono difficili da prevedere, perché
oltre a identificare tutti i fattori di rischio che possono facilitare
l'insorgere della malattia, bisogna cercare dei geni candidati, esaminando
accuratamente i pazienti che presentano le patologie analizzando il patrimonio
genetico delle loro famiglie, e, infine, capire le interconnessioni tra genetica
e fattori di rischio e i meccanismi che le regolano.
La
prevenzione primaria dei difetti congeniti da cause genetiche dovrebbe tendere a
ridurre il tasso di mutazione, a prevenire il concepimento di individui mutanti,
a prevenire la mutagenesi embrionale, a correggere la mutazione e a individuare
i soggetti a rischio genetico. Di conseguenza la strategia preventiva è oggi
orientata su due fronti. Da un lato si cerca di individuare per ogni malattia un
trattamento specifico in grado di impedire lo stabilirsi di un difetto o di una
disabilità permanente; dall’altro vi è la tendenza a eliminare il più
precocemente possibile gli individui portatori di malattie o difetti
incompatibili con la sopravvivenza a breve o medio termine, o comunque destinati
a produrre handicap considerati umanamente inaccettabili.
La diagnosi prenatale è
nata proprio come strumento di selezione di individui affetti da malattie come
quelle cromosomiche ( oggi ne sono state identificate più di 200 e il loro
numero è in costante aumento) per cui non era e non è prospettabile a breve
scadenza alcun tipo di cura. Un passo avanti nella diagnosi prenatale è stato
compiuto con l'anticipazione di questa all'ottava settimana mediante lo studio
dei villi coriali. Il perfezionamento e l'integrazione con altre tecniche di
diagnosi prenatale (ecografia fetale, fetoscopia ecc.) consentono, inoltre, di
fare una diagnosi molto precoce di numerose condizioni patologiche. Nei prossimi
anni il loro numero sicuramente aumenterà grazie al perfezionamento delle
tecniche basate sul DNA ricombinante. La diagnosi prenatale costituisce un
servizio medico-sociale di grande rilevanza a livello individuale e familiare,
che può e deve essere prestato, soprattutto in caso di accertato rischio per
garantire alla coppia il diritto di avere un figlio sano. La scelta di quale
strategia adottare, in caso di accertamento di alterazione cromosomica dipende
dalla nostra possibilità di fare una diagnosi prima che si sia stabilita una
disabilità permanente e di intervenire nella sequenza fisiopatologica che
determina il danno. Qualora non si realizzino queste condizioni l'opzione sarà
per lo più quella della selezione che, per motivi etici e pratici, deve essere
attuata con la diagnosi prenatale precoce.
Nonostante ciò la
scelta di una strategia preventiva non è così automatica. Essa dipende da
valutazioni soggettive relative al danno o alla disabilità causa di handicap
umanamente intollerabile; ciò dipende, più che dall'entità e dalla tipologia
del danno, dalla “reazione sociale” al danno stesso le cui variabili sono
quanto meno imprevedibili. La scelta dell'epoca in cui va posta la diagnosi di
una patologia passibile di trattamento dipende essenzialmente dal momento,
prenatale o post-natale, in cui si instaura la conseguente disabilità. È su
queste basi che è stata proposta l’estensione della diagnosi post-natale
precoce delle più comuni malformazioni, come ad esempio la displasia dell'anca
e l’effettuazione di screenings che consentono la prevenzione perinatale di
gravi difetti congeniti.
Esistono oggi infine concrete possibilità di terapia fetale per quei
difetti congeniti per i quali non esiste un soddisfacente approccio terapeutico
post-natale in quanto il danno funzionale si instaura già prima della nascita,
oppure per quei difetti che possono interferire con il parto. Non è azzardato
affermare che esistono ormai una patologia medica e una patologia chirurgica
fetale, sia pur in gran parte sperimentale. In questa prospettiva la diagnosi
prenatale perde la connotazione strettamente selettiva per diventare una
diagnosi in senso più propriamente clinico, in quanto applicata a un vero e
proprio paziente. Come è evidente la diagnosi prenatale, affinatasi enormemente
con l’ampliamento della conoscenza del genoma pone gravi questioni etiche.
Basti pensare alla diagnosi della corea di Huntington o di una predisposizione
al cancro, entrambi mali per i quali è verosimile ipotizzare una efficace cura
nei prossimi decenni ma che potrebbero spingere oggi i genitori a chiedere la
soppressione del nascituro.
Vi sono poi i problemi
connessi alla cosiddetta “terapia genica”. La modifica mirata del DNA di un
essere umano al fine di curare una forma patologica, la cosiddetta “terapia
genica”, si articola in due livelli: la linea somatica, che corrisponde a
tutte le cellule che formeranno poi gli organi dell'organismo adulto e la linea
germinale, responsabile della formazione dei gameti. È essenziale ricordare che
nello sviluppo dell'embrione e poi dell'organismo, dal momento in cui avviene
questa separazione di linee, non vi è alcuna comunicazione tra linea somatica e
linea germinale. In altre parole, le modifiche acquisite dal DNA delle cellule
somatiche non verranno trasmesse alla progenie in quanto questa modifica non
viene comunicata in alcun modo alle cellule germinali.
Gli attuali interventi
in terapia genica vengono effettuati grazie alla possibilità di isolare e
moltiplicare indefinitamente singoli geni di organismi superiori all'interno di
microrganismi batterici (il cosiddetto “clonaggio molecolare”). Infatti,
frammentando un pezzettino di DNA di un organismo, anche completamente diverso,
con un enzima di restrizione, tutti gli estremi risultano uguali, e quindi
compatibili. Possono così essere formate delle molecole ibride, in parte
batterio e in parte DNA dell'organismo diverso che si vuole isolare, clonare e
analizzare.
Come è ovvio,
l’irrompere sulla scena della genetica molecolare e, quindi della possibilità
di manipolare il corredo genetico dei gameti ha ridato fiato ai fautori di un
“miglioramento” della specie umana; una strada che suscita non pochi
problemi etici come dimostrato dalle polemiche scaturite all’indomani del
clamoroso intervento di terapia genica effettuato, il 14 settembre 1990, su una
bambina con grave immunodeficienza. In quel caso, la mancanza di un singolo gene
strutturale recessivo in cellule a marcata attività proliferativa, determinava
una deficienza di adenosino-deaminasi nei linfoblasti, felicemente risolta con
reintroduzione di cellule opportunamente trattate. Va da sé che l’intervento,
che ha permesso alla bambina di vivere una vita normale, è stato, quasi
unanimemente, salutato positivamente anche se non pochi ricercatori hanno
espresso preoccupazione perché il preannunciato estendersi di una terapia alle
cellule germinali umane, rischia, in nome di un “miglioramento della specie
umana” di compromettere l’identità genetica della specie spianando la
strada a conseguenze potenzialmente catastrofiche.
Di riflesso va detto che
solo le tecniche di DNA ricombinante danno qualche speranza per curare malattie
genetiche che, in molti casi si traducono in una precoce condanna a morte o in
un calvario di inenarrabili sofferenze. I “classici” strumenti terapeutici
disponibili per il trattamento delle malattie genetiche risultano, infatti,
abbastanza limitati e sono progrediti
in misura molto modesta negli ultimi vent'anni. Solo alcuni errori del
metabolismo possono essere controllati da una terapia sostitutiva della proteina
o dell'enzima mancante o impedendo l'accumulo di un metabolita tossico mentre i
presidi farmacologici in genere sono scarsamente efficaci, determinando una
completa normalità somatica solo in una limitata percentuale di condizioni. Gli
sviluppi della biologia molecolare hanno, quindi, fornito gli strumenti per
tentare un nuovo approccio a queste malattie attraverso un intervento diretto
sui geni mutanti. Invece di intervenire sulle anomalie metaboliche che un difetto
genetico comporta (spesso attraverso processi poco conosciuti ) si è progettato
di correggere il difetto mediante l'introduzione di un gene normale. E’ stato
questo il caso dell’ormai famoso
impianto nel midollo osseo di cellule modificate geneticamente effettuato nel
1992 al National Institute of Health intervenendo sulle cellule staminali
pluripotenti capaci di replicarsi e di differenziarsi dopo il trapianto.
Un settore
dell’ingegneria genetica particolarmente affascinante per chi scrive queste
righe - che è un virologo - è dato dall’utilizzo di vettori retrovirali;
virus, cioè, manipolati geneticamente in modo da spogliarli delle loro
caratteristiche infettive. Lo studio di questi vettori è partito da una serie
di osservazioni sui virus tumorali che si integrano nei genoma della cellula
ospite ed inducono l'espressione di geni “non
self” in modo efficiente e stabile. Questa caratteristica li rende vettori
ideali per una terapia genica. Per comprendere le varie fasi della manipolazione
di un retrovirus occorre tener presente la sua struttura e il suo ciclo
replicativo. Il retrovirus è costituito da un “core”
e da un “envelope” glicoproteico.
Il virus si lega alla cellula bersaglio mediante recettori specifici presenti
nell'“envelope”. Quando avviene
l'infezione il genoma virale viene trasferito nella cellula ed avviene
l'integrazione nel genoma della cellula ospite come provirus. Il ciclo virale si
conclude con la gemmazione dalla membrana cellulare di nuove particelle che
possono interagire con il genoma della cellula ospite, ma non sono in grado di
moltiplicarsi e di propagare un'infezione. Tra l’altro, l'identificazione di
antigeni tumorali specifici contro i quali può essere indotta una risposta
immune ha suggerito la possibilità di eseguire una specie di vaccinazione
antitumorale. E' possibile, infatti, trasferire, in particolari cellule del
sistema immune alcune molecole che inducono una risposta immune contro il
tumore, permettendo così di progettare protocolli basati su di un sistema di
immunizzazione in vitro o in vivo contro le cellule tumorali.
Attualmente alcuni
ricercatori stanno lavorando per manipolare virus particolari, ad esempio quelli
del raffreddore, per trasportare nelle cellule polmonari dei geni che servano a
produrre sostanze utili per combattere malattie croniche dei polmoni; oppure dei
virus neurotropi, che hanno affinità per le cellule nervose, per modificarne la
funzione alterata da malattie invalidanti del sistema nervoso. Ovviamente,
l’utilizzo dei vettori retrovirali, anche se manipolati geneticamente, non è
priva di pericoli e deve essere percorsa con estrema prudenza non esistendo la
sicurezza che tali virus non scambino informazioni con altri virus, latenti nel
nostro organismo, dando origine a forme virali diverse, imprevedibili, in grado
di diffondere quello specifico intervento di terapia genetica ad altri uomini o
addirittura di produrre una catastrofe biologica su scala planetaria.
Prof. Giulio Tarro
Allegati:
Che
cos’è il Progetto Genoma Umano
Per secoli l'eredità
biologica è stata indissolubilmente legata a quello di generazione, ovvero alle
modalità secondo cui un organismo produce un altro organismo simile a se
stesso. Nell'antichità, secondo la concezione aristotelica, si supponeva che
fosse l'azione dell'anima inerente al seme a garantire l'unità della specie e
quindi la somiglianza generativa; secondo Ippocrate e Democrito, invece, nel
seme si raccoglievano particelle staccate da ogni organo del corpo che ne
riproducevano le caratteristiche allorché si fondevano i semi dei due genitori.
Solo nel Seicento fu avanzata la concezione preformista, secondo la quale
nell'uovo o nello spermatozoo era contenuto in miniatura l'organismo già
formato e supposto come un germe preesistente creato da Dio, all'inizio del
mondo.
La questione fu
affrontata con metodo scientifico solo nel 1866 da Mendel che formulò la teoria
secondo la quale i caratteri ereditari sono trasmessi come unità che si
mantengono costanti e distinte nella discendenza. Egli ammise, inoltre, che a
ciascun carattere osservato corrispondesse un elemento contenuto nelle cellule
riproduttive capace di collegarsi con un altro in modo durevole o provvisorio
nei discendenti, senza alterarsi. L'ipotesi di Mendel, respinta da molti in
quanto quale concezione speculativa ispirata al materialismo e al meccanicismo
venne, comunque, definitivamente confermata agli inizi di questo secolo da
ricerche condotte da De Vries, von Tschermak, e, soprattutto, da Boveri. Nel
1903, Sutton formulò, finalmente, una “teoria cromosomica dell'eredità”
secondo la quale geni portatori dei caratteri ereditari sono localizzati nei
cromosomi e trasmessi con questi, grazie ai gameti, da una generazione
all'altra; poco più tardi Morgan scoprì i cromosomi sessuali e formulò il
concetto di linkage (associazione) e
di crossing-over (scambio dei geni).
Altre scoperte seguirono, ma quella più clamorosa si ebbe nel 1953, quando J.
D. Watson, F. H. Crick e M. Wilkins rivelarono al mondo una molecola composta da
quattro sostanze (guanina, timina, citosina e adenina), che, come i pioli e i
montanti di una scala di corda, si legavano tra loro formando una struttura a
doppia elica, era il DNA o acido desossiribonucleico.
Il DNA è il libro della
vita, in esso sono trascritte tutte le informazioni inerenti l'organismo. La sua
struttura consiste sostanzialmente in due catene elicoidali di nucleotidi
avvolti intorno allo stesso asse e tenute insieme in una doppia elica da legami
idrogeno. Tale struttura si deve al cosiddetto “appaiamento delle basi”, cioè
al fatto che le basi puriniche e quelle pirimidiniche hanno tendenza a formare
legami idrogeno tra i rispettivi gruppi amminici e carbonilici. Ciò determina
la saldatura delle due catene. Gli appaiamenti più stabili e compatibili con la
conformazione a doppia elica del DNA sono quelli tra adenina e timina (o uracile
nell’RNA) e tra guanina e citosina, che rappresentano pertanto le specifiche
basi complementari della molecola.
Un frammento di DNA
corrispondente ad un gene e, pur nell’ambito di una notevole variabilità, è
costituito da 1.000 coppie di basi nucleotitidiche (1 kilobase = 1 KB). La
lunghezza totale del DNA nell’Uomo è di circa 3.000.000 di KB ma solo una
piccola parte del genoma, circa il 5%, codifica attivamente la sintesi delle
proteine. Una grande quantità del patrimonio genetico umano, infatti, appare
costituita da sequenze ripetitive di nucleotidi che sembrano essere mute dal
punto di vista dell'informazione genetica. Quando due geni sono situati in
stretto rapporto di vicinanza sullo stesso cromosoma si dice che sono in stato
di linkage (legame). I geni in linkage
hanno buone probabilità di rimanere accoppiati durante la meiosi (il
processo di divisione cellulare da cui hanno origine i gameti) e che quindi
vengono trasferiti insieme da una generazione alla successiva. Quanto più
stretto è il linkage, tanto più alta è la probabilità che i geni rimangano
accoppiati durante il processo della meiosi e quindi vengano trasferiti insieme
da una generazione alla successiva. Parallelamente alla conoscenza di come
l’informazione si struttura nel codice genetico, grazie soprattutto alle
ricerche di M. W. Nirenberg e S. Ochoa, si andava definendo il concetto di
genoma e cioè il corredo dei geni presenti sui cromosomi di uno specifico
organismo. Fino agli anni Quaranta si era creduto che il genoma avesse
un'organizzazione stabile, cioè che ogni gene occupasse una posizione specifica
sul cromosoma. Studi successivi, iniziati da B. McClintock, dimostrarono,
invece, che segmenti di DNA possono spostarsi e inserirsi in punti diversi del
genoma. Tale fenomeno, detto trasposizione, è particolarmente importante in
quanto costituisce un sistema di regolazione che può attivare o inattivare i
geni interessati ed è una delle cause della variabilità genetica.
La possibilità di
definire la successione lineare dei geni lungo i cromosomi fu intravista per
primo da A. H. Sturtevant. Questi notò che la percentuale di scambio tra due
geni associati era differente da quella di un'altra coppia di geni associati;
pensò quindi di mettere in relazione la percentuale di crossing-over con la
distanza intergenica. Per definire questa successione fu prescelto come animale
da laboratorio un moscerino, la drosofila, e dall'analisi dei crossing-over tra
i vari geni di questo insetto, Sturtevant riuscì a precisare la distanza
(arbitraria) tra di essi stabilendo come unità arbitraria di misura la distanza
intergenica che dava, mediamente, un crossing-over per 100 uova di questo
insetto fecondate.
Questa mappatura dei
geni, nonostante l’impiego di computer, risultava, comunque un’operazione
estremamente lunga e complessa e non a caso ai primordi furono studiati genomi
di organismi scelti per il loro ciclo vitale breve e sui quali era possibile
sperimentare senza problemi particolari quali muffe, batteri e, appunto semplici
insetti come la drosofila. Queste difficoltà, comunque non impedirono di
puntare ad un progetto ben più ambizioso: la conoscenza del genoma umano.
Già negli anni “60
l’idea di mappare il genoma umano era all’ordine del giorno in innumerevoli
convegni e simposi e il primo compito che ci si pose fu trovare e standardizzare
un soddisfacente criterio di classificazione. La specie umana possiede un
corredo, detto diploide, di 46 cromosomi, 23 di origine materna e 23 di
origine paterna; ciò consentiva una prima classificazione secondo la quale i
cromosomi potevano essere raggruppati in 23 coppie di omologhi. Già, secondo
i canoni stabiliti a Denver nel 1960, le singole coppie di autosomi (e cioè
tutti i cromosomi a eccezione di quelli sessuali) erano state ripartite in
gruppi numerati da 1 a 22 e suddivise, a seconda della loro posizione, in
acrocentrici metacentrici e submetacentrici. I cromosomi preposti alla
differenziazione sessuale (detti anche “eterocromosomi” o “gonosomi”)
furono, invece, classificati a parte e contrassegnati con le lettere X e Y.
Secondo tale classificazione nelle femmine sono presenti due cromosomi X, mentre
nel maschio sono presenti un cromosoma X e un cromosoma Y.
Di pari passo si
affinavano gli strumenti per la localizzazione e identificazione dei cromosomi e
nel 1968 la vecchia tecnica autoradiografica, basata sull'incorporazione nei
cromosomi di sostanze marcate con isotopi radioattivi, che si era rivelata
fondamentale per lo studio del cromosoma X, fu sostituita da un’altra basata
sulle cosiddette “tecniche di bandeggiamento cromosomico” con sostanze
fluorescenti nelle quali i cromosomi umani, colorati con mostarda di chinacrina
e osservati al microscopio a luce ultravioletta, mostrano una fluorescenza a
bande caratteristiche la cui sequenza è specifica di ciascuna coppia di
omologhi.
Nonostante questi
progressi nel campo dell’analisi e della classificazione degli elementi
costituenti il genoma umano, le difficoltà che si frappongono all’esatta
conoscenza di questi restavano (e restano ancora oggi) gigantesche; la
formidabile complessità nel decifrare una realtà così complessa persuase,
quindi, molti scienziati a coordinare i loro sforzi. Fino agli anni “80,
infatti, la mappatura e la sequenziazione del genoma umano venivano realizzati
da singoli ricercatori che lavoravano su particolari porzioni del genoma,
qualche volta in collaborazione, ma più spesso in competizione, con gli altri
scienziati. Nel 1980, si arrivò ad un protocollo internazionale per coordinare
le attività di ricerca sul genoma umano svolte da diversi istituti (quali l’European
Molecular Biology Laboratory di Heidelberg in Germania, il National Center for
Biotechnology Information di Bethesda negli Stati Uniti, il National Institute
of Genetics a Tokio in Giappone) e che, ben presto, si estese ad altri istituti
diventando un protocollo di ricerca internazionale. Grazie a questo accordo la
classificazione degli elementi costituenti il genoma umano ha conosciuto un
andamento esponenziale e, nel dicembre 1995, risultavano già classificate ben
365.804 sequenze e 154.817.348 basi del genoma dell’Uomo: un numero certamente
imponente ma che costituisce appena il 5,2% del totale. Si tratta, comunque, di
un dato di eccezionale valore poiché riguarda, soprattutto, segmenti di DNA che
hanno attività funzionale e di trascrizione importantissime, quali, ad esempio,
segmenti che interessano una particolare malattia o la produzione di una
determinata proteina.
______________________
Aspetti
bioetica del Progetto Genoma
Documento
del Comitato Nazionale per la Bioetica, 18 marzo 1994
Sintesi
e raccomandazioni
Al termine della analisi
congiunta delle caratteristiche generali del Progetto Genoma Umano, il Comitato
Nazionale per la Bioetica ritiene di poter esprimere il seguente parere: Il CNB
riconosce innanzitutto che, in se stesso, il Progetto Genoma Umano non comporta
problematiche qualitativamente nuove ma ripropone, amplificati e concentrati, i
problemi tipici della ricerca scientifica e degli interventi applicativi
nell'intero campo della genetica umana; - contemporaneamente, ritiene opportuno
sottolineare che il Progetto Genoma Umano non rappresenta un ordinario
avanzamento della conoscenza, ma una impresa scientifica di grandi dimensioni,
coordinata a livello internazionale, con modalità inedite per la biologia; - il
Progetto Genoma Umano ha vivamente interessato l'opinione pubblica per la sua
importanza come progetto scientifico, ma ha anche suscitato interrogativi e
preoccupazioni derivanti dalle prospettive di carattere etico. In questo senso,
mentre da un lato si fa riferimento ai benefici che possono derivare dal
Progetto Genoma Umano sul piano delle conoscenze fondamentali e delle possibilità
diagnostiche e terapeutiche, dall'altro si sottolineano le considerevoli
implicazioni di natura antropologica e sociale che quest'ultimo può avere.
Il CNB, al pari di altre
autorevoli sedi di carattere nazionale ed internazionale, raccomanda, in
particolare, che si ponga attenzione affinché le nuove conoscenze non aprano la
strada a visioni esclusivamente biologiche della persona e a discriminazioni e
ineguaglianze giustificate sul piano delle differenze genetiche; - la continua
riflessione etica, non solo in ambito applicativo ma anche sulla programmazione
ed esecuzione della ricerca e della sperimentazione genetica in quanto tale,
costituisce per il CNB (come per altri organismi che al proposito si sono
espressi), la soluzione migliore. Essa è affidata in larga misura ai valori di
responsabilità espressi dalla comunità scientifica e dai singoli ricercatori.
Occorre segnalare soprattutto i rischi connessi a possibili usi distorti delle
applicazioni che possono derivare dalla conoscenza accumulata nel corso delle
ricerche del Progetto Genoma Umano; - per sviluppare un'adeguata riflessione
etica sulla responsabilità a livello degli operatori, si raccomanda che i
coordinatori di queste ricerche in Italia promuovano, come già avviene a
livello internazionale, indagini parallele sul loro impatto etico e sociale
nonché su quello giuridico. - un altro importante antidoto contro le
distorsioni della realtà scientifica, le quali possono generare infondati
timori, ma anche contro i possibili usi impropri della conoscenza accumulata nel
corso del Progetto Genoma Umano, è l'informazione e il dibattito pubblico.
Si raccomanda pertanto
che le autorità competenti promuovano l'informazione, il dibattito, la
partecipazione, l'educazione pubblica e professionale sui concetti base della
genetica, la sensibilizzazione verso la realtà del Progetto Genoma Umano e le
problematiche etiche, sociali e giuridiche ad esso connesse; -per quanto
riguarda le implicazioni etiche, sociali e giuridiche associate a particolari
aspetti del Progetto Genoma Umano, il Comitato Nazionale per la Bioetica rimanda
a documenti specifici già pubblicati, in particolare:
1) per la Terapia
genica, si rimanda al documento pubblicato in data 15 febbraio 1991;
2) per la Diagnosi
prenatale, si rimanda al documento pubblicato in data 18 luglio 1992;
3) per la Brevettabilità
degli organismi viventi si rimanda al documento pubblicato in data 19 novembre
1993;
4) per la Brevettazione
di brevi sequenze di DNA umano, delle quali non si conosce l'esatta funzione né
le possibili applicazioni in attività favorevoli all'uomo, brevettazione
richiesta da ricercatori dei National Institutes of Health, si ribadisce il
giudizio negativo espresso in data 18 febbraio 1992 .
Il CNB si riserva di
esaminare aspetti specifici della ricerca genetica, riconducibili all'area del
Progetto Genoma Umano, in documenti in corso di elaborazione, e precisamente: a)
sull'analisi del DNA in sede giudiziaria, a scopo di identificazione medico
legale; b) sull'uso dei test genetici nell'accesso al lavoro Tra gli altri
aspetti applicativi meritevoli di attenzione e di ulteriore analisi, il CNB
segnala: a) la diffusione dei test genetici, con particolare riguardo per quelli
effettuati a fini assicurativi; b) i problemi legati alla riservatezza delle
informazioni genetiche personali (diritto alla privacy); c) i problemi legati
all'accesso e alla proprietà dei dati scientifici; d) le modificazioni della
struttura genetica di intere popolazioni umane e i rischi a queste connesse
(eugenetica positiva e negativa).
______________________
Documento
sulla clonazione umana ed animale, 17 ottobre 1997
Comitato
Nazionale per la Biosicurezza e le Biotecnologie
Gruppo
di lavoro sulla clonazione
Definizione
Per clonazione umana ed
animale in questo testo si intende la produzione di embrioni umani ed animali,
geneticamente identici, ottenuti mediante replicazione non sessuata di un unico
altro essere vivente umano o animale, a qualsiasi stadio del suo sviluppo e
della sua vita, a partire dallo zigote (cellula uovo fecondata, prima di
iniziare il processo di segmentazione) o dopo la sua morte.
Principi generali
1. Quantunque le
pratiche finalizzate alla clonazione umana ovvero alla clonazione animale
presentino un diverso spessore problematico e suscitino interrogativi di ordine
etico non sovrapponibili, è opportuna una loro regolamentazione contestuale che
trova giustificazione, oltre che nella comunanza delle premesse scientifiche
alla base della tecnica in questione, nell'esigenza di assicurare in via
prioritaria un principio di tutela della salute umana comunque coinvolta.
2. Nell'ambito della
medesima normativa deve tuttavia essere mantenuta una netta distinzione tra
clonazione umana e clonazione animale: a un generale divieto di clonazione umana
si contrappone la previsione di una liceità limitata, condizionata al rispetto
di regole prestabilite, per la sperimentazione in materia di clonazione animale.
Clonazione umana
1. Il divieto di
clonazione umana recepisce un principio già affermato nel Protocollo
addizionale alla c.d. Convenzione di Bioetica (Convention for the protection of
human rights and dignity with regard to the application of biology and medicine)
firmato a Parigi il 12 gennaio 1998. Alla luce dei principi del nostro
ordinamento tale divieto deve essere precisato in modo da estenderne l'ambito di
applicazione in un triplice senso:
· Con riguardo
all'organismo generato per clonazione, il divieto di clonazione deve essere
espressamente riferito a tutte le fasi di sviluppo dell'essere umano fin dallo
stadio di zigote o deceduto.
. Con riguardo alle
modalità di realizzazione, il divieto deve essere esteso a tutte le possibili
attuali o future tecniche di clonazione. Deve altresì essere fatto divieto di
clonazione di linee cellulari o tissutali umane che comportino la distruzione di
embrioni.
A tale proposito il
Comitato fa propria la Raccomandazione del Consiglio d'Europa n. 1046 del
24/9/1986, in cui si chiede ai Governi di proibire:
-ogni creazione di
embrioni umani con fertilizzazioni in vitro per scopi di ricerca durante la loro
vita o dopo la morte; la creazione di esseri umani identici, per
clonazione od ogni altro metodo, sia o no a scopo di selezionare specifici
gruppi etnici; l'impianto di un embrione umano nell'utero di un altro
animale o l'inverso; la fusione di gameti umani con quelli di un altro
animale; la fusione di embrioni o qualsiasi altra operazione che possa
produrre chimere; la creazione di gemelli identici.
. Con riguardo
all'obiettivo della sperimentazione, il divieto deve estendersi ad ogni tipo di
attività sperimentale anche indirettamente finalizzata alla clonazione umana
ovvero che abbia tale risultato tra i propri presupposti.
2. Nell'ordine delle
conseguenze di questo divieto devono essere fatte oggetto di esplicita
proibizione, anche ai sensi dell'articolo 6 della direttiva 98/44/CE sulla
Protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche, le attività dirette alla
commercializzazione o all'offerta di gameti, di cellule somatiche di embrioni o
di altro materiale genetico umano a fini di clonazione così come intesa nella
definizione che apre il presente documento, nonché le relative forme di
pubblicità.
3. Le sanzioni previste
per la violazione del divieto di clonazione umana devono essere di particolare
rigore e avere quindi prioritariamente carattere penale. Alle sanzioni penali
devono aggiungersi sanzioni amministrative pecuniarie, la revoca delle
autorizzazioni per i centri che abbiano ottenuto l'accreditamento allo
svolgimento di sperimentazioni genetiche o di altre sperimentazioni (e.g. in
materia di clonazione animale) comunque sottoposte a preventiva autorizzazione e
pene accessorie quali la sospensione dall'esercizio della professione o la
radiazione dall'albo professionale per i singoli operatori responsabili delle
violazioni.
Clonazione animale
1. Le pratiche per la
clonazione animale e la produzione tramite clonazione di animali transgenici
sono ammesse, in coerenza con la crescita delle conoscenze scientifiche, a
condizione che sia sempre garantito il rispetto di alcuni principi fondamentali:
· La finalizzazione
della sperimentazione al raggiungimento di un adeguato bene umano, animale od
ambientale.
· La tutela della
salute umana contro eventuali effetti indotti dall'immissione nell'ambiente di
vita e di lavoro di animali geneticamente modificati o dalle applicazioni
agricole o industriali della tecnica in questione.
· La garanzia che le
sperimentazioni avvengano nel rispetto di quanto previsto dalla direttiva
86/609/CEE del 24 novembre 1986 in materia di protezione degli animali
utilizzati a fini sperimentali o ad altri fini scientifici, attuata con d.l. 27
gennaio 1992, n. 116.
· La salvaguardia
dell'ambiente, e in particolare delle specie e delle razze animali utilizzate
nelle sperimentazioni, delle quali devono essere assicurate la continuità e il
mantenimento della diversità biologica.
· Un'appropriata
informazione ai cittadini, nonché una adeguata formazione scolastica ed
accademica sul tema in oggetto.
2.1 L'autorizzazione
allo svolgimento di attività sperimentali in materia di clonazione animale
viene concessa, ai centri che ne facciano richiesta, con decreto del Ministro
della Sanità, previo parere vincolante di una commissione di valutazione
appositamente costituita e sentita la Conferenza Stato-Regioni.
2.2. La Commissione di
valutazione delle attività sperimentali di clonazione animale è composta da
rappresentanti designati dal Ministro della Sanità, dal Ministro dell'Università
e della Ricerca Scientifica e Tecnologica, dal Ministro delle Politiche
Agricole, dal Ministro dell'Ambiente, dal Comitato Nazionale per la Biosicurezza
e le Biotecnologie della Presidenza del Consiglio dei Ministri e da esperti in
materie scientifiche, etiche e giuridiche per le valutazioni sull'idoneità
della struttura e del personale e sul rispetto della normativa vigente. E'
facoltà della Presidenza della Commissione cooptare esperti, anche di altre
Amministrazioni dello Stato, in base agli argomenti trattati.
2.3. I criteri per il
rilascio delle autorizzazioni devono essere specificati in un regolamento da
emanarsi entro il termine individuato dalla normativa. Essi dovranno comunque
essere tali da consentire una verifica delle caratteristiche tecnico-sanitarie
del centro richiedente, attinenti:
- alle categorie di
sperimentazioni che dovranno essere effettuate;
- alla qualifica e alle
competenze professionali e scientifiche del personale che opera all'interno
della struttura;
- all'idoneità dei
locali e delle attrezzature rispetto al tipo di ricerche da effettuare;
- al rispetto di
standard prestabiliti di igiene e di sicurezza.
2.4. Il rispetto di tali
requisiti può essere garantito tramite sistemi di assicurazione e di controllo
della qualità.
2.5. Ai fini
dell'autorizzazione i centri possono essere classificati in più tipi
determinati dalle diverse sperimentazioni in essi praticabili.
2.6. L'autorizzazione
del centro ha carattere biennale ed è rinnovata sulla base di
un'autocertificazione che attesta la persistenza dei requisiti iniziali o le
loro eventuali variazioni.
3.1. Sono sottoposte ad
autonoma autorizzazione le proposte di singole sperimentazioni che presentino
carattere innovativo rispetto alle categorie di sperimentazione già valutate ai
fini dell'autorizzazione di cui al punto 2.
3.2. Le proposte di cui
al punto precedente devono essere munite del parere del comitato etico interno
al centro che intende effettuare la sperimentazione, istituito e operante in
conformità al decreto del Ministro della Sanità 18 marzo 1998, Linee guida di
riferimento per l'istituzione e il funzionamento dei comitati etici. Il comitato
effettua le sue valutazioni nel rispetto dei principi generali individuati nella
legge.
3.3. In caso di
cooperazione tra più centri di ricerca il comitato etico di riferimento deve
essere indicato in quello istituito presso il centro coordinatore nazionale
della ricerca stessa.
4. In ossequio al
principio della trasparenza è istituito un registro nazionale dei centri che
hanno ottenuto l'autorizzazione. Al registro deve essere assicurata la massima
diffusione. Il Ministro della Sanità invia una relazione annuale al Parlamento
avente per oggetto le sperimentazioni di clonazione animale autorizzate e
condotte in Italia.
5. Le sanzioni per la
violazione della regolamentazione contenuta nella legge sono essenzialmente di
natura amministrativa. Esse devono consistere in sanzioni pecuniarie, alle quali
possono accompagnarsi la revoca dell'autorizzazione e l'eventuale esclusione da
ulteriori autorizzazioni, nonché da finanziamenti pubblici; la sospensione
dall'esercizio della professione o, nelle ipotesi di violazioni più gravi, la
radiazione dall'albo professionale per il personale che vi opera e ha la
responsabilità della sperimentazione. .