| Medicina e Bioetica: per informarsi, capire, discutere… |
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Giulio Tarro |
XVII Corso di Colposcopia
30 marzo - 4 aprile 1998
3 aprile 1998
Tavola
Rotonda sui differenti aspetti delle MTS
Aspetti
ginecologici dell'infezione da HIV
Il pericolo è passato?
Come
è noto, i primi casi di AIDS vennero identificati negli Stati Uniti nella
primavera del 1981. In Italia, la curva dei casi di AIDS iniziò ad impennarsi
nel 1984, e si comprese immediatamente come l'epidemia si fosse rapidamente
diffusa nei tossicodipendenti, soprattutto nelle aree urbane del Centro-Nord. La
disponibilità del test sierologico HIV rese possibile, nel 1985, effettuare
indagini di prevalenza che evidenziarono ampie variazioni geografiche: a Milano,
ad esempio, oltre il 50% dei tossicodipendenti risultava infetto, a Napoli meno
del 10%.
All'inizio
degli anni '90, nel nostro Paese l'AIDS è diventata la prima causa di morte fra
i giovani adulti di sesso maschile e la seconda fra le donne della stessa età
(25-34 anni). Nell'ultimo anno, il numero dei casi di AIDS, che aveva raggiunto
quota 6000, è leggermente diminuito, stabilizzandosi su circa 1200 nuovi casi a
trimestre. Quale è stata la causa di questa diminuzione di casi? Il numero dei
casi di AIDS sta diminuendo effettivamente? L'emergenza è passata, l'epidemia
è in regressione o si assisterà ad una fase di stabilizzazione ?
Queste
domande non hanno una risposta certa ma tre sono le ipotesi che si possono
formulare: che ciò sia dovuto effettivamente alla diminuita incidenza di nuove
infezioni verificatesi nella seconda metà degli anni '80 o che l'infezione
creatasi fosse inferiore a quella stimata; che sia in aumento la sotto notifica
dei casi di AIDS ed infine che si stia rendendo evidente l'effetto delle nuove
combinazioni di farmaci, sicuramente più efficaci di quelli utilizzati nel
passato. Se andiamo a studiare l'epidemia con modelli sofisticati ed a valutare
la conseguenza dei risultati ottenuti si osserva che il numero di nuove
infezioni è andato rapidamente aumentando nella prima metà degli anni '80,
raggiungendo un picco intorno al 1985-87, per poi diminuire e stabilizzarsi ad
un livello decisamente più basso negli anni 1991-93. Se si scorporano poi i
dati relativi alla tossicodipendenza e quelli relativi ai contatti
eterosessuali, si osserva che se per i tossicodipendenti la curva ricalca quella
della popolazione in generale, risulta invece evidente un lento e continuo
aumento delle nuove infezioni dovute a contatto eterosessuale.
Sia
gli studi osservazionali che i calcoli matematici confermano quindi che le stime
effettuate nella seconda metà degli anni '80 erano sicuramente sovrastimate; la
domanda che, quindi, oggi gli esperti si pongono se veramente l'AIDS non sia più
un problema emergente e non rappresenti più un problema grave in Italia.
Certamente l'AIDS è stata, e tuttora rappresenta, un'importante causa di
mortalità tra i giovani adulti nel nostro Paese e sicuramente la guardia non va
abbassata; bisogna evitare gli errori del passato quando il fenomeno veniva
molto sovrastimato creando inutili allarmismi, allo stesso tempo, però, oggi
non bisogna incorrere nell'eccesso opposto e passare cioè ad un eccessivo
ottimismo.
L’AIDS e la donna
Per
molto tempo l’opinione pubblica si è cullata nell’illusione che l’AIDS
dovesse essere una malattia circoscritta esclusivamente alle comunità gay, agli
eroinomani e agli emotrafusi. Così non è, e anche nel nostro paese, dove la
stragrande maggioranza dei casi di AIDS è dovuta a scambio di siringhe infette
tra tossicodipendenti, i casi dovuti a contatti eterosessuali sono in costante
aumento ed hanno recentemente superato quelli dovuti a contatti omosessuali.
Infatti, a differenza degli anni '80, in cui vi era una prevalenza della
trasmissione dell'infezione da HIV tra gli omosessuali maschi e tra coloro che
impiegavano droga per via endovenosa, la trasmissione eterosessuale dell'HIV è
attualmente responsabile della maggior parte dei casi di AIDS nel mondo ed è in
costante crescita negli Stati Uniti ed in Europa. Una delle conseguenze
dell'incremento della trasmissione eterosessuale dell'HIV è stato lo
spostamento della proporzione maschi/femmine degli individui infettati dal
virus.
È
stato stimato che nell'anno 2000 vi saranno in tutto il mondo da 38 a 110
milioni di soggetti infetti dall'HIV e che un terzo di essi saranno di sesso
femminile. In Africa il rapporto maschi/femmine infetti è oggi di 1:1,4, mentre
negli Stati Uniti, in Europa ed in Australia il rapporto maschi/femmine è di
8:1; tuttavia il numero delle donne infette tende ad aumentare parallelamente
all'aumento dei casi di infezione da contatti eterosessuali. In Italia la
percentuale di casi di AIDS nelle donne è andata progressivamente aumentando ed
attualmente è, rispetto agli uomini, del 22,4%. Attualmente ogni giorno, nel
mondo, circa 3000 donne vengono infettate dall'HIV e 500 muoiono per una
malattia correlata all'AIDS. L'Organizzazione Mondiale della Sanità valuta che
entro l'anno 2.000, 13 milioni di donne saranno state infettate. Dato che la
maggior parte delle donne HIV-sieropositive hanno un'età compresa tra i 15-24
anni, vi sarà anche un ingente numero di nuovi casi rappresentati da figli nati
da madre sieropositiva infettati per trasmissione verticale. Gli studi sulla
trasmissione dell'HIV mediante rapporti eterosessuali in popolazioni a rischio
riportano ampie variazioni nelle percentuali di acquisizione del virus da parte
delle donne: la sieropositività all'HIV è infatti del 7-13% in mogli di
emofilici, del 22% in partner femminili di uomini bisessuali, del 42% in donne
da lungo tempo partner di uomini che fanno uso di droga per via endovenosa, del
45% in partner femminili di uomini brasiliani con infezione da HIV e del 53% in
mogli di uomini africani.
La trasmissione eterosessuale del
virus HIV
Come
già detto, per molto tempo è stato ritenuto che l’infezione da HIV dovesse
radicarsi, oltre che tra gli eroinomani e gli emofiliaci, principalmente tra gli
omosessuali maschi nei quali il rapporto sessuale è sovente caratterizzato da
significative lesioni. Anche per questo motivo ricerche approfondite della
trasmissibilità del virus HIV in un rapporto eterosessuale (pene - vagina) sono
abbastanza recenti e, certamente non esaustive. Ancora oggi non è stata ancora
quantificata in modo soddisfacente la correlazione tra percentuale di
sieropositività e numero di contatti con un partner infetto. Sebbene, a livello
teorico, si calcoli che per esposizione mediante rapporti sessuali vi sia un
rischio di infezione pari allo 0,001-0,002, un'accurata valutazione del rischio
di contrarre il virus risulta complicata dal fatto che tale rischio può non
essere uniforme nell'ambito di una popolazione, come risultato sia di una
differente contagiosità (una più facile trasmissione da parte di alcuni
individui) sia di una differente suscettibilità all'infezione (alcuni individui
rimangono sieronegativi malgrado ripetute esposizioni al virus mentre altri
vengono contagiati dopo una singola esposizione).
Nonostante
alcune ricerche riportino che le donne e gli uomini africani vengono contagiati
in eguale percentuale, da altri studi emerge invece che le donne hanno un
maggiore rischio di contrarre il virus. In una recente indagine condotta in
Italia è stato visto che l’efficienza della trasmissione da uomo a donna era
2,3 volte maggiore di quella da donna a uomo. Ciò potrebbe essere dovuto alla
più ampia superficie mucosa esposta al virus durante il rapporto sessuale ed
alla durata di tale esposizione. Sebbene non vi siano dati empirici che lo
sostengano, è stato ipotizzato che l'acidità del pH vaginale (che potrebbe
avere un'azione virucida per l'HIV, riducendo così la contagiosità della
donna) contribuisca a sbilanciare il rapporto di trasmissione maschio/femmina.
(Tuttavia è stato di recente osservato che non si verifica una sostanziale
riduzione dell'infettività fino a quando il pH non è inferiore a 4,5). Di
contro, è noto che l'HIV ha una buona capacità di sopravvivenza nello sperma
che è relativamente alcalino ed ha una capacità tampone tale da poter
prolungare la sopravvivenza del virus all'interno della vagina.
Per
contrarre l'HIV non è necessario il traumatismo vaginale connesso con il
rapporto sessuale, come dimostrato dal fatto che è stata documentata la
sieroconversione in 4 donne su 8 a cui era stata praticata l'inseminazione
artificiale con sperma proveniente da un donatore con infezione da HIV. In
Africa, un significativo fattore che facilita la trasmissione di HIV sarebbe
costituito da malattie ulcerative genitali e in particolare l’ulcera da
Haemophilus Ducreyi. Negli Stati Uniti e in Europa è stata messa in evidenza
un'associazione tra HIV e malattie ulcerative a trasmissione sessuale quali
l'herpes simplex,, la sifilide e i condilomi genitali. Le ulcere genitali
potrebbero aumentare il rischio di trasmissione sia in quanto possibile porta
d'entrata del virus sia in quanto le cellule infette (ad es. da sifilide o
herpes simplex) sono più suscettibili delle altre cellule all'infezione da HIV.
Anche
lo stato immunitario precedente all'infezione da HIV può svolgere un ruolo
determinante per il rischio di contrarre il virus. A favore di tale ipotesi
depongono i seguenti dati: 1) la maggiore attivazione immunitaria, rispetto a
gruppi di controllo, tra gruppi a rischio per l'HIV; 2) il fatto che i linfociti
T attivati e a riposo abbiano una differente suscettibilità all'HIV e una
differente capacità di favorire la replicazione virale; 3) la sieronegatività
persistente in prostitute africane altamente esposte con alcuni tipi di antigeni
leucocitari umani; Tuttavia non si hanno informazioni definitive se la
stimolazione immunitaria o il tipo di antigene leucocitario umano modulino la
suscettibilità delle cellule del tratto genitale;
Poco
si conosce sul ruolo che può svolgere l'immunità della mucosa del tratto
genitale nel ridurre la trasmissione dell'infezione da HIV. Il fatto che solo
alcuni specifici tipi di virus vengano trasmessi per via sessuale fa ritenere
che i meccanismi immunitari naturali possano limitare la trasmissione sessuale.
Il potenziale ruolo delle risposte immunitarie locali è stato studiato in
femmine di Macaco rhesus, impiegando
l'antigene microincapsulato del virus dell'immunodeficienza delle scimmie (SIV)
per stimolare la comparsa di anticorpi vaginali. Tre animali su 6 con, e nessuno
su 4 senza, anticorpi vaginali (IgG, IgA e IgM) erano protetti contro successive
inoculazioni vaginali con SIV.
In
individui sieropositivi l'HIV è stato identificato: nelle secrezioni cervicali
e vaginali; nello sperma; nel liquido pre-eiaculatorio. In tali liquidi
biologici sono stati riscontrati sia leucociti infetti che privi del virus e si
è ipotizzato che i primi possano mediare la trasmissione sessuale
dell'infezione da HIV. Lo specifico bersaglio per la penetrazione virale nel
tratto genitale femminile non è stato identificato. Antigene virale è stato
trovato nei macrofagi, monociti, linfociti e nelle cellule endoteliali della
sottomucosa cervicale, prevalentemente nel tessuto perivascolare. Utilizzando i
markers per il rilevamento del virus non si è riuscito ad identificare HIV in
campioni di tessuto vaginale o di epitelio cervicale. Nella scimmia, le cellule
infette da SIV sono state identificate, piuttosto che in altre aree, nella
sottomucosa cervicale e vaginale e nell'epitelio squamoso stratificato della
mucosa vaginale con i foci infiammatori contenenti un maggior numero di cellule
SIV-positive (soprattutto macrofagi). Già dal 1992 è stata dimostrata
l'infezione sistemica dopo inoculazione di SIV libero nella cavità vaginale a
fondo cieco di macachi femmina isterectomizzati, dimostrando quindi che
l'esposizione del tratto genitale superiore non è un prerequisito per la
trasmissione del SIV. Che l'esposizione della sola vagina possa esitare in
infezione da HIV è stato dimostrato anche da un caso di trasmissione del virus
per via sessuale in una donna con atresia vaginale e con assenza congenita della
cervice e dell'utero.
Le
superfici mucose vaginali, endocervicali ed esocervicali, nonché la zona di
trasformazione possono essere bersaglio del virus SIV (e quindi anche dell'HIV)
in quanto vi sono cellule di Langherhans (che sono CD4+) e cellule con complesso
maggiore di istocompatibilità II-positive, che fungono da cellule bersaglio per
i suddetti virus. (Interessante è il fatto che i linfociti intraepiteliali
bersaglio si trovino in tutti i punti di cui sopra ed in particolare
numerosissimi nella zona di trasformazione. Queste cellule infette possono avere
la funzione di serbatoio per il virus permettendogli di arrivare indisturbato ai
noduli linfatici di drenaggio (dove può aversi così un secondo turno di
replicazione) e quindi diffondersi nei più distanti tessuti linfatici. Si è
anche ipotizzato che l'HIV infetti le superfici mucose legando i complessi di
anticorpi-HIV alle cellule epiteliali genitali CD4-negative attraverso i
recettori Fc per le IgG.
Continuano,
comunque, ad esservi numerosi aspetti non chiari della trasmissione dell'HIV
tramite rapporto sessuale e non sempre all'infezione con il virus dell'AIDS
segue la progressiva distruzione del sistema immunitario. In alcune persone
l'azione combinata dell'immunità di barriera insieme a quella cellulo-mediata
blocca sul nascere l'infezione, impedendo all'HIV di penetrare a fondo
nell'organismo. Tra l'altro va detto che da sempre durante le epidemie, anche le
più catastrofiche del passato come il vaiolo o la peste qualcuno sopravvive
all'infezione grazie all'efficacia del suo sistema immunitario. Anche per quanto
riguarda l'HIV ciò è vero, ma solo in una minoranza dei casi. Ci sono infatti
almeno due diverse categorie di persone resistenti all'infezione. Alla prima
appartengono coloro che non si infettano nonostante siano sicuramente venuti in
contatto con il virus, mentre del secondo gruppo fanno parte i sieropositivi che
sopravvivono per molti anni all'infezione senza che questa si evolva verso la
fase di malattia conclamata.
Per
entrare nelle cellule l'HIV utilizza due diversi recettori chiamati CD4 e CCR5.
Il primo è noto fin dall'inizio dell'epidemia, mentre il secondo è stato
scoperto solo negli ultimi anni. Ed è proprio quest'ultimo a essere modificato
in alcuni degli individui che non si infettano. Il fatto che una semplice
mutazione possa rendere resistenti all'infezione ha creato molte speranze.
Purtroppo è presente solo in una piccola parte della popolazione mondiale e non
è sufficiente come unica spiegazione. Alcuni studi epidemiologici hanno
dimostrato che ci sono omosessuali americani e prostitute africane che
continuano a essere sieronegativi anche dopo numerosi contatti a rischio, senza
che nemmeno le analisi più sofisticate riescano a trovare nel loro sangue
traccia del virus. Dato che l'infezione viene trasmessa attraverso un rapporto
sessuale, è importante capire quale origine abbia questa resistenza.
Esperimenti
su primati vaccinati con il virus dell'immunodeficienza della scimmia hanno
dimostrato che la successiva somministrazione per via rettale dello stesso
agente virale non causava l'infezione. Gli studi immunologici hanno, quindi,
svelato la presenza di anticorpi protettivi della classe IgA sulle mucose di
questi animali. Il passo seguente è stato quello di verificare se questo
meccanismo protettivo funzionasse anche nell'uomo. A tal riguardo sono stati
studiate numerose coppie eterosessuali nelle quali uno dei partner è
sieropositivo e l'altro negativo. Dopo aver verificato con la PCR che nel sangue
di tutti i positivi era presente l'HIV, la stessa analisi è stata eseguita nei
partner e ha dato sempre esito negativo. Successivamente sono stati ricercati
gli anticorpi anti HIV nelle urine. Le IgG erano presenti in tutti i
sieropositivi e solo in un caso tra i sieronegativi, mentre le IgA sono state
trovate in oltre la metà dei casi, indipendentemente dalla presenza del virus
nel sangue.
Sono
state, quindi, trovate queste immunoglobuline anche nelle secrezioni vaginali in
molte donne che, pur non infettandosi, avevano avuto ripetuti rapporti con i
loro compagni sieropositivi. Sono state poi ricercate alcune particolari
chemochine, proteine appartenenti alla famiglia delle citochine, che sono di
solito presenti nel sangue di chi riesce a sopravvivere più di 15 anni
all'infezione da HIV. Queste molecole hanno una specifica funzione di
attivazione dell'immunità cellulo-mediata e sembrano avere un ruolo
fondamentale nella difesa da questo virus. Come atteso, sono state trovate nel
sangue di numerosi sieropositivi ma anche nei partner negativi. In una
cinquantina di soggetti normali scelti come controllo il dosaggio nel sangue di
chemochine e IgA è risultato positivo solo in un paio di casi. E' quindi chiaro
che nei partner dei sieropositivi c'è stata un'attivazione complessa, per
quanto anomala, del sistema immunitario. Rimane da capire come ciò avvenga: una
delle ipotesi è che, se piccole quantità di virus vengono a contatto con le
mucose, i globuli bianchi presenti sono in grado di impedirne la diffusione,
inviando al tempo stesso segnali che consentono l'attivazione delle difese
contro successive invasioni. Per provare questa possibilità si è provato ad
infettare alcune femmine di scimmia mettendo pochi virus a contatto con la loro
mucosa vaginale e dopo alcune settimane sono state trovate le IgA nelle
secrezioni vaginali. Si è cercato, quindi, di reinfettare gli animali con una
maggiore quantità di virus, ma non si è riusciti nello scopo.
Rimangono,
comunque, anche altre possibilità, per esempio che il contagio con virus
difettivi possa condurre allo stesso risultato. Ma già da ora è possibile
affermare, che le immunoglobuline secrete dalla mucosa vaginale possono essere
una efficace difesa di prima linea nei confronti della trasmissione dell'HIV
durante i rapporti sessuali. Anche se appare sempre più vicina la soluzione di
questo intricato puzzle, sono ancora molte le domande che aspettano una risposta
come, per esempio, da dove vengono le IgA trovate nelle urine, o se per
mantenere questa sorta di immunità locale siano necessari continui contatti con
il virus dell'AIDS.
Interazione
tra MTS e AIDS
Come
è ormai arcinoto, l'agente eziologico riconosciuto dell'AIDS è l'HIV: un
retrovirus umano, costituito da una capsula lipoproteica, all'interno della
quale viene conservato il materiale genetico virale. Sulla capsula lipoproteica,
che viene prodotta a spese della cellula ospite, sono presenti numerose
molecole, tra le quali una glicoproteina chiamata gp120, che riconosce
specificamente la molecola CD4, un'importante proteina del sistema immunitario,
localizzata sulla superficie dei linfociti T. L'interazione tra gp120 e CD4
consente all'HIV di penetrare all'interno di un linfocita T e di moltiplicarsi
in tale cellula, fino a causarne la morte.
Qualunque
cellula umana che esprime sulla propria superficie la molecola CD4 è un
potenziale bersaglio dell'infezione da HIV. Tuttavia, nell'AIDS le cellule più
colpite sono quelle di una classe di globuli bianchi, chiamati linfociti T
helper o linfociti T-CD4, poiché tali cellule esprimono alti livelli della
molecola CD4. Oltre alle cellule direttamente infettate dal virus, l'AIDS
danneggia e uccide anche i linfociti T helper non infetti, con mezzi diversi
dall'infezione virale, che finora non sono stati ancora completamente chiariti
dalla ricerca. Nel sistema immunitario non colpito dall'HIV i linfociti T-CD4
rivestono un ruolo fondamentale, in quanto aiutano le altre cellule coinvolte
nella risposta immunitaria a reagire agli invasori. Pertanto, man mano che i
linfociti T-CD4 vengono persi nel corso dell'infezione da HIV, le risposte
immunitarie dell'organismo diventano gradualmente sempre più inefficienti,
consentendo l'insorgenza delle infezioni opportunistiche e del cancro che
caratterizzano il quadro clinico dell'AIDS.
Il
decesso per AIDS non è quindi dovuto direttamente all'infezione da HIV, ma alle
infezioni opportunistiche causate dalla distruzione del sistema immunitario
provocata dal virus. Queste infezioni insorgono, infatti, quando il sistema
immunitario non riesce più a proteggere l'organismo contro gli agenti presenti
normalmente nell'ambiente. La comparsa di una qualunque delle venticinque
infezioni opportunistiche, dette "malattie tipiche dell'AIDS",
costituisce la diagnosi clinica dell'AIDS nei soggetti sieropositivi.
L'infezione
opportunistica più comune nell'AIDS è la polmonite da Pneumocystis carinii,
causata da un microrganismo che normalmente colonizza in modo innocuo le vie
respiratorie di tutti gli esseri umani. Anche la polmonite batterica (causata da
diversi tipi di batteri fra cui Streptococcus e Haemophilus) e la tubercolosi
(infezione respiratoria batterica causata da Mycobacterium tuberculosis) sono
spesso associate all'AIDS. Nell'ultimo stadio, infezioni diffuse da
Mycobacterium avium possono causare febbre, perdita di peso, anemia e diarrea.
Altre infezioni batteriche dell'apparato gastrointestinale (dovute a Salmonella,
Campylobacter, Shigella o altri batteri) provocano spesso diarrea, perdita di
peso, anoressia e febbre. Nei pazienti con AIDS si osservano frequentemente
micosi o infezioni da funghi. Il mughetto o candidosi orale (infezione della
bocca da Candida albicans) si presenta precocemente nella fase sintomatica in un
alto numero di pazienti. Altre micosi sono le infezioni da varie specie di
Cryptococcus, importante causa di meningite che colpisce il 13% dei pazienti
affetti da AIDS. Inoltre, vi può essere diffusa istoplasmosi, dovuta al fungo
Histoplasma capsulatum, che colpisce fino al 10% dei pazienti, provocando
perdita di peso, febbre e complicazioni respiratorie o, se l'infezione raggiunge
il cervello, complicanze gravi del sistema nervoso centrale, fra cui alcune
forme di demenza. Le infezioni opportunistiche virali, causate soprattutto da
membri della famiglia degli Herpes virus, sono comuni fra i pazienti con AIDS.
Uno di questi è il Cytomegalovirus (CMV), che colpisce la retina e può causare
cecità. Un altro membro della famiglia è il virus di Epstein-Barr (EBV), che
può provocare una trasformazione cancerosa delle cellule del sangue. Sono
inoltre comuni le infezioni da virus Herpes simplex (HSV) di tipo 1 e 2, che
causano lesioni orali e perianali progressive. Molti pazienti con AIDS
sviluppano vari tipi di cancro, il più comune dei quali è il sarcoma di Kaposi,
una neoplasia dei vasi sanguigni che provoca lesioni cutanee purpuree,
estendendosi agli organi interni e provocando la morte del paziente.
Ovviamente
anche le MST, in assenza di un efficace risposta del sistema immunitario,
possono determinare nella persona sieropositiva un quadro clinico devastante.
D'altra parte alcune MST creando ulcerazioni possono spianare la strada al virus
HIV ma anche MST non ulcerative, quali la gonorrea, la trichomoniasi o
l'infezione da Chlamydia trachomatis, comportano un aumento del rischio di
contrarre l'infezione da HIV. Altri fattori che possono aumentare il rischio del
contagio alterando le difese dell'epitelio e della mucosa genitale, sono: l'ectropion
cervicale; l'impiego di agenti astringenti ed essiccanti vaginali da parte di
donne africane; l'impiego di tamponi vaginali ad alta capacità di assorbimento;
la non circoncisione del maschio (che facilita la possibilità di
microabrasioni).
Le
MST, con 250 milioni di casi annui stimati dall'OMS, rappresentano la più
consistente categoria di malattie infettive in molti Paesi del mondo, con
prevalenza particolarmente elevata negli adolescenti e nell'età
giovanile-adulta. Le cifre evidenziano l'importanza globale; bisogna tuttavia
sottolineare che questo quadro riporta i dati dei soli casi sintomatici e,
pertanto, sono da considerarsi fortemente sottostimati. Si calcola, ad esempio,
che per ogni caso di AIDS esistano circa 10 casi di infezione da HIV
asintomatica mentre più della metà delle infezioni da Clamidia e da HPV
decorrono in forma asintomatica.
Le
MST presentano una prevalenza elevata, anche in termini assoluti, nella
popolazione generale dei Paesi in via di sviluppo e nelle minoranze emarginate,
socio-economicamente svantaggiate dei Paesi industrializzati, soprattutto degli
Stati Uniti. I fattori predisponenti comuni sono rappresentati dall'elevato
indice di fertilità e dalla rapida evoluzione demografica; dalla notevole
mobilità di lavoratori tra zone rurali e urbane; dall'incremento dei viaggi e
delle migrazioni; dallo sviluppo di stili di vita "a rischio". In tali
contesti la diffusione delle MST è ben interpretata con la core theory, secondo
cui un piccolo gruppo di "trasmettitori" molto efficienti, in
particolare prostitute e i loro clienti, e in grado di mantenere alti livelli di
prevalenza anche nella popolazione generale.
Tra
le MTS, le infezioni da Papillomavirus e da Herpesvirus hanno registrato un
impressionante incremento negli ultimi decenni, anche in relazione ai progressi
delle metodiche diagnostiche di routine applicate alle infezioni virali
La contraccezione nelle donne con
infezione da HIV
L'effetto
della gravidanza sull'evoluzione dell'infezione da HIV è ipotizzabile, dal
momento che la gravidanza altera le funzioni immunitarie. Dei ricercatori
italiani hanno stabilito l'incidenza e gli effetti della gravidanza in 331 donne
che divennero positive all'HIV tra il 1981 e il 1994. 69 donne divennero gravide
durante tale periodo, e 45 di queste portarono a termine la gestazione (27 delle
38 donne che restarono incinte prima della sieroconversione, e 18 delle 31 che
lo rimasero dopo). Durante il follow-up, 94 donne svilupparono malattie
collegate all'HIV, 47 svilupparono l'AIDS e 53 ebbero infine una conta cellulare
CD4 sotto i 100.000.000/litro. Dopo i vari aggiustamenti per età, trattamento
ed altri parametri, le analisi mostrarono che il rischio per ciascuno dei tre
eventi sfavorevoli non era stato influenzato dalla gravidanza. Questo studio
mette in risalto che le donne HIV-positive possono divenire gravide dopo la
sieroconversione, che la maggioranza di queste donne porta a termine la
gravidanza, e che la gravidanza non altera in senso sfavorevole la prognosi
dell'HIV.
Il
ruolo del medico nel consigliare una donna sieropositiva che desidera avere un
figlio pone non pochi problemi etici in quanto è certamente inopportuno per una
donna in queste condizioni dare alla luce un bambino. E questa é una tragedia
nella tragedia in quanto molte ragazze sieropositive sono ex tossicomani che
speravano, una volta lasciato il tunnel della droga, di inserirsi pienamente
nella società e per le quali l'avere un figlio poteva rappresentare un elemento
importantissimo di questo inserimento. Nonostante ciò non andrebbe consigliato
ad una donna sieropositiva di portare avanti una gravidanza in quanto vi é una
probabilità su due che il bambino contragga l'AIDS nel giro di qualche anno.
Come
già detto, ogni giorno, nel mondo, circa 3000 donne vengono infettate dall'HIV
e 500 muoiono per una malattia correlata all'AIDS. L'Organizzazione Mondiale
della Sanità valuta che entro l'anno 2.000, 13 milioni di donne saranno state
infettate. Dato che la maggior parte delle donne HIV-sieropositive hanno un'età
compresa tra i 15-24 anni, vi sarà anche un ingente numero di nuovi casi
rappresentati da figli nati da madre sieropositiva infettati per trasmissione
verticale. Di conseguenza, è essenziale discutere con la paziente sieropositiva
sui rischi connessi all'attività sessuale e la scelta del metodo contraccettivo
dovrebbe riflettere il fatto che le gravidanze non volute rappresentano soltanto
uno dei tanti rischi associati con il rapporto sessuale non protetto.
Dato
che la condizione di sieropositività non influisce sulla fertilità e che la
consapevolezza della propria condizione spesso non modifica il comportamento
riproduttivo, le donne con infezione da HIV necessitano spesso di una
contraccezione adeguata. Nella scelta del metodo contraccettivo si deve tener
conto: delle specifiche esigenze contraccettive di quella determinata donna (es.,
riguardo future gravidanze); della sicurezza, efficacia ed accettabilità dal
metodo contraccettivo; delle eventuali interferenze negative del metodo nei
riguardi dell'infezione da HIV; della eventuale protezione offerta dal metodo
sul rischio di trasmissione dell'infezione al partner sessuale (e/o sul rischio
di acquisizione di altre malattie sessualmente trasmesse), tenuto conto, nelle
coppie monogame, del serostato del partner.
Come
è arcinoto, l'uso del preservativo viene particolarmente consigliato per
evitare la trasmissione dell'HIV; tuttavia, quando l'interesse principale della
donna è la prevenzione della gravidanza, è opportuno prendere in
considerazione anche altri metodi contraccettivi. Infatti, sebbene il
preservativo sia notevolmente efficace come contraccettivo, se usato in maniera
corretta e costante, molte coppie non lo considerano una scelta contraccettiva
affidabile e preferiscono usare - in aggiunta al o invece del preservativo-
metodi che possano assicurare una maggiore protezione anticoncezionale. Infatti,
nelle coppie concordanti (cioè in quelle in cui entrambi i partner hanno
l'infezione da HIV) monogame la protezione dalla trasmissione virale è
generalmente meno importante del poter disporre di una contraccezione
affidabile. Alcuni autori, pur non avendo osservato un'accelerazione della
progressione verso l'AIDS nei pazienti sieropositivi che hanno rapporti sessuali
senza protezione, consigliano ugualmente di impiegare il preservativo allo scopo
di ridurre il rischio di contrarre altre MST.
Di
rilevante interesse è poi l’uso indiscriminato per la profilassi anti AIDS
che viene fatto di alcuni spermicidi, realizzati a scopo anticoncezionale, quale
il nonoxinol-9. In vitro, il nonoxynol-9 inattiva sia l'HIV intracellulare che
il virus libero a concentrazioni ben al di sotto di quelle usualmente presenti
in vagina; con il nonoxynol-9 allo 0,05% l'inattivazione dell'HIV si verifica
entro 60 secondi . In seguito a tali lavori l'impiego del nonoxinol-9 è stato
consigliato nelle guide al "sesso più sicuro" anche se numerosi
autori hanno espresso delle riserve per la carenza di dati sulla sicurezza di
tale composto nella profilassi dell'infezione da HIV. Va detto, comunque, che
non vi sono dati dimostranti che gli spermicidi siano virucidi nei riguardi
dell'HIV in vivo anche se, nelle scimmie, il nonoxinol-9 si è dimostrato
virucida per il SIV (virus dell'immunodeficienza delle scimmie). I dati
sull'impiego del nonoxynol-9 in campo umano provengono da studi su donne che
impiegavano sia barriere chimiche (nonoxynol-9) che barriere meccaniche
(preservativo).In uno studio condotto in Zambia, è stato visto che l'impiego
del nonoxynol-9 non riduceva la percentuale di trasmissione del virus. In uno
studio condotto in Camerun su 273 prostitute, l'impiego di spermicidi si
associava a una ridotta percentuale di sieroconversione (RR 0,3); tuttavia la
maggior parte di queste donne usavano anche il preservativo durante la maggior
parte dei loro rapporti sessuali. Per quanto riguarda la spugna contraccettiva,
in uno studio condotto a Nairobi su prostitute, in quelle che facevano uso di
spugne contenenti nonoxynol-9, rispetto a quelle che non le usavano, è stata
riscontrata una maggiore percentuale di ulcere genitali e di sieroconversioni
HIV probabilmente determinate dall'azione abrasiva delle spugne.
Per
quanto riguarda gli anticontraccettivi ormonali, da studi condotti su esseri
umani e su topi sembra che gli steroidi sessuali possano avere effetti sia
sull'immunità sistemica che su quella loco-regionale della mucosa genitale.
Agli effetti degli steroidi sessuali è, probabilmente, anche attribuibile la
variazione dell'immunità umorale e cellulo-mediata correlata al sesso (dismorfismo
sessuale nella risposta immunitaria) e alla ciclica funzione ovarica. Gli
effetti degli steroidi sessuali sulla risposta immunitaria possono esplicarsi
direttamente per azione sulle cellule immunitarie o indirettamente mediante
un'influenza ormonale sul rilascio di fattori timici e di altro tipo. La
produzione ovarica di estrogeni sembra svolgere un ruolo centrale nella
modulazione della risposta immunitaria poichè gli estrogeni deprimono la
maggior parte se non tutte le principali funzioni attribuite al sistema
immunitario cellulo-mediato.
I
livelli di ormoni steroidei possono anche svolgere un ruolo nella progressione
della malattia da HIV. È stato osservato che la riduzione dei livelli di
deidroepiandrosterone (DHEA), uno steroide di origine surrenalica comune al
metabolismo sia dell'estrogeno che del testosterone, può costituire un marker
di un deficit immunitario in soggetti asintomatici con infezione da HIV. Questo
steroide può modificare i meccanismi immunitari dell'ospite ed è stato
dimostrato che, nell'animale, può fornire una protezione parziale contro
infezioni virali. Il DHEA ha ridotto significativamente la mortalità dei topi
in cui era stato iniettato, quando tali animali vennero esposti a tre diversi
tipi di arbovirus o coxsackie virus B4 o HSV 2. Dato che il DHEA non influenza
la crescita virale in coltura, l'effetto protettivo osservato in vivo potrebbe,
quindi, essere mediato dalla sua azione sul sistema immunitario. È stato
ipotizzato che l'azione protettiva DHEA-mediata si esplichi: (1) diminuendo la
distruzione dei linfociti-T provocata dal virus (con conseguente riduzione del
danno tissutale); (2) riducendo la risposta immunosoppressiva all'infezione
virale e (3) aumentando la capacità dell'ospite di controllare la replicazione
del virus (e la neuroinvasività) con meccanismi immunitari di vario tipo. Non
è, tuttavia, chiaro come il DHEA ed altri ormoni steroidei influenzino la
funzione immunitaria in individui infetti da HIV e come, nelle donne con
infezione da HIV, tali influenze cambino in relazione alle diverse fasi del
ciclo mestruale o dello stato di gravidanza.
Nelle
donne che usano contraccettivi orali è stata osservata un'assenza di
fluttuazione nell'attività delle cellule natural killer, ma gli studi compiuti
per correlare questo fenomeno direttamente con i livelli di estrogeno non hanno
avuto successo; parimenti altri studi non sono riusciti a dimostrare un
qualsiasi effetto sull'attività cellulare natural killer sulle sottopopolazioni
linfocitarie, oppure sui livelli IgG ed IgM attribuibili ai contraccettivi
orali. Alcuni ricercatori, tuttavia, hanno documentato una diminuzione
dell'immunità cellulo-mediata, misurata valutando la risposta alla
fitoemoagglutinina, in donne che facevano uso di contraccettivi orali. In uno
studio condotto a Nairobi è stata vista un'associazione tra uso dei
contraccettivi orali da parte di donne HIV-positive e presenza del DNA provirale
dell'HIV nelle secrezioni cervicali (OR corretto, 11,6; 95% CI, 1,7-77,6);
sebbene questi risultati suggeriscano che le donne HIV+ che fanno uso di
contraccettivi orali siano più contagiose, tali dati dovrebbero essere
interpretati cautamente dal momento che soltanto 8 su 97 partecipanti allo
studio usavano contraccettivi orali e che è stato determinato solo il virus
all'interno delle cellule.
Per
quanto riguarda l’uso del dispositivo intrauterino (IUD), dato il timore che
possa esservi un aumentato rischio di infezioni del tratto genitale superiore
tra le donne che usano lo IUD, esso generalmente non è consigliabile per le
donne a rischio di malattie a trasmissione sessuale, incluso l'HIV. Nelle donne
con infezione da HIV l'impiego dello IUD viene generalmente sconsigliato per
vari motivi. Intanto, anche se non vi sono dati epidemiologici a sostegno di
tale ipotesi, si ha il timore che la presenza dello IUD potrebbe rendere una
donna sieropositiva maggiormente infettante, sia per l'aumentata quantità e
durata del flusso mestruale che per l'aumentata presenza di cellule
infiammatorie nel fluido vaginale. Alcuni autori hanno poi avanzato l'ipotesi
che l'efficacia contraccettiva dello IUD possa essere diminuita a causa della
riduzione della risposta infiammatoria locale nelle donne con
immununo-depressione di grado avanzato. Un altro fattore da prendere inc
onsiderazione è dato dall'aumento del volume del flusso mestruale, che in
genere si associa all'uso dello IUD, può esacerbare l'anemia. Se, in seguito
all'inserimento di uno IUD, dovesse verificarsi una PID, questa potrebbe essere
di grado più severo nelle donne con infezione da HIV. Inoltre è stato visto,
in studi condotti su donne africane HIV-positive, che la PID correlata allo IUD
rappresentava un co-fattore che aumentava la progressione in ARC o AIDS.
La trasmissione del virus HIV dalla
madre al bambino
Il
tasso di trasmissione verticale, da madre a feto, varia secondo le aree
geografiche: in Italia ed in Europa raggiunge il 15-20%, negli Stati Uniti è
compreso fra il 20 e il 30%, ed è di poco superiore in Africa. Come è noto, la
trasmissione verticale può avvenire in tre momenti diversi: in gravidanza
(passaggio transplacentare); durante il parto (contatto con secrezioni
cervico-vaginali e sangue materni); nel postpartum (allattamento al seno).
Si
stima che più del 90% dei casi di AIDS pediatrico sia da attribuire alla
trasmissione materna. Considerata l'aumentata tendenza alla diffusione del virus
per contagio eterosessuale, si avrà un maggior numero di donne sieropositive in
età fertile, con probabile aumento di gravidanze "a rischio" (in
Italia il 20% dei soggetti sieropositivi è rappresentato da donne fra i 20 e i
40 anni). È dunque di estremo interesse studiare i fattori materni che
favoriscono la trasmissione del virus, l'effetto che questo può avere sullo
sviluppo del feto o sull'esito della gravidanza stessa ed anche la possibilità
che la gravidanza possa influenzare il decorso della malattia della madre. Anche
se i fattori di rischio associati alla trasmissione perinatale rimangono
attualmente in gran parte sconosciuti, tuttavia studi prospettici hanno
suggerito che i livelli di immunosoppressione osservati negli stadi avanzati
della malattia sono predittivi di un aumentato tasso di infezione perinatale. In
uno studio effettuato a Kinshasa (Zaire), dove circa il 6% delle gravide sono
infette, il tasso di infezione perinatale si correla ad un numero di cellule
CD4+ inferiore a 200/mmc, raggiungendo complessivamente il 39%. Nello stesso
studio il 21% dei bambini nati da madri sieropositive moriva all'età di un
anno, rispetto al 3,8% dei controlli e al 7,9% dei bambini sopravvissuti che
hanno sviluppato l'AIDS.
Come
già detto, la trasmissione verticale perinatale del virus dell'immunodeficienza
umana (HIV) costituisce, in tutto il mondo, la principale causa di infezione
pediatrica da HIV. Il tasso di trasmissione materno-fetale varia, secondo le
differenti aree geografiche, dal 13 al 50%. Attualmente negli Stati Uniti
nascono, da madri HIV-sieropositive, circa 7.000 bambini l'anno e, di questi,
1.000-2.000 sono infetti dal virus; in tale Paese, l'AIDS costituisce la settima
causa di morte dei bambini da 1 a 4 anni e la quarta delle donne da 26 a 44 anni
di età. In Italia, dove tra le nazioni europee il problema dell'infezione
pediatrica da HIV ha dimensioni più rilevanti, sono stati finora segnalati 468
casi di AIDS pediatrico ed il 93% di tali bambini aveva contratto l'infezione
dalla madre.
Si
ritiene che nel 50-70% dei casi la trasmissione del virus si verifica
tardivamente in utero o intrapartum, come indicato dall'assenza di HIV (rivelato
mediante coltura del virus o con la polymerase chain reaction) nel sangue
funicolare e, alla nascita, nei linfociti del sangue periferico. La trasmissione
del virus al momento della nascita è stata indirettamente provata anche da
studi che hanno messo in evidenza un aumentato rischio di infezione nel primo
nato di gemelli, un pattern simile all'infezione "primaria" nelle
prime settimane di vita di alcuni neonati infetti e un ridotto tasso di
trasmissione nei bambini nati mediante taglio cesareo.
Fino
a poco tempo fa l'unica misura di prevenzione ritenuta efficace per ridurre la
trasmissione perinatale dell'HIV era quella di sconsigliare alle madri
HIV-infette l'allattamento al seno onde evitare l'eventuale trasmissione
postnatale del virus; tuttavia recentemente sono stati riportati i risultati
preliminari dell'Acquired Immunodeficiency Syndrome Clinical Trial Group (ACTG),
un trial clinico randomizzato, a doppio cieco e placebo-controllato, condotto
negli Stati Uniti e in Francia, (ACTG Protocollo 076) da cui è emerso che l'AZT
(azidotimidina o zidovudina), somministrata ad un gruppo selezionato di gravide
HIV-infette ed ai loro bambini, aveva ridotto di circa 2/3 la trasmissione
perinatale dell'HIV; l'efficacia della profilassi con AZT è stata dimostrata
anche da altri studi.
Negli
Stati Uniti, tali incoraggianti risultati hanno spinto i Centers for Disease
Control (CDC) a consigliare la profilassi con AZT nelle gravide HIV-infette e,
più recentemente, ad eseguire il test per la ricerca dell'HIV in tutte le donne
in gravidanza.
Un
aspetto di particolare interesse è dato dalla relazione fra modalità del parto
e trasmissione materno-fetale del virus HIV. Alcuni autori affermano che la
trasmissione del virus avviene durante la gravidanza, facendo notare che alcuni
feti, nati da madri sieropositive e che in seguito hanno sviluppato l'AIDS, sono
nati dismorfici e sottopeso, come se la noxa patogena avesse agito già in
utero. Alcuni ricercatori hanno riferito di un caso di trasmissione di HIV alla
quindicesima settimana di gestazione; altri hanno identificato il virus HIV nel
compartimento embriofetale già alla ottava settimana di gestazione. Altri
autori ritengono che la trasmissione del virus avvenga durante il parto per le
vie naturali per contaminazione da parte di secrezioni cervicali o vaginali
ricche di virus che penetrerebbero nell'organismo fetale attraverso microtraumi
cutanei o mucosi verificatisi durante il periodo espulsivo. Non essendo univoci
i pareri riportati in letteratura riguardo la via di trasmissione del virus HIV
dalla madre al feto, esistono di conseguenza pareri discordi anche
sull'opportunità o meno di eseguire un parto cesareo elettivo nelle pazienti
sieropositive. Secondo alcuni autori, l'espletamento del parto mediante cesareo
porta ad una significativa riduzione del tasso di infezione nei bambini rispetto
ai nati per via vaginale. Secondo altri, invece, non è ancora possibile
valutare se la via di prevalente infezione sia quella ematica transplacentare o
quella della contaminazione che potrebbe avvenire durante il passaggio del feto
attraverso il canale da parto.
Appendice:
Le speranze nella cura dell’AIDS
Come
è noto, l'HIV appartiene alla famiglia dei retrovirus, caratterizzata dalla
presenza di un genoma a RNA diploide (due molecole di RNA monocatenario unite al
5') provvisto di un enzima, transcriptasi inversa, in grado di sintetizzare DNA
bicatenario a struttura circolare che si integra nel DNA della cellula ospite.
Attualmente
si conoscono due retrovirus umani: HIV 1 e HIV 2 (quest'ultimo diverso dal primo
per distribuzione geografica e per caratteristiche biologiche e cliniche). L'HIV
non è oncogeno nella infezione naturale, risulta invece citopatico per i
linfociti T4 e non per macrofagi e monociti, ove alberga indisturbato a lungo e
mediante i quali viene disseminato nell'organismo (ad es. polmone, encefalo,
apparato linfatico). Il virus penetra nelle cellule bersaglio (linfociti T
helper, monociti, macrofagi, cellule di Langherans, fibroblasti, cellule di
Kupffer, cellule staminali, astrociti, etc.) grazie alla interazione tra gp120
(antigene virale) e la molecola di superficie cellulare CD4 (in presenza di
CD26). Tale interazione porta allo scoperto l'antigene p41 che penetra nella
membrana cellulare dell'ospite facilitando in tal modo la penetrazione del virus
e quindi la produzione di DNA virale. Il destino dell'infezione non è univoco,
poiché il provirus può provocare un'infezione persistente, per cui si formano
nuove particelle virali e vengono uccise poche cellule; oppure il virus (o la
gp120 da sola) può dare origine a sincizi cellulari spesso costituiti da poche
cellule infette e molte non infette, che muoiono rapidamente; viceversa, può
portare ad una rapida distruzione cellulare senza formazione di sincizi.
Il
momento patogenetico cruciale è rappresentato dalla inappropriata attivazione
immunologica e dalla secrezione abnorme di citochine. Gli antigeni virali verso
i quali l'organismo elabora anticorpi sono rappresentati dalle proteine
gp120/160, p41, p31, p24, p17, evidenziabili come bande di immunoprecipitazione
con la tecnica del Western Blot, a differenza del test immunoenzimatico che può
fornire indicazioni generiche circa la presenza o meno di anticorpi verso i
componenti virali. Tali anticorpi (non "protettivi" nei riguardi della
progressione della malattia) compaiono dopo circa due mesi l'avvenuto contagio,
creando il cosiddetto "periodo finestra" per il quale il soggetto è
sieronegativo e nel contempo infetto e contagiante.
Alcune
settimane dopo l'infezione si riscontra il picco di replicazione e quindi
elevati livelli di viremia. Il 70% dei soggetti manifesta una sindrome
sintomatica acuta (febbre, artromialgie, faringodinia) associata alla infezione
primaria; i restanti casi sono asintomatici. L'elevata viremia in questa fase
favorisce la disseminazione del virus a vari organi e il decremento dei
linfociti T4, che non tornano ai normali livelli neanche dopo l'attivazione
della risposta immunitaria (umorale e cellulare). È opinione corrente che la
risposta citotossica cellulo-mediata contro il virus sia più efficace della
risposta anticorpale nella prevenzione della progressione in AIDS. Durante il
decorso della malattia il progressivo decremento del numero dei CD4 circolanti
si accompagna ad anomalie severe nella funzione immunitaria, poiché la
distruzione, mediata da HIV, del microambiente degli organi linfoidi e delle
cellule stromali del midollo, potrebbe contribuire alla mancata capacità
rigenerativa dello stesso sistema immunitario durante l'infezione.
Negli ultimi tempi, nuove speranze
nella lotta all'Aids viene dall'uso di farmaci in combinazione che agiscono a più
livelli contro l'Hiv. Il cocktail si è rivelato efficace nel rallentare il
progresso verso la malattia conclamata, riducendo la quantità di virus nei
pazienti infetti. Inoltre, si è visto che un altro e noto farmaco, l'Azt, può
diminuire le probabilità di trasmissione del virus dalle madri sieropositive ai
loro neonati. Ma a causa dei costi dei nuovi farmaci e del complicato
monitoraggio dei pazienti che richiede il loro uso, questi medicamenti
rivoluzionari sono accessibili, attualmente, soltanto ai paesi e ai pazienti che
possono contare su alti redditi. Per molte persone che convivono con l'Hiv,
l'attuale nuovo ottimismo è offuscato da un'amara verità. La speranza nelle
medicine che sopprimono l'Hiv è reale soltanto per un'élite ristretta. Il
trattamento con gli ultimi farmaci può costare circa 20 mila dollari
statunitensi all'anno. I servizi sanitari di molti paesi non potranno
permettersi spese simili in un immaginabile futuro. Ancora peggio nel terzo
mondo come in Africa dove milioni di di malati di Aids, non ricevono neanche le
cure per i disturbi associati alla loro immunodeficienza. Queste persone non
hanno i farmaci basilari (aspirina, anti-dolorifici, prodotti anti-diarrea e
contro le infezioni da funghi) per alleviare le loro sofferenze. Ne' loro, ne' i
loro familiari possono contare sull'assistenza garantita dalle società
industrializzate.
Fino al 1992 la lotta all’AIDS
era delegata esclusivamente all’AZT, poi sono arrivati il Ddi e il Ddc. (ma
questi erano solo in grado di rallentare la crescita del virus che, con il
tempo, mutava e sviluppava resistenza ai farmaci) ai quali si sono aggiunti l'interleuchina
2 (IL 2), il 3tc e gli inibitori della proteasi.
Attaccato su più fronti e a più
livelli dell'aggressione cellulare, come avviene con il cocktail di farmaci, il
virus sembra sparire, o per lo meno ridursi, nel sangue dei sieropositivi. E'
una speranza di guarigione? Certamente parlare di guarigione è prematuro. Gli
esperti oggi sperano in una cronicizzazione dell'infezione. Ma Hiv cronico
significa farmaci per tutta la vita, sempre che non ci siano effetti tossici
tali da indurre alla sospensione della cura. Da più parti si sostiene che i
soggetti più fortunati, quelli che iniziano la terapia dopo qualche settimana
dal contagio, hanno la possibilità teorica di riuscire a eliminare il virus,
magari nel giro di 2-3 anni di cura. La situazione è diversa per coloro che
presentano uno stadio avanzato di infezione: per loro la speranza di un'eradicazione
è difficile, se non impossibile. Ma l'idea di sradicare il virus è meno
importante della possibilità di sopravvivere garantita dalle nuove medicine. Si
spera, quindi, che anche l'Hiv diventi come il virus della varicella, sempre
presente nel nostro organismo, ma silente.
I farmaci antiretrovirali,
attualmente studiati in 15 protocolli clinici a livello mondiale, sono
rappresentati da analoghi nucleosidici, che si legano al DNA virale impedendone
l'ulteriore replicazione: zidovudina o azidotimidina, didanosina, zalcitabina e,
di più recente introduzione, stavudina. Si ricordi ancora la didesossicitidina
(ddC), e i due farmaci non nucleosidici delavirdina e atevirdina,. Fanno ormai
parte della letteratura i tentativi di impiego contro l'HIV di nuove molecole di
sintesi o di farmaci già conosciuti per altre patologie. Tra i più
significativi, per meccanismo di azione in vitro, quelli in grado di bloccare
l'adesione tra gp120 e recettore cellulare (es., AL-721). Sull'inibizione della
transcriptasi inversa, prima della scoperta dell'AZT, sono stati sperimentati,
con scarso successo, farmaci come la suramina e il foscarnet (usato per il
trattamento dell'infezione da Cytomegalovirus e dell'Herpes simplex, anche nei
pazienti immunodepressi per altre cause). L'interferone, invece, inibirebbe
l'assemblaggio e la liberazione di nuove particelle virali (l'alfa-interferone
ha dimostrato sinergismo di azione con l'AZT nei casi di sarcoma di Kaposi). La
azidodidesossitimidina (AZT) o zidovudina è stata impiegata per la prima volta
nel 1964 come agente chemioterapico e solo dieci anni dopo se ne scoprirono le
proprietà antivirali e ancora dopo dieci anni è stata introdotta
sperimentalmente nella terapia dell'infezione da HIV. L'impiego degli analoghi
dei nucleosidi ha comportato per i pazienti sieropositivi la riduzione del tasso
di mortalità, la ritardata progressione in AIDS, l'aumento del peso corporeo,
un migliore "performance status", l'incremento della conta delle
cellule CD4+, l'abbassamento dei livelli di antigenemia p24 ed anche una
riduzione del rischio di trasmissione perinatale. Il meccanismo d'azione con cui
agiscono gli analoghi nucleosidici, ed in particolare la zidovudina, non è
ancora del tutto chiarito: o con l'arresto della formazione della catena in
qualità di "terminatore della catena" oppure con inibizione
competitiva del nucleoside 5'trifosfato nei riguardi della transcriptasi
inversa. L'AZT viene fosforilato all'interno della cellula dalla timidina
chinasi ad AZT-MP (monofosfato) e poi ad AZT-TP (trifosfato), che rappresenta la
forma biologicamente attiva. Vengono in tal modo protette le cellule CD4+ non
ancora infette. L'AZT, invece, risulta meno efficace rispetto alla ddI nella
infezione da virus HIV-2. L'AZT viene somministrata alla dose di 600 mg/mq/die
per os in 2-3 volte; l'analisi farmacocinetica ha mostrato un buon assorbimento
(biodisponibilità del 65%); ha un'emivita di circa un'ora; ha facilità di
penetrazione della barriera emato-encefalica; in sede epatica viene formato il
metabolita inattivo ed escreto per via renale.
Il principale effetto tossico dell'AZT
è la mielosoppressione (contrastata abbastanza facilmente della eritropoietina);
seguono la cefalea, la nausea, il vomito, le mialgie, generalmente presenti
nelle prime settimane di trattamento, divenendo via via meno intensi e comunque
raramente tali da far sospendere il farmaco per sostituirlo con la ddI (i cui
effetti collaterali sono rappresentati dalla pancreatite e dalla neuropatia
periferica). Anche la didanosina, farmaco di seconda scelta, si somministra per
os, a dosaggio inferiore rispetto l'AZT, lontano dai pasti ed associata ad
antiacidi; non attraversa la barriera emato-encefalica.
Di particolare interesse è
l'impiego di molecole antivirali in donne in gravidanza. Incoraggianti a tal
riguardo sono i risultati dell'Acquired Immunodeficiency Syndrome Clinical Trial
Group (ACTG), un trial clinico randomizzato, a doppio cieco e
placebo-controllato, condotto negli Stati Uniti e in Francia, (ACTG Protocollo
076) da cui è emerso che l'AZT (azidotimidina o zidovudina), somministrata ad
un gruppo selezionato di gravide HIV-infette ed ai loro bambini, aveva ridotto
di circa 2/3 la trasmissione perinatale dell'HIV; l'efficacia della profilassi
con AZT è stata dimostrata anche da altri studi. Negli Stati Uniti, tali
incoraggianti risultati hanno spinto i Centers for Disease Control (CDC) a
consigliare la profilassi con AZT nelle gravide HIV-infette e, del tutto
recentemente, ad eseguire il test per la ricerca dell'HIV in tutte le donne in
gravidanza.
Le nuove terapie contro l'HIV hanno
sensibilmente modificato la prognosi dei sieropositivi. Ma c'è un prezzo da
pagare: dopo l'aumento dei linfociti CD4 alcune malattie opportunistiche, di cui
si pensava di sapere ormai tutto, possono comparire con quadri clinici del tutto
differenti da quelli noti. Un esempio in tal senso è dato dall'impiego dell'Indinavir,
un farmaco inibitore delle proteasi.
L'uso di questa classe di farmaci,
in combinazione con altre sostanze a formare la famosa triplice terapia, ha
ridato speranza a tutti i sieropositivi, da quando è stata confermata
l'efficacia nel bloccare la replicazione dell'HIV e nel permettere la ricomparsa
in circolo dei linfociti CD4. In taluni casi, comunque, nonostante i pazienti
fossero in relativamente buone condizioni generali prima di iniziare la terapia
con l'inibitore delle proteasi e avessero risposto molto bene alla sua
somministrazione, con almeno un raddoppio del valore dei linfociti CD4
circolanti, entro tre settimane circa si è manifestata una infezione da
micobatteri non tubercolari caratterizzata da una febbricola persistente,
anoressia, perdita di peso. La presentazione acuta, con la presenza di lesioni
granulomatose dei linfonodi fa supporre che in questi malati l'infezione fosse
cronica, ma silente, e che la causa dell'intensa risposta infiammatoria sia
stata la ripresa di una buona funzionalità da parte del sistema immunitario.
Studi ancora in fase di
elaborazione avrebbero quindi dimostrato che durante le prime settimane di
somministrazione della triplice terapia la rapida ricostruzione del sistema
immunitario comincia dai linfociti CD4 della memoria. E' possibile che in questi
pazienti la risposta infiammatoria sia stata proprio mediata dall'aumento di
cellule della memoria dotate di recettori per i micobatteri, assai diffusi in
natura. Se questa ipotesi corrisponde alla realtà, bisogna aspettarsi la
prossima segnalazione di altri casi anche con inibitori delle proteasi diversi
dall'indinavir, e forse anche con politerapie non comprendenti questa classe di
farmaci ma parimenti efficaci.
Prima di iniziare con l'indinavir,
i pazienti in fase avanzata di AIDS dovrebbero essere controllati, ed
eventualmente trattati, per l'infezione da micobatteri, qualora la malattia si
manifestasse dopo l'inizio della terapia è possibile curarla senza sospendere
gli inibitori della proteasi. Il risultato di questa e di altre ricerche simili
deve tuttavia fare riflettere. Negli ultimi anni è diventato sempre più chiaro
che l'infiammazione, intesa nel senso più ampio del termine, non è solo in
grado di collaborare con il sistema immunitario nella difesa del nostro
organismo da ogni possibile aggressione, sia infettiva sia neoplastica ma spesso
è in grado di armarsi contro i pazienti sotto trattamento.
La seconda osservazione riguarda il
futuro della terapia dell'HIV. L'uso di farmaci antivirali efficaci sta
modificando alla radice il decorso della malattia. La ripresa dell'attività del
sistema immunitario può portare a un miglioramento clinico, finanche alla
guarigione, nel caso di alcune patologie ad andamento cronico evolutivo, per
esempio il sarcoma di Kaposi o le parassitosi intestinali. D'altra parte in
alcune situazioni cliniche selezionate una volta ottenuto l'aumento del
linfociti CD4 si potrebbe sospendere la profilassi antibiotica o antivirale, per
evitare la comparsa delle infezioni opportunistiche, quali la pneumocistosi o
l'infezione da citomegalovirus, oppure delle recidive nei malati che hanno già
manifestato un primo episodio infettivo.
L'ultima considerazione parte dalla
constatazione che l'HIV sembra in grado di permanere assai a lungo all'interno
del nucleo di alcune cellule infettate. Studi condotti con complicati modelli
matematici avevano fatto sperare che due o tre anni di triplice terapia
bastassero per eradicare del tutto l'infezione. Successive ricerche hanno invece
chiarito che il virus può persistere sotto forma di provirus integrato, quindi
inattaccabile dalle terapie attuali, non solo nel nucleo delle cellule
linfonodali o cerebrali (i cosiddetti santuari virali), ma anche in alcuni
linfociti circolanti nel sangue. La maggior parte del DNA provirale sembra
essere incapace di replicarsi ma una piccola parte rimarrebbe in grado di farlo.
La percentuale di cellule infettate in modo persistente non sembra dipendere
dalla durata della terapia: è quindi difficile che si possa ripulire del tutto
l'organismo dal virus. Fa sperare il fatto che quando queste cellule vengono
coltivate in vitro producano HIV ancora sensibile ai farmaci, quindi del ceppo
che ha infettato il soggetto e non di una variante mutata, farmacoresistente. Ne
deriva però la conclusione che se un sieropositivo decide di sospendere la
terapia antiretrovirale, forse anche per poco tempo, il virus addormentato può
rialzare la testa e ricominciare a moltiplicarsi.
Un altro fronte contro l’AIDS è
quello del vaccino. Alla sua realizzazione stanno lavorando numerosi laboratori
in tutto il mondo, ma finora i risultati sono stati insoddisfacenti. Tuttavia,
la possibilità di fabbricare vaccini con l'aiuto dell'ingegneria genetica
sembra aprire nuove speranze come dimostrato da un recente vaccino realizzato
con Dna virale capace di proteggere alcuni scimpanzé contro massicce dosi di
Hiv-1. Per la messa a punto del nuovo vaccino si è inserito in un plasmide
(particella presente nel citoplasma di molti batteri spesso utilizzata come
vettore dai biotecnologi), i geni dell'Hiv allo scopo di stimolare la risposta
immunitaria. Quindi si è iniettato per via intramuscolare il plasmide
modificato insieme all'anestetico locale bupivacaina a tre scimpanzé. A un
quarto animale è stata somministrata una preparazione identica, ma priva del
materiale genetico dell'Hiv. Gli scimpanzé immunizzati e quello di controllo
sono stati esposti 250 volte circa al virus, un'esposizione considerata
sufficiente a sviluppare l'infezione. Gli animali sono stati quindi monitorati
per 48 settimane. Con i normali test di controllo utilizzati sull'uomo, in grado
di rilevare poco meno di 500 copie di particelle virali per millilitro di
sangue, gli scienziati non sono riusciti a trovare tracce del virus nei due
animali immunizzati, mentre lo scimpanzé di controllo presentava circa 10 mila
copie di virus per millilitro di sangue. Con un test di laboratorio più
raffinato, che può rilevare fino a 50 copie di virus per millilitro, i due
animali protetti risultavano positivi alla sesta e all'ottava settimana, per poi
riconvertirsi in Hiv-negativi. Il prodotto del vaccino genetico può, quindi,
mimare i meccanismi innescati dai vaccini realizzati con particelle virali
attenuate, ma senza il rischio ad essi associati di una potenziale replicazione
patogenica. Se un virus infetta la cellula e comincia a replicarsi, il sistema
immunitario, basato su una sorta di memoria stimolata dal vaccino, risponde
all'infezione, distruggendo la cellula infettata e il virus. Qualcosa di simile
provoca il nuovo vaccino: rimane, è vero, il rischio di una limitata
replicazione, che però il sistema immunitario è in grado di controllare.
Certo, bisogna ancora aspettare prima di sapere se questo sarà o non sarà un
vaccino contro l'Hiv. Tuttavia, nonostante un certo sconforto, dettato dal
sostanziale fallimento di non pochi “vaccini anti-AIDS” che si sono
conquistati subito la prima pagina sui mass media prima di essere
definitivamente archiviati, i risultati spingono ad andare oltre nello studio di
una simile tecnologia, che sarà sempre di più applicata anche nel trattamento
di altre malattie.
Un altro tipo di vaccino è in
corso di studio negli Stati Uniti su soggetti volontari sani. Si tratta della
molecola gp120 che, adeguatamente purificata, viene somministrata in quattro
volte, con produzione di anticorpi specifici e attivazione del sistema
immunitario Tuttavia, in un maschio omosessuale, dopo circa 18 settimane
dall'ultimo richiamo, si è attestata l'avvenuta infezione: elevata carica
virale, riduzione dei linfociti CD4+, produzione di anticorpi anti-gp120 e
risposta linfoproliferativa a tutte le proteine dell'involucro e del core. Gli
anticorpi prodotti non risultavano neutralizzanti. Inoltre è necessario tener
conto della notevole capacità di mutazione di HIV, che può essere considerata
la sua migliore arma difensiva.
L'attenzione della Quinta
Conferenza sui retrovirus e infezioni opportunistiche, tenutasi a Chicago
nel febbraio 1998, è stata sostanzialmente monopolizzata dai risultati
contraddittori di questo tipo di vaccino, la cui sperimentazione è cominciata
nell'ormai lontano giugno 1994. La
disamina dei livelli di carica virale rapportati a quelli delle molecole di
superficie cellulare CD4 non ha suscitato certo grandi entusiasmi ma neanche
decretato l'inappellabile chiusura di questo tipo di sperimentazione.
Le numerose ricerche per ottenere
un virus anti AIDS, verso cui converge la drammatica attesa di tutto il mondo si
legano, ai numerosi studi finalizzati alla creazione di nuovi vaccini per altre
malattie virali.
In tal senso merita menzione
l'impiego degli anticorpi monoclonali per l'identificazione selettiva delle
componenti antigeniche più immunogene da impiegare per preparare vaccini più
efficaci e meno tossici, oltre a dei carriers (portatori) particolarmente
efficaci. Una svolta ulteriormente significativa ci si attende poi, in chiave di
sicurezza ed efficacia, dai vaccini sintetici e da quelli preparati con
l'impiego di anticorpi anti-idiotipo, immunogeni per se stessi, in quanto fedeli
modelli dei rispettivi antigeni. Si può dire quindi che - al di là delle
tecniche più o meno complesse - sia pienamente motivata la rinnovata attenzione
con cui l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha redatto dettagliati obiettivi
e programmi per i prossimi anni, miranti ad ottenere un più capillare controllo
delle malattie infettive prevenibili con i vaccini di cui disponiamo. Né
risulta meno motivato l'interesse di tutti per nuovi vaccini di futuro utilizzo
(speriamo prossimo): quelli contro il virus citomegalico, quello di Epstein-Barr,
l'herpes simplex, il virus respiratorio sinciziale, l'adenovirus,
Altro pregevole tentativo è stato
effettuato in vitro utilizzando anticorpi monoclonali antigp120, dando ulteriore
speranza alla possibilità di allestire un vaccino. Si auspica che estesi
protocolli e follow-up più lunghi possano fornire indicazioni più chiare a
riguardo.
Vi è poi il tentativo di individuare una “supermolecola” capace di chiudere
tutte le porte di ingresso dell’HIV nella cellula. Qualche speranza a tale
proposito è stata suscitata dalla chemiochina, una sostanza normalmente
prodotta dall'organismo, capace effettivamente di bloccare in provetta tutte le
porte di entrata dell'Hiv nelle cellule. Il farmaco (proprio come una chiave
spezzata) andrebbe a occupare lo stesso recettore (la serratura) che utilizza l'Hiv
per entrare nella cellula: al suo arrivo, quindi, il virus troverebbe l'ingresso
bloccato. E' la prima volta che viene individuata in provetta una sostanza
naturale che chiude gli ingressi dell'Hiv, almeno quelli conosciuti, ma,
attenzione, vi è sempre il rischio che potrebbero esserci altre porte
utilizzate dal virus ancora ignote o alternative. Gli studiosi, hanno scovato il
gene per la superchemiochina nel genoma di un virus della grande famiglia degli
herpes, l'Hhv8, associato al sarcoma di Kaposi, tumore della pelle molto diffuso
tra i malati di Aids. E' probabile che l'herpesvirus, una volta annidatosi
nell'organismo, abbia "rubato" a una cellula umana un gene che produce
chemiochine: servendosi della cellula per riprodursi e moltiplicarsi, può
essere avvenuto casualmente uno scambio durante la fase di trascrizione del
genoma virale. La "superchemiochina" potrebbe diventare perciò un
modello per mettere a punto un farmaco ad ampio spettro che riconosca i
recettori, così come la chemiochina naturale, ma che non risulti tossico. Ci
vorrà tuttavia ancora molto tempo prima che si raggiungano risultati
applicabili all'uomo. Le difficoltà non mancano. E forse neanche i rischi.
Infatti, se si riuscissero a bloccare tutte le serrature ci sarebbe comunque il
rischio che la funzione cellulare venga alterata. Si è visto che non c'è
nessun pericolo se si bloccano i Cd4, ma se si dovessero bloccare anche gli
altri la funzione immunitaria potrebbe risultarne compromessa. Se le cellule
sono dotate di porte d'entrata (i recettori), queste si trovano lì a
disposizione delle chemiochine e non certo per il virus, che approfitta soltanto
di una condizione a lui favorevole. Allora, quali potrebbero essere le
conseguenze se il naturale rapporto recettori-chemiochine venisse utilizzato e
forzato per progettare un'arma antivirale? Anche se il futuro della
"pillola alla chemiochina" è ancora incerto e lontano, si possono
intravedere alcuni sviluppi. A tal proposito, potrebbero esserci due strade. La
prima prevede un utilizzo massiccio delle chemiochine, sia per bloccare i
recettori sia per sfruttarne la naturale attività antivirale. La seconda è
quella che le vuole in combinazione con un antivirale o con la terapia genica:
servirebbe a tenere bloccato il virus per un po' di tempo per poi procedere alla
fase terapeutica di attacco. Si badi bene però, si sta parlando di ricerche di
laboratorio, e ci vorranno almeno cinque anni prima che si arrivi alla prima
fase di sperimentazione. Ora il mondo attende con il fiato sospeso l'avvento
della nuova molecola anti-Aids. Soltanto lo scorso anno la terapia combinata con
inibitori della proteasi suscitò grandi entusiasmi, ma ora si cominciano a
registrare alcuni casi di farmacoresistenza e di diabete tra i sieropositivi così
trattati. L'Hiv si conferma un virus furbo, mutevole, dotato di una grande
capacità di adattamento. Ancora una dimostrazione che la strategia anti-Hiv
deve essere multidirezionale. Una sola strada non basta. Gli inibitori della
proteasi sono stati salutati come la cura che avrebbe sconfitto l'Aids, ora però
sappiamo che, dopo uno-due anni di terapia, i pazienti possono diventare
farmacoresistenti e non ricevere più benefici dalla cura.
Un’altra strategia è attaccare
le cellule umane in cui si riproduce il virus dell’AIDS. A tale scopo si sta
utilizzando un farmaco impiegato da anni nella lotta al cancro, l'idrossiurea,
usata da oltre 30 anni nel trattamento della leucemia e del cancro alle ovaie. I
primi risultati sembrano molto promettenti: il composto è in grado di ridurre
la quantità di virus nel sangue dei pazienti per diversi mesi.
L'idrossiurea, in combinazione con
due antiretrovirali che agiscono sull'enzima virale della trascrittasi inversa
(il ddI e il d4T), ha fatto registrare una netta diminuzione della viremia, cioè
del numero di copie di Hiv presenti nel sangue dei pazienti trattati con questo
nuovo cocktail, in alcuni casi al di sotto dei livelli di rilevabilità.
L'idrossiurea sembra amplificare gli effetti degli inibitori della trascrittasi
inversa ingannano il virus fornendogli dei nucleotidi (cioè dei "mattoni
da costruzione") simili a quelli naturali ma difettosi, motivo per il quale
si chiamano analoghi nucleosidici. L'idrossiurea attacca invece le cellule
infette, che si dividono molto rapidamente, e le costringe a produrre meno
nucleotidi naturali, proprio quelli stessi di cui è costituito l'Hiv. Il virus
è quindi costretto a utilizzare gli analoghi nucleosidici messi a disposizione
dai farmaci, che aumentano così la loro efficacia.
L'idrossiurea è immune da uno dei
maggiori problemi che le attuali terapie antiretrovirali si trovano ad
affrontare: l'insorgenza delle farmaco-resistenze. Sotto la spinta selettiva dei
farmaci, l'Hiv muta il proprio patrimonio genetico dando origine a interi ceppi
virali che risultano insensibili ai trattamenti. Ma dal momento che
l'idrossiurea non colpisce direttamente il virus, bensì le riserve da cui
attinge, cioè le cellule umane infette, non può dare origine a fenomeni di
resitenza. Se poi il farmaco è usato in combinazione anche con un inibitore
della proteasi, la nuova generazione di antiretrovirali alla base dei famosi
cocktail, i risultati sono ancora più sorprendenti. Attaccato su più fronti
contemporaneamente, il virus sparisce dal sangue e si ritira nei santuari,
organi come il cervello o il sistema linfatico dove le medicine penetrano con
difficoltà.
Naturalmente è ancora presto per
parlare di eradicazione del virus, anche se gli studi sembrano particolarmente
promettenti. Ma oltre a offrire nuove speranze a sieropositivi e malati di Aids,
le recenti scoperte destano anche molti interrogativi a cui solo ulteriori
sperimentazioni possono dare risposta. Bisogna, infatti, ancora stabilire il
dosaggio ottimale di idrossiurea da somministrare, per approfittare dei suoi
vantaggi diminuendo l'incidenza degli effetti collaterali (soppressione
dell'attività del midollo spinale, con conseguente diminuzione di globuli
bianchi e rossi). E resta ancora da chiarire a quale stadio dell'infezione si
debba intraprendere la nuova terapia. I primi studi suggeriscono di iniziare
nelle prime fasi, quando il virus si riproduce molto velocemente e il sistema
immunitario del paziente non è ancora compromesso, mentre sarebbe
sconsigliabile in pazienti allo stadio avanzato.
=====================
CASI DI AIDS IN ITALIA
CASI DI AIDS IN ITALIA
Registro Nazionale dei casi di AIDS
Centro
Operativo AIDS (COA)
Istituto
Superiore di Sanità (ISS)
Distribuzione annuale dei casi di AIDS e dei decessi.
Tasso di letalità, casi corretti per
ritardo di notifica, casi cumulativi,
casi viventi. (*dati al 30 settembre
1997)
|
Anno
di diagnosi |
Casi
segnalati |
Decessi per
anno di
diagnosi |
Tasso
di
letalita' |
Casi
corretti |
Cumulativo (casi
corr.) |
Casi
viventi
|
|
1982 |
1 |
0 |
- |
1 |
1 |
1 |
|
1983 |
8 |
7 |
87,5% |
8 |
9 |
7 |
|
1984 |
37 |
37 |
100% |
37 |
46 |
28 |
|
1985 |
198 |
186 |
93,9% |
198 |
244 |
137 |
|
1986 |
457 |
426 |
93,2% |
457 |
701 |
326 |
|
1987 |
1.028 |
948 |
92,2% |
1.028 |
1.729 |
791 |
|
1988 |
1.773 |
1.586 |
89,4% |
1.773 |
3.502 |
1.711 |
|
1989 |
2.478 |
2.230 |
90,0% |
2.478 |
5.980 |
2.835 |
|
1990 |
3.136 |
2.755 |
87,8% |
3.136 |
9.116 |
4.108 |
|
1991 |
3.825 |
3.339 |
87,3% |
3.825 |
12.941 |
5.421 |
|
1992 |
4.260 |
3.563 |
83,6% |
4.261 |
17.202 |
6.452 |
|
1993 |
4.817 |
3.621 |
75,2% |
4.837 |
22.039 |
7.832 |
|
1994 |
5.519 |
3.844 |
69,6% |
5.590 |
27.629 |
9.342 |
|
1995 |
5.633 |
2.884 |
51,2% |
5.780 |
33.409 |
10.787 |
|
1996 |
4.928 |
1.491 |
30,2% |
5.211 |
38.620 |
12.080 |
|
1997* |
2.042 |
308 |
15,1% |
2.738 |
41.358 |
12.918 |
|
Totale |
40.140 |
27.225 |
67,8% |
41.358 |
|
|
Distribuzione dei casi di AIDS per regione di residenza
e per anno di diagnosi. (*dati al 30
settembre 1997)
|
Regione |
'82-'90 |
1991 |
1992 |
1993 |
1994 |
1995 |
1996 |
1997* |
Totale |
|
Piemonte |
608 |
293 |
289 |
308 |
372 |
362 |
343 |
138 |
2.713 |
|
Valle D'Aosta |
8 |
9 |
5 |
6 |
5 |
7 |
9 |
3 |
52 |
|
Lombardia |
2.971 |
1.224 |
1.244 |
1.503 |
1.738 |
1.667 |
1.468 |
532 |
12.347 |
|
Trentino-Alto Adige |
22
44 |
18
21 |
24
30 |
16
38 |
18
32 |
25
37 |
26
29 |
11
19 |
160
250 |
|
Veneto |
550 |
232 |
270 |
302 |
329 |
311 |
275 |
111 |
2.380 |
|
Friuli-Venezia Giulia |
72 |
26 |
34 |
41 |
38 |
39 |
47 |
21 |
318 |
|
Liguria |
518 |
211 |
237 |
233 |
282 |
284 |
250 |
107 |
2.122 |
|
Emilia Romagna |
867 |
377 |
426 |
435 |
570 |
564 |
490 |
215 |
3.944 |
|
Toscana |
572 |
219 |
252 |
278 |
336 |
366 |
284 |
152 |
2.458 |
|
Umbria |
47 |
27 |
38 |
30 |
39 |
47 |
51 |
16 |
295 |
|
Marche |
135 |
62 |
66 |
67 |
80 |
89 |
78 |
38 |
616 |
|
Lazio |
1.179 |
462 |
542 |
625 |
646 |
732 |
637 |
271 |
5.094 |
|
Abruzzo |
60 |
25 |
24 |
37 |
40 |
48 |
41 |
22 |
297 |
|
Molise |
4 |
3 |
2 |
4 |
4 |
5 |
3 |
1 |
26 |
|
Campania |
281 |
109 |
174 |
150 |
197 |
208 |
183 |
79 |
1.381 |
|
Puglia |
271 |
143 |
169 |
191 |
172 |
218 |
222 |
100 |
1.486 |
|
Basicata |
19 |
10 |
9 |
19 |
12 |
18 |
17 |
4 |
108 |
|
Calabria |
86 |
36 |
40 |
43 |
53 |
56 |
59 |
21 |
394 |
|
Sicilia |
406 |
160 |
183 |
223 |
239 |
220 |
166 |
77 |
1.674 |
|
Sardegna |
308 |
111 |
144 |
172 |
173 |
185 |
133 |
49 |
1.275 |
|
Estero |
63 |
22 |
16 |
29 |
32 |
35 |
17 |
15 |
229 |
|
Ignota |
26 |
25 |
42 |
67 |
112 |
111 |
99 |
40 |
521 |
Tasso di incidenza di AIDS per regione di residenza
(casi x 100.000 abitanti; luglio 1996 -
giugno 1997)
Distribuzione dei casi di AIDS in adulti per categoria
di esposizione e per anno di diagnosi.
(*dati al 30 settembre 1997)
|
Categoria |
'82-'91 |
1992 |
1993 |
1994 |
1995 |
1996 |
1997* |
Totale |
Maschi |
Femmine |
|
Omosessuali |
2.050
16,2 |
587
14,0 |
693
14,5 |
861
15,8 |
794
14,2 |
719
14,7 |
279
13,7 |
5.983
15,1 |
5.983
19,2 |
0
0,0 |
|
Tossicodipedenti |
8.541
67,6 |
2.789
66,5 |
3.046
63,9 |
3.395
62,1 |
3.368
60,6 |
2.877
59,0 |
1098
54,0 |
25.114
63,5 |
19.992
64,3 |
5.122
60,8 |
|
Tossic. omosess. |
342
2,7 |
78
1,9 |
92
1,9 |
113
2,0 |
99
1,8 |
66
1,3 |
32
1,6 |
822
2,1 |
822
2,6 |
0
0,0 |
|
Emofilici |
154
1,2 |
38
0,9 |
29
0,6 |
27
0,5 |
26
0,5 |
23
0,5 |
6
0,3 |
303
0,8 |
301
1,0 |
2
0,0 |
|
Trasfusi |
166
1,3 |
50
1,2 |
47
1,0 |
42
0,7 |
56
1,0 |
44
0,9 |
14
0,7 |
421
1,1 |
237
0,8 |
184
2,2 |
|
Contatti eterosessuali |
1.230
9,7 |
581
13,8 |
744
15,6 |
878
16,0 |
1042
18,7 |
977
20,0 |
407
20,0 |
5.859
14,8 |
3.046
9,8 |
2.813
33,4 |
|
Altro, non determ. |
144
1,1 |
69
1,6 |
111
2,3 |
147
2,7 |
172
3,1 |
173
3,5 |
199
9,8 |
1.105
2,6 |
719
2,3 |
296
3,5 |
|
Totale |
12.627
|
4.194
|
4.762
|
5.463
|
5.547
|
4.879
|
2.035
|
39.517
|
31.100
78,7 |
8.417
21,3 |
Distribuzione dei casi adulti di AIDS in eterosessuali
per tipo di rischio e per sesso (dati
al 30 settembre 1997)
|
|
Maschi |
Femmine |
Totale |
|||||||||||||||
|
|
Partner |
Totale |
Partner |
Totale |
Partner |
Totale |
|
|||||||||||
|
Tipo di rischio |
HIV scon. |
HIV+
noto |
|
HIV scon. |
HIV+ noto |
|
HIV scon. |
HIV+ noto |
|
|
||||||||
|
Originario di zona endemica |
325 |
7 |
332 |
173 |
11 |
184 |
498 |
18 |
516 |
|
||||||||
|
Partner bisessuale |
0 |
0 |
0 |
27 |
21 |
48 |
27 |
21 |
48 |
|
||||||||
|
Partner tossicodipendente |
417 |
146 |
563 |
688 |
843 |
1.531 |
1.105 |
989 |
2.094 |
|
||||||||
|
Partner emofilico/trasfuso |
10 |
9 |
19 |
13 |
31 |
44 |
23 |
40 |
63 |
|
||||||||
|
Partner zona endemica |
234 |
19 |
253 |
24 |
9 |
33 |
258 |
28 |
286 |
|
||||||||
|
Partner promiscuo * |
1.554 |
325 |
1.879 |
277 |
696 |
973 |
1.831 |
1.021 |
2.852 |
|
||||||||
|
Totale |
2.540 |
506 |
3.046 |
1.202 |
1.611 |
2.813 |
3.742 |
2.117 |
5.859 |
|
||||||||
* inclusi i partner di prostitute e le prostitute
Distribuzione dei casi pediatrici di AIDS
per tipo di esposizione e per anno di
diagnosi. (*dati al 30 settembre 1997)
|
Categoria |
'82-'91 |
1992 |
1993 |
1994 |
1995 |
1996 |
1997* |
Totale |
Maschi |
Fem. |
|
Emofilici |
14
4,5 |
1
1,5 |
0
0,0 |
0
0,0 |
0
0,0 |
0
0,0 |
0
0,0 |
15
2,4 |
15
4,9 |
0
0,0 |
|
Trasfusi |
7
2,2 |
0
0,0 |
1
1,8 |
3
5,4 |
0
0,0 |
1
2,0 |
0
0,0 |
12
1,9 |
4
1,3 |
8
2,5 |
|
Trasmiss.verticale |
291
92,7 |
63
95,4 |
53
96,4 |
52
92,9 |
76
100 |
43
87,8 |
6
85,7 |
584
93,7 |
277
91,4 |
307
95,9 |
|
Altro, non determ. |
2
0,6 |
2
3,0 |
1
1,8 |
1
1,8 |
0
0,0 |
5
10,2 |
1
14,3 |
12
1,9 |
7
2,3 |
5
1,6 |
|
Totale |
314
|
66
|
55
|
56
|
76
|
49
|
7
|
623
|
303
48,6 |
320
51,4 |