| Medicina e Bioetica: per informarsi, capire, discutere… |
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Giulio Tarro |
Nuove
prospettive epidemiologiche
Relazione
al Convegno
Gli
scenari delle nuove civiltà. Quale Sud per l’Europa
Istituto
Luigi Sturzo, Roma, 12 ottobre 1999
Le
migrazioni hanno sempre caratterizzato tutta la storia dell'uomo, dal suo
apparire, sino ad oggi tanto da far affermare al genetista Cavalli-Sforza che
“la mobilità è il sale del progresso”. La nostra era epoca, molto più di
quelle che la hanno preceduta è
caratterizzata da un gigantesco rimescolamento di popoli, di culture e lo sarà
anche di microrganismi anche perché il viaggiare stesso ha congiunzioni
semantiche con la malattia e in greco il sostantivo epidemia e il verbo epidemeo
hanno il significato originario di soggiorno, di arrivare per risiedere in
un paese.
In
questo ultimo decennio le migrazioni hanno rimescolato completamente la
geografia umana del pianeta, facendoci toccare con mano come il pianeta non sia
altro che un grande villaggio, del quale conosciamo solo le strade
apparentemente principali. Ma troppo tardi abbiamo scoperto che milioni di
nostri vicini cercavano di sopravvivere con gli avanzi del nostro superfluo. E'
avvenuto quando, per la prima volta, l'uomo bianco si è trovato accanto, nelle
sue città, lo straniero, il diverso, che lui prima aveva colonizzato e
dominato. Nel momento in cui lo straniero lascia la sua terra, ormai gravemente
devastata e saccheggiata, e chiede la sua parte di ricchezza, il suo posto
dignitoso nella società, spaventa l'uomo occidentale, abituato a dominare.
Nascono da qui tutta una serie di allarmismi su epidemie importate dal Terzo
Mondo che si starebbero per abbattere sul nostro continente e che,
periodicamente, sulla scia di qualche isolato episodio infettivo, quale - ad
esempio, la lebbra - guadagnano spazio sui mass media alimentando ancestrali
paure, pregiudizi, razzismi.
In
questo quadro, certamente difficile è il ruolo del medico, stretto tra
l’esigenza di informare correttamente sui rischi sanitari che una immigrazione
selvaggia (come quella che ha conosciuto e continua a conoscere il nostro paese)
può comportare e quella di impedire che queste preoccupazioni alimentino
atteggiamenti razzisti e xenofobi. Ma quali sono le cifre e gli scenari
dell’emigrazione in Europa e nel bacino del Mediterraneo? I dati ufficiali
parlano di quasi dieci milioni di cittadini extracomunitari regolarmente
presenti in dodici Stati della Comunità europea (non esistono ancora dati
aggiornati che comprendano anche i tre nuovi Stati membri). A costoro vanno
aggiunte le presenze clandestine, che superano i due milioni di unità e che
interessano particolarmente i paesi europei dell'area mediterranea, primo fra
tutti I'Italia. Degli immigrati regolari il 43% proviene da paesi terzi europei,
il 28% da paesi africani, il 16% da paesi asiatici, 18% da paesi americani.
Complessivamente essi rappresentano quasi il 3% dell'intera popolazione
residente nell'Unione Europea, con una punta del 6,8% in Germania. La situazione
sembra destinata ad accentuarsi alla luce di quanto gli esperti prevedono per i
prossimi anni: è probabile, infatti, un ulteriore incremento dei flussi
migratori per la perdurante instabilità politica e sociale nell’ Europa
orientale e per il notevole incremento demografico che stanno conoscendo quasi
tutti i paesi del bacino meridionale del Mediterraneo (Algeria, Marocco,
Tunisia, Egitto, Giordania, Libano, Siria, Territori palestinesi di Gaza e di
Cisgiordania) e numerose nazioni dell'Africa subsahariana, (in particolare
Senegal, Ghana, Nigeria, Somalia, Etiopia).
Come
è noto, per fronteggiare questa situazione, la Comunità Europea, fin dal 1990,
ha elaborato una serie di direttive conosciute come "Nuova politica
mediterranea", al fine di promuovere, attraverso il rafforzamento della
cooperazione tecnica e commerciale, lo sviluppo economico e sociale e di
garantire la stabilità nella zona; ma non c’è da farsi molte illusioni
sull’efficacia di queste iniziative che, in assenza di radicali mutamenti
sociali, economici e politici, di certo non potranno ridurre l’impatto di
quella che si prospetta come una migrazione di interi popoli destinata a
scompaginare profondamente l’assetto del “vecchio continente” e di
produrre conseguenze oggi difficilmente immaginabili. Tra queste, come già
detto, quelle sanitarie ed epidemiologiche hanno già scatenato una ridda di
allarmismi e dicerie, sulle quali è opportuno fare chiarezza.
Ma
prima di delineare alcuni possibili interfaccia tra i flussi migratori e le
prospettive epidemiologiche e sanitarie nell’area mediterranea e nel nostro
continente, vorrei spendere qualche parola sull’influenza, nella storia di
queste due aree, delle epidemie; una storia carica di vestigia, testimoniata,
tra l’altro, dalla prevalenza dei gruppi sanguigni 0 e A che sono la
“risposta” immunologica alle epidemie di peste e di vaiolo che nei secoli
addietro hanno flagellato queste aree. L’elevata densità di popolazione che
caratterizza l’Europa e il bacino del Mediterraneo e, quindi, il persistere
nei secoli di infezioni ha, tra l’altro, contribuito a determinare in queste
popolazioni una sorta di primato immunologico che ha permesso loro di
colonizzare il pianeta. Il perché di questa “marcia trionfale” delle
popolazioni europee e mediterranee (ma prevalentemente europee per numerosi
fattori storici e sociali) è certamente da ricercare nella recente storia
biologica della razza umana caratterizzata, tra i 15 e i 40 mila anni fa, (con
la creazione dello stretto di Beringh e l’inabissamento dell’arcipelago che
collegava l’Australia al continente asiatico) dalla creazione di bacini
biologici non comunicanti tra di essi. Come giustamente ha fatto notare uno dei
più prestigiosi epidemiologi, Mirko D. Grmek, rispetto all'evoluzione dell'Homo
sapiens, la separazione dei diversi continenti può essere considerata un
evento relativamente recente nella storia degli organismi viventi, come la
migrazione dei nomadi dalla Siberia attraverso lo Stretto di Bering. Tuttavia,
entrambi i processi si sono verificati in un'epoca talmente remota da aver
creato, sia dal punto di vista biologico che patologico, un Nuovo Mondo tra
l'Atlantico e il Pacifico. Differenti condizioni ambientali, cibi, eventi
storici, organizzazioni sociali, oltre alla diversità della scienza medica e
delle sue applicazioni, hanno contribuito all'isolamento di due o più
patocenosi abbastanza diverse, favorite anche dalla presenza o dall'assenza di
agenti biologici e di vettori delle malattie infettive. A tal riguardo, Grmek ha
introdotto il concetto di patocenosi per descrivere l'intero complesso di
condizioni patologiche esistenti in una data popolazione in un particolare
periodo storico. Secondo un altro storico delle epidemie, William H. McNeill,
mentre dal 500 a.C. al 1200 d.C. nelle zone civilizzate dell'Eurasia si verificò
un'integrazione di serbatoi virali, nel continente Americano si sviluppò una
patocenosi completamente differente, in cui vaiolo, morbillo, influenza, malaria
e febbre gialla erano del tutto sconosciute. L'introduzione di queste malattie,
conseguente all’arrivo degli europei e dei “mediterranei” avrebbe, quindi,
avuto un effetto devastante per le popolazioni non immunizzate.
Ma
abbandoniamo queste telegrafiche considerazioni che, credo, possano dare alle
infezioni e quindi alle malattie una lettura ricca di spunti di riflessione
(nessuno, o quasi, riflette sulla circostanza che sono stati proprio gli europei
con le loro malattie da noi oramai silenti a provocare l’estinzione di
popolazioni quali quelle amerindie, aborigene australiane o esquimesi) e
accenniamo al degrado che, indipendentemente dal problema immigrazione, sta
conoscendo la sanità in Europa e nel resto del pianeta.
La
salute del Vecchio Continente scricchiola: per la prima volta dalla Seconda
guerra mondiale la vita media degli europei è scesa da 73,1 anni nel 1991 a
72,4 anni nel 1994. Il calo dell'aspettativa di vita riguarda prevalentemente i
paesi dell'Europa centro-orientale, dove la mortalità elevata delle popolazioni
più povere abbassa la media europea e dove malattie che si credevano sconfitte
da tempo ricominciano a mietere vittime. Nell'Europa orientale, stravolta da
guerre, sconvolgimenti politici ed economici, sono ricomparse vecchie malattie
che si ritenevano ormai sconfitte, come la tubercolosi, il colera, la difterite,
e la malaria. Nell'ex Unione Sovietica un'epidemia di difterite ha causato dal
'90 4 mila morti e con i suoi 150 mila casi contribuisce al 90 per cento della
diffusione mondiale di questa malattia. Non solo. In vertiginoso aumento,
soprattutto nei Paesi dell'ex Unione Sovietica (Russia, Ucraina, Lettonia), sono
pure le malattie trasmesse per via sessuale, come la sifilide, favorita da
povertà e prostituzione: qui i casi di questa malattia sono aumentati centinaia
di volte. In Ucraina nel '91 erano 5.292, nel '95 hanno toccato quota 61.032,
mentre in Russia i 5.320 casi nel '91 sono saliti a 26 mila nel '95. Nella sola
Ucraina i nuovi casi di infezione da virus Hiv sono passati da circa 70 negli
anni precedenti a oltre 10 mila nel '96.
Questa
situazione già grave deve essere relazionata alla drammatica situazione
sanitaria che sta caratterizzando vaste aree del nostro pianeta; e questo
indipendentemente da fenomeni migratori. Tra l’altro chi immagina il nostro
continente come una sorta di “fortezza assediata” da orde di immigranti
portatori di chissà quali malattie dovrebbe riflettere sulla circostanza che,
secondo una stima della Banca Mondiale, solo un terzo dei 130 milioni di
immigranti che ha conosciuto il nostro pianeta nell’ultimo decennio, si è
stabilito in Europa o nell'America settentrionale, mentre la maggior parte si
trova nei paesi del sud del mondo (35 milioni circa solo nell'Africa
subsahariana).
Tra
le infezioni emergenti che stanno flagellando la popolazione del nostro pianeta
primeggia la tubercolosi: una malattia che ci si illudeva destinata a
scomparire. Oggi un terzo dell'umanità - quasi 2 miliardi di persone - è
infettata dal Mycobacterium tuberculosis, e l'Organizzazione
Mondiale della Sanita (OMS) stima che nel 1998 nel mondo si siano verificati 8,8
milioni di nuovi casi di tubercolosi e 3 milioni di decessi legati a questa
malattia. L'OMS considera la tubercolosi come la più frequente causa di morte
dovuta ad un singolo agente patogeno infettivo. Inoltre, il bacillo tubercolare
è emerso globalmente quale la più importante causa di mortalità da malattia
contagiosa nella donna. Queste cifre denunciano una situazione di controllo
spaventosamente inadeguata, risultato della generale trascuratezza del problema
e del fatto che, come già detto, negli ultimi decenni il mondo sia vissuto con
la convinzione che la tubercolosi fosse una malattia del passato, ormai
debellata o in via di eliminazione. In verità, questa credenza derivava dalle
statistiche dei Paesi industrializzati, tra cui l'Italia, le quali dimostravano
una regolare riduzione del numero dei casi e delle morti dovute alla malattia.
Pochi, peraltro, si preoccuparono di verificare cosa stesse succedendo nei Paesi
in via di sviluppo, ove, invece, la tubercolosi non è mai stata in fase di vero
declino e ove la mancanza di risorse ha fatto sì che essa venisse completamente
trascurata. E' stato necessario scoprire che negli Stati Uniti d'America, dal
1985 in poi, la precedente tendenza al ribasso si era interrotta, e che in molti
Paesi africani, colpiti dall'epidemia da virus dell'immunodeficienza umana
(HIV), le notifiche di tubercolosi aumentavano drasticamente, per richiamare
l'attenzione della comunità scientifica internazionale e dei governi sul
problema tubercolosi. Il risorgere della tubercolosi è imputabile a vari
fattori: anzitutto l'assenza o il declino dei programmi di controllo nazionali
in molti Paesi e la inadeguatezza di alcuni tra i programmi residui; in secondo
luogo, la crescita della popolazione mondiale nei gruppi di età a maggiore
rischio di malattia e la diffusione dell'epidemia da HIV. Nei Paesi
industrializzati, oltre allo smantellamento dei programmi di controllo, fattori
quali l'HIV e, soprattutto, l'immigrazione da Paesi ad alta incidenza di
tubercolosi hanno provocato il risorgere della malattia quale problema
importante di salute pubblica. In tali Paesi, la scarsa importanza attribuita
alla malattia nelle scuole di medicina e presso la classe medica generale ha
generato un basso livello di preparazione del medico moderno sulla tubercolosi.
La, generalmente, scarsa preparazione clinica accompagnata all'assenza di un
programma di controllo efficace sono alla base della drammatica epidemia di
multifarmaco-resistenza scoppiata in alcune città nord-americane, quali New
York e Miami.
Tra
le altre malattie uscite dall'ombra c'è la malaria. Negli anni 80 era quasi
sconosciuta in Europa, nel 1995 sono stati registrati quasi 100 mila casi;
tutti, comunque, importati da aree tropicali. Nel nostro paese la bonifica delle
aree paludose rende, comunque, improbabile che il Plasmodiun falciparium, possa
radicarsi. Non così per il colera (ripropostosi nel 1994 a Bari), che potrebbe
insediarsi in quelle situazioni di degrado sanitario che già oggi, soprattutto
nel Mezzogiorno, hanno reso endemica l’epatite A. Per quanto riguarda il
bacino del Mediterraneo la presenza del vibrione del colera (periodicamente
importato, verosimilmente, con le acque sentina di navi provenienti
dall’estremo oriente o da altre aree dove questa infezione è endemica)
rappresenta un serio pericolo. Dopo il 1991, l’anno di massima attività del
colera è stato il 1994, con epidemie che hanno interessato numerosi paesi che
si affacciano sul bacino del Mediterraneo, Italia compresa, e dell’Europa
orientale. Accanto al V. cholerae El Tor, sierotipo Ogawa, responsabile
della maggior parte degli episodi epidemici, un nuovo ceppo di vibrione
colerigeno ha suscitato notevoli preoccupazioni. Il vibrione non O1 O139,
responsabile di estese epidemie a partenza dal Golfo del Bengala, ha provocato
anche numerosi casi importati tanto in Paesi in via di sviluppo che in Paesi
industrializzati. A causa delle differenze antigeniche tra il vibrione non O1
O139 ed i vibrioni, sia classici che El Tor, non esiste immunità crociata ed i
vaccini anticolerici tradizionali sono del tutto inefficaci. L’attività del
vibrione O139 ha mostrato, comunque, una certa diminuzione negli anni successivi
al 1994 e l’ondata epidemica sembra, per il momento, rallentata.
Non
così per una infezione che, essendo ormai scomparsa dai nostri mass media, ci
si illude non costituisca più un pericolo: l’AIDS. Le cifre, diffuse nel
settembre di quest’anno dalla Organizzazione Mondiale della Sanità sono
agghiaccianti: oggi nel mondo vi sono 32 milioni di persone sieropositive, più
di due milioni tra queste sono bambini; si stima che nell’anno scorso i nuovi
casi di contagio siano stati almeno 6 milioni e i decessi 3 milioni; finora sono
stati uccisi dall’AIDS più di dodici milioni di persone tra le quali 3
milioni di bambini. Mentre l'Occidente ricco vede regredire il numero dei
decessi, nel Sud del mondo, in particolare nell'Africa subsahariana, l'Aids sta
mietendo vittime con una furia paragonabile ormai solo a quella delle grandi
pestilenze della storia. Come la Spagnola, l'influenza che alla fine della Prima
Guerra Mondiale uccise 20 milioni di persone in due anni, o la peste del XIV
secolo, che cancellò un quarto della popolazione europea. E
se nelle nazioni ricche e in alcune parti dell'America Latina il ritmo di
aumento dei contagi è stabile o addirittura in recessione, in paesi come lo
Zimbabwe e il Botswana, dove il 25 per cento degli adulti è sieropositivo, ha
assunto una crescita vertiginosa. E' soprattutto a queste zone che si deve il
totale dei nuovi casi di infezione: 16 mila al giorno nel 1997, per un totale di
quasi 6 milioni nell'intero anno, mezzo milione in più del 1996.
In
mancanza di una cura, o della possibilità di accedere a una terapia per
allungare la vita, la gran parte di chi oggi è contagiato dall'Hiv morirà
entro un decennio. Nel frattempo, poiché la malattia colpisce essenzialmente le
fasce di età sessualmente più attive, l'epidemia continuerà a diffondersi. I
tassi di contagio mostrano un deciso incremento in gran parte dell'Asia,
dell'Europa dell'Est e dell'Africa meridionale. In molti paesi africani la
mortalità dei maschi adulti è raddoppiata o addirittura triplicata a partire
dalla fine degli anni Ottanta. E dati i tempi lunghi dell'Hiv, l'aumento delle
morti per Aids riflette i tassi di contagio di molti anni prima. Il peggio,
insomma, deve ancora arrivare. Un'altra conseguenza dell'età delle vittime
dell'epidemia è l'incredibile numero degli orfani che provoca: all'inizio del
1998, erano oltre 8 milioni i bambini orfani di madre, e molti di loro avevano
perso entrambi i genitori. Solo l'anno scorso, 1.6 milioni di bambini sono
rimasti soli a causa dell'Hiv, il 90 per cento dei quali vive a sud del Sahara.
In alcune zone, la tradizionale famiglia allargata riesce ancora a prendersi
cura di loro, ma emigrazione e urbanizzazione minano le vecchie strutture
sociali e l'aumento crescente del numero degli orfani, affiancato al diminuire
di quello degli adulti in grado mantenerli, sta spingendo la situazione verso il
punto di non ritorno. Alle spalle dell'Aids, avanzano fame e sottosviluppo. Il
divario tra Nord e Sud riguarda anche la trasmissione del contagio da madre a
figlio. In Francia, ad esempio, e negli Stati Uniti, meno del 5 per cento dei
figli partoriti da donne sieropositive è colpito dal virus. Ma nei paesi in via
di sviluppo, dove i farmaci in grado di ridurre la trasmissione sono
praticamente inaccessibili e l'allattamento al seno quasi sempre è l'unico modo
per alimentare i neonati, le percentuali oscillano tra il 25 e il 35 per cento.
L’avanzata
del virus dell’AIDS, (fuoriuscito dalla foresta africana nelle quali era
confinato a seguito della costruzione di una strada per il trasporto di legname)
è paradigmatica di come alla base dell’emergere di molte nuove malattie
infettive vi sia spesso uno “sviluppo”, dettato dall’Occidente ai paesi
del Terzo Mondo. La febbre emorragica, ad
esempio; è uscita, in Argentina e in Bolivia, fuori da aree paludose, dove
infettava alcuni roditori per diffondersi (una volta che queste aree erano state
“bonificate” per far posto ad coltivazioni intensive destinate
all’esportazione) tramite i roditori ai centri urbani e oggi costituisce una
gravissima minaccia per l’umanità. La stessa distruzione di ecosistemi o
l’insediamento di comunità umane in aree decisamente insalubri ha comportato
la diffusione di altre gravissime infezioni virali contro le quali oggi siamo
assolutamente impotenti: il Morbo
di Ebola, la Febbre di Marburg, la Febbre di Lassa, la Febbre di Rift Valley...
La
distruzione o la compromissione di habitat ecologici, nei quali convivevano
senza fare troppi danni svariate infezioni, ha finito per determinare anche nel
bacino del Mediterraneo l’emergere di malattie a trasmissione vettoriale,
trasmesse cioè da animali. Le malattie a trasmissione vettoriale, che possono
avere un’eziologia di tipo virale, rickettsiale, batterica, protozoaria,
parassitaria, rappresentano oltre l’80% delle patologie infettive. Tra queste,
la febbre bottonosa del Mediterraneo, provocata da R. conorii e trasmessa
all’uomo dalla zecca del cane è ormai presente in Italia con almeno un
migliaio di casi all’anno, così come in altri Paesi che si affacciano sul
bacino del Mediterraneo; la leishmaniosi, sia cutanea che viscerale, è presente
in foci endemici in varie regioni costiere, la meningoencefalite da zecche (TBE)
è presente in molte aree dell’Europa centrale e settentrionale ed è stata
identificata anche in alcune regioni del nostro arco alpino; la malattia di Lyme,
altra malattia trasmessa da zecche, viene segnalata con crescente frequenza
dalle stesse regioni. Assolutamente non trascurabile è poi il ruolo di vettore
svolto da crostacei oggi presenti nel Mediterraneo quali i Cyclops, minuscoli
gamberetti d’acqua dolce vettori della dracunculiasi e della botriocefalosi, e
da molluschi gasteropodi, anche essi d’acqua dolce (Biomphalaria, Bulinus)
vettori della schistosomiasi. Nella stragrande maggioranza dei casi i vettori
necessitano, per la loro vita e/o per la riproduzione della presenza abbondante
di acqua; a questa necessità si sottraggono le zecche, che possono vivere anche
in ambienti molto secchi, e i flebotomi, diffusi anche in territori aridi e
semi-aridi. Gli habitat favoriti dai vettori di malattie infettive sono quindi
per lo più zone umide e ricche di vegetazione. Molti vettori sono peraltro in
grado di sfruttare, quali siti per la riproduzione, anche minuscole raccolte
d’acqua quali quelle che si formano nel cavo degli alberi o nei fiori, o in
contenitori artificiali che consentano la permanenza di acqua piovana. E’ a
causa di questa capacità che, ad esempio, sono stati introdotti vettori di
malattie infettive in zone in cui essi non erano presenti naturalmente, ma che
offrivano condizioni climatiche favorevoli per la loro colonizzazione: in questo
modo Aedes albopictus, vettore della dengue, della filariasi e di altre
patologie infettive e parassitarie, è stata introdotta negli Stati Uniti
d’America a metà degli anni ’80 e in Italia nel 1990; secondo i dati
forniti dal Sistema di Sorveglianza, attivato presso il Laboratorio di
Parassitologia dell’Istituto Superiore di Sanità, Ae. Albopictus è
presente attualmente in almeno 8 regioni italiane (Liguria, Lombardia, Veneto,
Friuli, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Campania).
Tra
le malattie vettoriali che potrebbe riproporsi nell’area del Mediterraneo un
posto di rilievo spetta certamente alla malaria, trasmessa come è noto da
zanzare del genere Anopheles e che è stata endemica per secoli nel
nostro Paese. La malaria è senza dubbio la malattia a trasmissione vettoriale
più diffusa nel mondo; rischio elevato di malaria da P. falciparum è
presente nell’Africa sub-sahariana, in Estremo Oriente, in gran parte
dell’America Latina e dell’America Centrale, mentre un rischio limitato di
infezioni da P. ovale, vivax e malariae esiste anche nel vicino Oriente e
quindi nel bacino del Mediterraneo. Non esiste ancora un vaccino efficace nei
confronti della malaria, la cui prevenzione, a livello individuale, risiede
quindi nella farmacoprofilassi e nell’adozione di idonee misure
comportamentali; poiché i fenomeni di resistenza da parte dei plasmodi ai
farmaci usati abitualmente per la profilassi farmacologica della malaria sono
sempre più frequenti, queste misure acquistano un significato ancora maggiore,
d’altra parte, la profilassi farmacologica può essere eseguita per un periodo
di tempo limitato (soltanto la clorochina ha dimostrato di essere ben tollerata
anche dopo anni di assunzione) e non da tutti coloro che ne avrebbero bisogno,
per i possibili effetti indesiderati e l’interferenza con altri farmaci. Come
è noto, la malaria è stata eradicata dal nostro paese negli anni ’50, in
seguito all’attuazione di una lotta sistematica al vettore. Da alcuni anni, in
seguito all’aumento di viaggi in zone endemiche per turismo o lavoro, e anche
in seguito all’inizio di flussi migratori provenienti dall’Africa e
dall’Asia, vengono registrati casi di malaria importata, con tendenza
all’aumento; attualmente i casi di malaria notificati al Sistema Informativo
delle malattie infettive sono circa 700. Dal continente africano il 79,8% dei
casi ha importato P. falciparum; le forme da P. Vivax hanno
interessato l’82,5% dei casi provenienti dall’Asia ed il 72,3% dei casi
provenienti dalle Americhe.
Come già detto, nel nostro paese la bonifica delle aree
paludose rende improbabile che il
Plasmodiun falciparium, possa radicarsi in Italia; ancora più improbabile è
l’insediamento di altre infezioni trasmesse da zanzare quali la febbre gialla,
la dengue, l’encefalite giapponese.
La
febbre gialla è una malattia virale, trasmessa da zanzare del genere Aedes;
serbatoi dell’infezione sono primati non umani. L’area di endemia della
febbre gialla è in parte sovrapponibile a quella della malaria; essa è infatti
presente nell’Africa sub-sahariana, dal Senegal all’Angola, con un ciclo sia
urbano che silvestre, e in Sud-America, nei Paesi che si affacciano sul bacino
del Rio delle Amazzoni, con un ciclo prevalentemente urbano. La febbre gialla è
assente invece dall’Asia, anche se nelle regioni tropicali e sub-tropicali di
questo continente sono presenti sia il vettore che i serbatoi animali. Per
prevenire il rischio di importazione dell’agente patogeno, pertanto, in molti
Paesi asiatici è richiesta la vaccinazione antiamarillica per i viaggiatori
provenienti dalle zone endemiche o che vi abbiano transitato. Nei confronti
della febbre gialla è disponibile un vaccino estremamente efficace; l’immunità
conferita dalla vaccinazione è di lunga durata, probabilmente per tutta la
vita; ai fini di profilassi internazionale, tuttavia, il periodo di validità
della vaccinazione è stato fissato in 10 anni, con inizio 10 giorni dopo
l’inoculazione. Il vaccino è a base di virus viventi attenuati e quello
prodotto su uova embrionate di pollo ha ormai da tempo sostituito quello
coltivato su tessuto cerebrale di topino neonato.
La
dengue, o “febbre spaccaossa”, è provocata da quattro distinti virus
appartenenti, come quello amarillico, al gruppo dei Flavivirus.
L’infezione con uno dei virus della dengue conferisce un’immunità
tipo-specifica, non protettiva nei confronti degli altri tipi. Ripetute
infezioni con diversi tipi di virus della dengue aumenta il rischio di dengue
emorragica, ci sono associate gravi complicazioni e non trascurabile letalità.
Almeno 50 milioni di persone vengono colpite ogni anno dalla dengue o dalla più
pericolosa dengue emorragica. Nei confronti di questa malattia non esiste
neanche la possibilità di attuare una profilassi farmacologica. La dengue sta
diventando un serio problema di sanità pubblico in aeree (America Centrale,
zona caraibica) che, fino a pochi anni, ne erano totalmente indenni e che sono
ora colpite da epidemie in seguito all’introduzione di un vettore che ha
dimostrato di avere notevolissime capacità di adattamento anche in zone a clima
temperato o relativamente freddo. Sono in questo momento in fase di sviluppo e
di sperimentazione diversi vaccini candidati per la dengue; un vaccino a base di
virus viventi attenuati è attualmente nella fase di sperimentazione clinica ed
un vaccini vivente ricombinante sarà sul mercato internazionale tra breve
tempo.
L’encefalite
giapponese (JE), come la dengue, è provocata da un Flavivirus e
trasmessa da zanzare del genere Culex, che pungono nelle ore notturne.
Serbatoi animali della malattia sono rappresentati da maiali e uccelli, in
particolare aironi ed egrette. Trattandosi di uccelli migratori possono
trasportare l’agente patogeno anche a notevoli distanze.Soltanto una piccola
parte delle persone infettate manifesta il sintomi della malattia, che può
provocare gravi danni neurologici e a cui è associata una letalità variabile
dal 10 al 40%. Sono soprattutto i bambini ad essere colpiti nel corso di
epidemie che periodicamente interessano le zone di endemia naturale, che
comprendono una parte del sub-continente indiano, l’Indocina, gran parte della
Cina, il Giappone e le Filippine. Il vaccino anti-JE, a base di virus uccisi,
viene quindi utilizzato anche in campagne di vaccinazione di massa, rivolte
principalmente all’infanzia; inoltre, sono in fase di sperimentazione vaccini
anti-JE prodotti con metodiche di ingegneria genetica.
Last
but non least, tra
le malattie trasmesse da vettori, la peste (Yersinia pestis) che, nel
1994, si è conquistata una sinistra popolarità, scatenando nel nostro paese
vere e proprie psicosi, a seguito della epidemia di peste polmonare verificatasi
a Surat in India. Lì il fattore scatenante dell’epidemia di peste polmonare
è stato individuato in inondazioni, seguite ad una fase di siccità; la abnorme
mortalità dei ratti, tradizionali serbatoi della malattia, ha portato le pulci
a ricercare altri ospiti, infestando la popolazione umana e dando avvio
all’epidemia. Non deve essere infatti dimenticato che la peste bubbonica è
un’antropozoonosi presente, in forma di focolai endemici "naturali",
in molti Paesi africani, asiatici, dell’America Latina nonché in alcune aree
dell’America del Nord, determinando da 2000 a 3000 casi ogni anno nelle
popolazioni locali. Per fortuna questa terribile malattia non dovrebbe
rappresentare un serio pericolo per il nostro paese e per l’area del
Mediterraneo essendo una infezione ben conosciuta e facilmente curabile con gli
antibiotici. Il suo insito pericolo è dato, invece, dalle reazioni inconsulte e
dal conseguente possibile collasso
delle strutture sanitarie e sociali, che, complice l’enfatizzazione del
pericolo che, certamente, sarebbe operata dai mass media, potrebbero scatenarsi al
suo apparire in una nazione come la nostra.
Al
di là del problema sanitario rappresentato da incontrollati flussi migratori la
possibilità di importare e radicare infezioni in un area così densamente
popolata quale quella del bacino del Mediterraneo è certamente connessa
all’esplodere del turismo di massa e ai movimenti di personale specializzato
che si reca in paesi in via di sviluppo per collaborare a progetti di
cooperazione internazionale e di progettazione ed installazione di attività
industriali. Una preoccupazione che, tra l’altro,
sta determinando la revisione del Regolamento Sanitario Internazionale,
la cui ultima revisione risale al 1972. Malattie emergenti e riemergenti, non
sempre comprese tra le malattie quarantenarie propriamente dette, hanno,
infatti, assunto una rilevanza, ai fini della profilassi internazionale,
difficilmente immaginabile fino a pochi anni fa e, d’altra parte, in un epoca
come la nostra, in cui viaggi intercontinentali si compiono nello spazio di
poche ore, il riferimento rigido ai periodi di incubazione delle malattie
quarantenarie appare anacronistico: non a caso, ad esempio, il rigido rispetto
delle norme dettate dal Regolamento Sanitario Internazionale non ha impedito, ad
esempio, la reintroduzione del colera in Sud-America dopo un’assenza di circa
un secolo.
Come
recentemente segnalato dal Dipartimento della Prevenzione, Ufficio Profilassi
Malattie Infettive, del Ministero della Sanità, non sono però soltanto le
malattie quarantenarie a poter creare problemi nel caso di viaggi e movimenti
internazionali. Anche malattie presenti nei nostri climi raggiungono, nelle aree
tropicali e sub-tropicali, livelli di iperendemia con conseguente rischio di
infezione e di malattia per persone provenienti da aree di bassa endemia.
La febbre tifoide, ad esempio, è iperendemica in gran parte
dell’America Latina, nell’intero continente Africano, facendo eccezione
soltanto alcune regioni della Repubblica Sud-Africana, nell’estremo come nel
vicino Oriente. Il viaggio in aree
iperendemiche espone, quindi, al rischio di contrarre la febbre tifoide, qualora
non vengano seguite scrupolosamente le misure di profilassi comportamentali atte
a prevenire malattie a trasmissione fecale-orale e non sia stato eseguito un
trattamento di immunoprofilassi attiva. Le stesse aree di alta endemia per
febbre tifoide sono di solito caratterizzate anche da una elevata morbosità per
epatite virale. La profilassi
immunitaria nei confronti di tale malattia è stata già da tempo oggetto di
specifiche raccomandazioni per i viaggiatori provenienti da paesi in cui il
miglioramento delle condizioni generali di vita e degli standard
igienico-sanitari ha portato alla riduzione della circolazione interumana del
virus dell’epatite A. Alle immunoglobuline specifiche, disponibili da molti
anni, si è recentemente aggiunto il vaccino antiepatite A, che offre i vantaggi
di una protezione attiva e a lungo termine.
In
alcuni Paesi, tra cui l’Italia, è già stato registrato un vaccino combinato
antiepatite A-B, combinazione particolarmente interessante proprio per le
esigenze di immunoprofilassi per i viaggiatori internazionali in quanto
conferisce, con un solo ciclo vaccinale, protezione contro le due malattie.
Il tasso di prevalenza di portatori cronici del virus dell’epatite B è,
infatti, particolarmente elevato nelle medesime regioni del globo in cui
maggiore è la morbosità per epatite A.
Anche soggiorni di durata relativamente breve possono esporre al rischio di
contrarre queste infezioni, soprattutto qualora non si adottino le specifiche
misure di profilassi comportamentale, ma la vaccinoprofilassi è particolarmente
indicata soprattutto in caso di permanenze piuttosto prolungate ed in situazioni
che non diano la certezza assoluta di poterle applicare. In Africa poi si
osservano ogni anno estese manifestazioni epidemiche di meningite
cerebrospinale, nella fascia che si estende dal Sudan al Senegal (cintura della
meningite). Il fenomeno è particolarmente evidente nella stagione secca e la
maggior parte dei casi è dovuta a N. meningitidis di gruppo A. Il 1996
è stato uno degli anni di massima attività epidemica, con più di 50.000 casi
nella sola Nigeria; più contenuta l’attività nel 1997, anche grazie alle
campagne di vaccinazione.
Come
già accennato, la situazione della difterite è particolarmente allarmante in
Paesi che da poco si sono aperti al turismo, come quelli un tempo facenti parte
dell’Unione Sovietica. L’80% dei casi di difterite registrati globalmente
provengono infatti dalla Russia, dall’Ucraina e da altri paesi della CIS.
Focolai epidemici e casi sporadici di difterite sono stati registrati in
Lettonia, Lituania ed Estonia ed in altri Paesi, confinanti o meno con l’Ex
Unione Sovietica, legati a movimenti di persone da e per le zone maggiormente
interessate da questa epidemia che dal 1990 ad oggi ha provocato più di 150.000
casi di malattia con letalità che in alcune aree ha raggiunto il 10%. Sempre
nella CIS è stata osservata anche, se pure in termini molto più contenuti, una
recrudescenza di poliomielite, dovuta all’interruzione delle attività di
vaccinazione per motivi bellici o per difficoltà economiche. Ogni anno si
verificano ancora nella Regione Europea da 100 a 200 casi di polio paralitica,
anche se uno sforzo coordinato tra 18 Paesi dell’area mediterranea e caucasica
e dell’Asia Centrale (Operazione MECACAR) ha portato, tra il 1995 ed il 1996,
all’attuazione di campagne straordinarie di vaccinazione antipolio, con
ulteriore sensibile riduzione dell’incidenza della malattia e assenza di
ulteriori manifestazioni epidemiche nei paesi interessati dall’operazione.
L’emergere
di nuove malattie infettive radicate in paesi di emigrazione ha finito per
determinare, nei paesi occidentali, preoccupazioni che in molti casi sfociano
nella xenofobia e che rischiano di portare a scelte che possono provocare gravi
conseguenze anche sanitarie. Nonostante ciò non pochi medici, spesso sfidando
l’impopolarità quando non addirittura il Codice penale, hanno installato
ambulatori, in una prima fase in Italia, quasi “clandestini” che credo
facciano onore al giuramento di Ippocrate. Ma su questo ultimo punto mi
soffermerò in seguito.
Poniamoci
intanto alcune domande che alla luce di quanto sopra riportato possono, forse,
apparire provocatorie. Gli immigrati devono essere classificati come una
categoria a rischio come i tossicodipendenti, e i "malati di AIDS"?
Essi importano davvero malattie nel nostro paese oppure no? Su quali dati e su
quali esperienze fondiamo la nostra analisi? Esistono in letteratura
medico-scientifica dati "oggettivi" sul "rischio-salute-immigrati"?
Recentemente mi è capitato di leggere su una rivista di “divulgazione
medica” che, essendo i Brasiliani e i Colombiani popolazioni ad alto rischio
per l'infezione da HIV bisognerebbe sottoporre tutte le persone provenienti da
questi paesi a test ai posti di frontiera. Ovviamente l’articolo non faceva
menzione di come questa proposta si concilierebbe con l’afflusso di decine di
milioni di pellegrini previsti per quest’anno in occasione del Giubileo o
perché mai lo stesso test non dovrebbe essere imposto ad altre popolazioni, ad
esempio i turisti statunitensi o svizzeri che vengono, giustamente, accolti a
braccia aperte in Italia.
Indubbiamente
il problema di controllare nel nostro paese l’insorgere o il riemergere di
nuove malattie infettive si pone ma credo che proporre un indiscriminato
“cordone sanitario” alle nostre frontiere sia una fallimentare illusione. Il
problema nasce dal fatto che, non essendoci stata finora una pianificazione
dell’immigrazione nel nostro paese (barcamenandoci tra “sanatorie” e leggi
repressive che non avevano alcuna possibilità di essere attuate) e, sopratutto,
non esistendo in Italia un capillare screening sulla salute della popolazione
immigrata ci si deve basare ancora oggi su alcune considerazioni - di ordine, più
che sanitario, sociologico - per dedurre lo stato di salute degli immigrati e
delineare strategie di intervento
La
persona immigrata di solito, così come ormai dall'introduzione del ticket
accade per gli italiani a basso reddito, per i pensionati e per i senza fissa
dimora, si rivolge ai servizi sociosanitari solo in caso d'urgenza o di malattia
conclamata, quando cioè non può proprio farne a meno. Dai numerosi quanto
spuri dati raccolti in varie ricerche multicentriche appare ormai evidente che
gli immigrati dai Paesi in via di sviluppo possiedono una salute sostanzialmente
integra al loro arrivo in Italia. Questo dato di fatto è stato definito effetto
migrante sano, ed è dovuto a un'autoselezione di chi decide di emigrare, che
generalmente è forte, giovane, con più spirito di iniziativa, più stabilità
psicologica, in una parola più sano, tenendo presente che il proprio corpo,
insieme alla capacità lavorativa, è l'unico mezzo di scambio, almeno
inizialmente, che si ha con la nuova società. Una buona salute rappresenta
l'unica certezza su cui investire il proprio futuro e quello della famiglia,
spesso in attesa nel paese d'origine. Ricordiamo che l'immigrazione, almeno
nella fase iniziale, ma purtroppo spesso ancora oggi, rappresenta una realtà di
neoschiavismo, si tratta di un vero e proprio mercato di braccia-lavoro, in
funzione del profitto del lavoro nero.
Nel
paese ospite avviene un'ulteriore selezione a rovescio, per cui molti stranieri,
avendo durante la loro permanenza contratto malattie croniche invalidanti,
ritornano nel paese d'origine. Queste considerazioni hanno valore relativo per i
rifugiati, per i quali l'emigrazione non è stata una scelta, e sul cui corpo vi
sono i segni delle condizioni in cui si sono consumati l'esilio e le forme di
repressione e di violenza subite. Purtroppo, il "patrimonio salute" in
"dotazione" all'immigrato viene, più o meno rapidamente consumato per
una serie di "fattori di rischio" quali: il malessere psicologico
legato alla condizione d'immigrato, la mancanza di lavoro e reddito, la
sottoccupazione in lavori rischiosi e non tutelati, il degrado abitativo in un
contesto diverso dal paese d'origine, l'assenza del supporto familiare, il clima
e le abitudini alimentari diverse, che spesso si aggiungono a una condizione di
status nutrizionale compromesso, la discriminazione nell'accesso ai servizi
sanitari. Compaiono, in tal modo, quelle che possono essere definire malattie da
disagio o meglio malattie da degrado: patologie da raffreddamento con continue
recidive, da cattiva alimentazione, malattie traumatiche, da aggressioni o
accidentali; disturbi acuti delle vie aeree, dell'apparato digerente, del
sistema osteo-articolare ma anche di interesse genito-urinario,
odontostomatologico, dermatologico. Inoltre, si possono individuare delle
malattie ancora non specifiche dell'immigrato ma indicanti uno stato di estrema
emarginazione: sono le malattie della povertà propriamente dette, e cioè la
tubercolosi, la scabbia, la pediculosi, alcune affezioni micotiche, virali e
veneree.
Concludendo,
questa mia breve carrellata dei rischi sanitari connessi ai flussi migratori che
stanno investendo il bacino del Mediterraneo e il nostro continente, certamente
doveroso - anche se arduo - è rispondere alla domanda sul quali debbano essere
oggi i compiti del medico in questo frangente. Al di là della meritoria opera
di non pochi colleghi che, anticipando (in qualche caso sovvertendo o
contravvenendo) leggi e circolari, hanno
messo, quasi sempre gratuitamente, il loro operato a disposizione di immigrati, si pone
il problema di divulgare correttamente quali possano essere i rischi
sanitari connessi a questi, spesso incontrollati, flussi migratori. La cosa non
è facile, sopratutto considerando la inadeguatezza dei dati epidemiologici che
abbiamo oggi a disposizione in Italia e nel resto d’Europa. Personalmente
ritengo, comunque, del tutto esagerate le preoccupazioni di chi vede dietro le
colonne di emigrati che si affollano alle nostre frontiere l’insorgere di
catastrofiche epidemie. Basti pensare che nel secolo scorso e ai primordi di
questo (quando cioè la Medicina poteva contare su risorse davvero scarse) gli
Stati Uniti hanno conosciuto una immigrazione composta da oltre 35 milioni di
persone provenienti da ogni angolo del pianeta senza che questo determinasse
l’insorgere di quelle catastrofiche epidemie che oggi qualcuno paventa per
l’Europa e il bacino del Mediterraneo. Quello
che, comunque, qui mi preme sottolineare è che ancora una volta vengono posti
alla Medicina compiti che sono invece squisitamente sociali. Il problema, cioè,
non è quello di “medicalizzare” l’immigrazione sottoponendola a rigidi
(quanto oggi inattuabili) cordoni sanitari e misure di profilassi ma, per quanto
è possibile, contenerla garantendo nei paesi di provenienza quel benessere e
quelle iniziative che oggi mancano e che sono alla base della tragedia
dell’immigrazione. Un fenomeno che, ancora oggi, in nome di un irresponsabile
richiamo ad una “società multietnica” viene salutato quasi positivamente ma
che rischia di aggravare situazioni già compromesse d’ordine sociale,
culturale, economico. E, forse, anche sanitario.
Giulio Tarro