| Medicina e Bioetica: per informarsi, capire, discutere… |
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Giulio Tarro |
La ricerca scientifica alle soglie del 2.000
Negli ultimi anni, soprattutto con l’irrompere sulla scena
dell’ingegneria genetica, i progressi della Biologia e della Medicina, hanno
comportato una escalation dei problemi applicativi ed etici. Basti pensare al
crescente divario tra una Medicina sempre più efficace e costosa, riservata a
fasce sociali sempre più ristrette. Ma questa contraddizione diventa ancora più
stridente se, estendendo il concetto di salute a quello di benessere, si dà uno
sguardo alla situazione in cui versa la stragrande maggioranza della popolazione
di questo pianeta.
Solo nei cosiddetti “Paesi in via di sviluppo”, più di 800 milioni
di persone sono soggette ad una cronica sottoalimentazione e 200 milioni di
bambini sotto i 5 anni soffrono di una cronica carenza di calorie e di proteine.
Sempre di più nei paesi del Terzo Mondo vasti appezzamenti di terra vengono
ogni giorno espropriati dalla coltivazione di vegetali destinati all’autoconsumo
per essere convertiti alla produzione di prodotti da destinare
all’esportazione. In Guatemala, ad esempio, l'area destinata alla produzione
del caffè è aumentata di circa un terzo tra il 1980 e il 1997, mentre l'area
coltivata a cotone è passata da 5.000 ettari nel 1978 a 89.500 nel 1997. Stessa
politica nelle Filippine dove metà della migliore terra agricola è usata per
coltivare prodotti da esportare. Dovunque, insomma, vaste piantagioni sono state
sottratte a migliaia di contadini, forzandoli a coltivare terre marginali, poco
produttive con ovvie conseguenze ecologiche. I beneficiari sono stati: le
compagnie multinazionali e l'élite politica del Terzo Mondo.
Le conseguenze in termini sanitari di questo impoverimento sono
spaventose e oggi, la situazione delle malattie infettive a livello planetario
è estremamente grave; uno sguardo alla pagina “Epidemie in corso“ del sito
Internet dell’Organizzazione
Mondiale della Sanità, offre ad esempio questo quadro: nuova epidemia di Ebola
in Gabon esportata in Sud Africa
(45 casi); 56 mila casi di
meningite in Centro Africa (1.600
morti); 267 casi di peste bubbonica in Zambia; 900 casi di Encefalite Emorragica
Dengue in India; colera in Africa (Liberia, Togo, Zaire, Mali, Niger); 40 morti
per Febbre Gialla in Benin; 6 morti per Febbre di Lassa in Sierra Leone; 84 casi
di Monkeypox in Zaire…. E nel Vecchio Continente la situazione non può certo
dirsi positiva: 250 mila casi di difterite nell'ex Unione Sovietica; epidemia di
Encefalite in Romania; poliomielite in Albania, in Cecenia, in Kossovo ed in
Grecia; 28 casi di meningite virale a Cipro…. In Italia, come nei paesi più
evoluti, poi microrganismi che si
credevano definitivamente debellati da farmaci e vaccini stanno tornando a
colpire. È il caso della tubercolosi, ad esempio: più di 5.000 casi
nell’ultimo anno.
Di fronte a questa
drammatica situazione, non pochi si illudono che la soluzione stia nella Scienza
e nell’impiego di tecnologie sempre più sofisticate. Come medico e, come
scienziato (mi si passi il termine che nella terminologia internazionale non ha
quel significato aulico che, ancora riveste per molti, nella lingua italiana)
trovo del tutto fuorviante sperare che la Scienza, con la S maiuscola, possa
risolvere questo problema. Valga per tutti le illusioni che si sono appuntate
sulla manipolazione del DNA come strumento per risolvere la fame nel mondo.
Capita spesso, ascoltando i fautori dell'ingegneria genetica, di sentir
dire che questa nuova tecnologia costituirebbe un'opportunità per sconfiggere
finalmente la fame nel mondo. In realtà, il problema della fame trae origine da
un'interazione complessa tra povertà, scarsità o distruzione delle risorse,
scelte politiche sbagliate e conflitti armati. In altre parole, la fame è un
problema prima di tutto sociale e politico, che sicuramente non può essere
risolto adottando semplicemente una nuova tecnologia. Per di più, l'ingegneria
genetica è sicuramente lo strumento meno indicato per far fronte a questo
problema, poiché la manipolazione dei geni non solo richiede delle metodologie
assai costose, ma punta anche a soddisfare i mercati finanziariamente più
ricchi, vale a dire la produzione agricola dei paesi del Nord del mondo e, tutt'al
più, dei paesi emergenti. Anzi, l'ingegneria genetica può servire, semmai, a
scavare un divario ancora più ampio e profondo tra i paesi ricchi e quelli
poveri.
Del resto, uno dei fattori che stanno aggravando drammaticamente il
problema della fame nel mondo è proprio il calo repentino della biodiversità,
ossia del numero e della molteplicità delle specie animali e vegetali che,
guarda caso, sono di casa proprio nei paesi del Sud. Questa perdita della
diversità biologica, comunque, è una minaccia inquietante per le risorse di
vita di tutto il genere umano, sia al Nord che al Sud del mondo. Oggi, la
cosiddetta "biodiversità" è salita alla ribalta della politica anche
perché rappresenta il materiale di lavoro fondamentale dell'ingegneria
genetica. Il concetto stesso di biodiversità, infatti, oggi viene collegato
idealmente a quello di utilità economica e di "fonti di approvvigionamento
per l'ingegneria genetica", e di conseguenza alla richiesta di brevetti su
queste risorse genetiche che rischiano di scarseggiare. Da qui la grande voglia
di brevettare geni, piante, microbi e cosí via, ma naturalmente solo a
condizione che i ricercatori del Nord li possano considerare una loro
"proprietà intellettuale". Col risultato che le comunità indigene
del Sud, che per secoli hanno conservato ed arricchito la diversità biologica,
restano del tutto a bocca asciutta. Che cosa possiamo fare, quindi, per fare in
modo che la biodiversità - che qualcuno ha definito "l'arca di Noè dei
giorni nostri" - non vada irrimediabilmente perduta, e le innovazioni
collettive prodotte dai popoli del "Terzo Mondo" vengano finalmente
riconosciute e tutelate? La risposta non è semplice, ma sicuramente un
approccio decentrato e imperniato sulle singole realtà locali è assai più
idoneo ed urgente che non l'ingegneria genetica portata dalle multinazionali del
"Primo Mondo".
Questa impostazione, che preferisce affidare alla sola “Tecnica”, e
in particolare all’ingegneria genetica, la
soluzione di problemi che potrebbero essere, certamente meglio affrontati da
radicali trasformazioni sociali e politiche la ritroviamo anche nella
“lotta” che viene portata avanti per sconfiggere due fronti ancora
drammaticamente esposti della Medicina: la lotta contro il cancro e la lotta
contro le malattie di origine virale.
Nel 1996 nell'Unione europea si stimavano a 1.292.000 i casi di tutte le
forme di cancro diagnosticate, esclusi i cancri cutanei non melanomatosi: questo
flagello si ripartisce quasi equamente tra i due sessi con 647.000 nuovi casi di
cancro negli uomini e 645.000 casi di cancro nelle donne. Negli uomini le
principali forme di cancro sono risultati il cancro dei polmoni (141.500 casi),
il cancro del colon e del retto (80.200 casi), il cancro della prostata (76.100
casi) ed il cancro dello stomaco (46.700 casi). Nelle donne le forme principali
di incidenza del cancro sono risultate il cancro del seno (157.000), il cancro
del colon e del retto (89.200), il cancro dei polmoni (33.900) ed il cancro
dello stomaco (33.800). Inversamente al cancro dello stomaco, che registra una
tendenza verso il basso nella sua incidenza, tutti gli altri cancri continuano
ad aumentare, ad eccezione del cancro dei polmoni dove il rischio per gli uomini
più giovani in taluni paesi risulta essersi stabilizzato.
La lotta al cancro vede quotidianamente impegnati decine di migliaia di
ricercatori e istituti; arduo, quindi, sintetizzare una tale mole di studi.
Limitiamoci perciò ad accennare ai principali filoni di ricerca, tenendo
presente che in Italia la percentuale annuale di mortalità per cancro oggi è
del 27,2% (146.794 morti) l'anno rispetto al 23 % di qualche anno addietro. I
dati riportati sulla localizzazione dei tumori causa di morte sono rimasti
ancora sostanzialmente attuali come d'altra parte le percentuali di
sopravvivenza di almeno 5 anni a tumori di varia localizzazione.
Parallelamente all’immissione di nuovi farmaci, (come il
<Men10755>, derivato dalla doxorubicina), particolarmente promettente
appare la strada dei vaccini, (come quello costituito da un anticorpo definito
BEC2 e da batteri detti BCG); vi è poi il settore dei trapianti (quello di
fegato sembra offrire la soluzione ideale per chi soffra di cirrosi e
contemporaneamente sia colpito da un carcinoma del fegato di piccole dimensioni)
la fotochemioterapia e diagnosi per fluorescenza dei tumori (che sfrutta la
proprietà di un agente chimico fotosensibilizzante di localizzarsi
preferenzialmente nel tessuto neoplastico e di funzionare da trasduttore di
energia luminosa in energia chimica), l’immunoterapia (per esempio, la
scoperta di una proteina liberata dai tumori umani - TLP - che, possedendo
caratteristiche immunogene e mitogene specifiche e facendo parte integrante
della dotazione antigenica della cellula neoplastica, può essere validamente
preso in considerazione per approcci oncoimmunoterapeutici) e, infine,
l’ingegneria genetica.
Un altro campo dell'immunoterapia dei tumori che si sta rivelando fecondo
è quello dei markers antitumorali. Il lavoro che il mio gruppo di ricerca ha
svolto con il Centro del prof. Pederzini di Mantova ha avuto come obbiettivo
ricercare un antigene neoplastico (siglato TLP) sufficientemente immunogenico
per indurre nel canceroso uno stimolo oncolitico specifico efficace, studiando
nel contempo le possibilità di creare nel paziente una certa permissività allo
stimolo antigenico. Queste ricerche hanno portato a risultati che ritengo
importanti quali la scoperta della TLP (proteina liberata dai tumori umani)
(Brevetto Europeo n. 88830058.9/1988 The Hague) e brevetto USA (N.08/351,284)
per peptidi sintetici dell'antigene del carcinoma polmonare.
Mi sia consentito qui riportare un breve cenno sulla strada che ha
portato a questa scoperta.
Le correnti di ricerca hanno
oggi dimostrato inequivocabilmente la presenza di antigeni associati a tumore (TAA)
responsabili: dell'induzione di anticorpi specifici; di reazioni di
ipersensibilità ritardata; della blastizzazione dei linfociti periferici di
ammalati trattatati con TAA autologo ed omologo, già precedentemente
sensibilizzati; della mancanza di blastizzazione di linfociti di individui sani
e di individui cancerosi che non siano stati pretrattati con lo stesso antigene.
Sulla base delle esperienze riportate è lecito pensare che il TLP, in quanto
immunogeno e mitogeno specifico e, infine, in quanto elemento della dotazione
antigenica della cellula neoplastica, possa essere valido per approcci di
immunoterapia del cancro.
Le sostanze sono originate da due distinti tessuti tumorali (carcinoma
polmonare -TLP1- e carcinoma del colon -TLP2-) distinzione fatta per aumentare
le possibilità di congruità delle proteine atipiche nel soggetto affetto con
quelle presenti nel preparato. Molti anni di lavoro sono stati spesi prima di
individuare i parametri essenziali dell'antigene TLP
e successivamente per verificare la sua efficacia come sostanza
terapeutica anticancro attraverso la via della stimolazione del sistema
immunitario di cui l'organismo è naturalmente dotato. Il TLP
è costituito da lipoglicoproteine «solubili», misura tra 48,1 -61
Angstrom, ha un punto isoelettrico inferiore a 7.0 e presenta un peso molecolare
di 214.000 dalton polimero costituito da monomeri di circa 54.000 dalton di cui
è stata analizzata prima la costituzione aminoacidica e quindi ottenuta la
sequenza. Il TLP o proteina liberata da tumore è un antigene derivato da
masse tumorali asportate chirurgicamente, estratte biochimicamente, isolato,
purificato. Di recente gli epitopi o parti prostetiche degli stessi antigeni
sono state sequenziate per quanto riguarda alcuni tumori polmonari.
Una ricerca analoga è stata fatta per i tumori del colon mentre altre
ricerche si stanno occupando di tumori urogenitali. Successivamente sono stati
ottenuti peptidi sintetici utilizzando i dati di sequenza per le proteine
studiate in precedenza e sono stati preparati anticorpi policlonali nei riguardi
di questi antigeni.
In conclusione sono stati ottenuti analisi strutturali dell'antigene del
carcinona polmonare ed è stato sviluppato un anticorpo nei riguardi di quest'antigene
con cui si può prospettare lo sviluppo di una metodica diagnostica per
l'antigene polmonare connesso con i tumori utilizzando gli antisieri già
esistenti con l'obiettivo di una diagnosi precoce del tumore polmonare. Inoltre
gli antigeni sia purificati che ottenuti per sintesi possono essere utilizzati
nell'immunoterapia specifica attiva con protocolli già prestabiliti, ottenendo
come traguardo sostanze immunogene direttamente dai tumori ovvero prodotti
mediante ingegneria genetica.
Nell'Istituto Farmacoterapico Italiano e nei Laboratori di Biochimica di
Cold Spring Harbor l’identificazione della sequenza aminoacidica e l'analisi
strutturale dell'antigene del carcinoma del polmone è stata condotta con
successo ottenendo informazioni sulla sequenza aminoacidica. La proteina è
stata trovata essere bloccata alla degradazione di Eldman, fatto non raro. Le
proteine sono state perciò digerite con proteasi per ottenere peptidi utili per
l'analisi di sequenza.
Il percorso che ha portato all'identificazione del frammento peptidico
descritto, come un epitopo dell'antigene del carcinoma polmonare, ha preso lo
spunto da una ricerca condotta da chi scrive queste righe sulla purificazione e
caratterizzazione dell'antigene del carcinoma polmonare (TLP) osservando che non
era possibile ottenere anticorpi monoclonali immunizzando topi con le proteine
intatte. Si sono costruiti, quindi, peptidi sintetici come antigeni per
preparare anticorpi diretti verso siti specifici basandosi sull'informazione
della sequenza parziale ottenuta. Il procedimento ha implicato la sintesi e la
purificazione del peptide con un derivato alfa - carbossiamidico con un residuo
terminale di cisteina. Il peptide è stato accoppiato per via della cisteina a
una proteina carrier per lo più l'emocianina estratta da ostriche, usando il
reagente MBS (l'estere m - maleimidobenzolico - N idrossisuccinimidico).
I coniugati miscelati con adiuvante sono stati usati per un ciclo di
iniezioni sottocutanee o intradermiche nei conigli, seguiti da successive
iniezioni con adiuvante incompleto. I richiami sono stati effettuati ad
intervalli di due settimane, dopo un periodo di riposo di quattro settimane per
permettere la decantazione della risposta primaria, generalmente IgM. E'
importante, ovviamente, ottenere sieri contenenti IgG che vengono prodotti nella
risposta secondaria. In particolare IgG purificate di sieri reattivi possono
essere usati per purificazione di affinità dell'antigene originale del
carcinoma polmonare. Utilizzando questa metodica è stato possibile ottenere con
successo lo sviluppo di reagenti proteici specifici da sequenze peptidiche
piuttosto brevi. Dal momento che la proteina è espressa nel carcinoma
polmonare, la produzione di anticorpi diretti verso questo antigene porta ad
utilizzare un test di screening nei riguardi di estratti polmonari crudi, cioè
verso l'antigene proteico, e prospetta la preparazione di una «cDNA library»
dal materiale tumorale. All’Università di Philadelphia è stato trovato
questo antigene in cellule di tumore polmonare coltivate in linea continua,
mentre all’Università di Pittsburg è stato già ottenuto un anticorpo
monoclonale nei riguardi della sequenza presente in più proteine.
Negli ultimi anni l’irrompere, anche nel campo dell’Oncologia, delle
terapie geniche, soprattutto delle strategie preventive rese possibili da una
manipolazione del DNA, ha posto ulteriori dilemmi quali la responsabilità della
Scienza verso le generazioni future, la violazione dell’identità della specie
umana, la dinamica incontrollabile che potrebbe scaturire da questa
manipolazione, che non possono essere esclusivamente affidate alle caste degli
scienziati ma devono diventare momento di riflessione e di dibattito
dell’intera società..
Parallelamente alla ricerca di farmaci e di terapie finalizzate alla cura
del cancro la diagnostica finalizzata ad intercettare forme anche infinitesimali
di formazioni tumorali, negli ultimi anni ha fatto passi da gigante passando
dall’utilizzo di markers tumorali - sostanze, cioè, capaci di identificare la
presenza di un tumore quando questi é ancora di dimensioni microscopiche – a
sofisticate sonde genetiche. Oggi, infatti, grazie al Progetto Genoma è
possibile, infatti, identificare geni e aree del DNA che regolano la
predisposizione ad alcuni tumori. I casi più noti sono certamente
l’identificazione di anomalie nei geni XPF, p53 e nel gene FHIT situato,
quest’ultimo, sul cromosoma 3 e coinvolto nella genesi di molte forme di
tumore polmonare, in particolare quello a grandi e a piccole cellule epiteliali.
La diffusione di test genetico pone non pochi problemi di ordine etico.
È il caso di infatti, di test diagnostici rivelanti anomalie genetiche, potenziali fonti di neoplasie per le
quali risulta impossibile una profilassi come, ad esempio il test finalizzato
all’identificazione dell'oncogene Pml che sembrerebbe connesso all’insorgere
della leucemia promielocitica e, ancora peggio, per forme neoplastiche per le
quali ancora oggi, non esistono efficaci cure. In questo caso, la persona alla
quale è stata diagnosticata una predisposizione al male potrebbe interpretare
questa come una inevitabile condanna a morte, con il conseguente scatenarsi di
ansie e gravi malattie psicosomatiche. L’imminente commercializzazione e
diffusione su vasta scala di questi test diagnostici pone, quindi, gravi
problemi di ordine etico e morale quali, ad esempio, se sia opportuno
diagnosticare con largo anticipo la probabilità di cancro senza, però, che ci
sia la possibilità, almeno per adesso, di intervenire per porvi rimedio.
La stessa diffusione di diagnosi prenatali di anomalie genetiche
potenziali fonti di neoplasie, come quella interessante il gene APC
predisponente alla poliposi familiare e quindi al cancro del colon- retto o il
gene BRCAL predisponente al cancro della mammella, pone all’intera società
dei problemi che travalicano le pur sofferte scelte dei genitori. Se da una
parte risulta, infatti, improponibile un orientamento eugenetico mirante, cioè,
a stroncare sul nascere ogni feto marcato da queste anomalie (che, è bene
ricordarlo, non sono una inevitabile e inappellabile condanna a morte) d’altra
parte, per quanto detto sui crescenti costi della spesa sanitaria, risulta pure
indispensabile una valutazione su quanto l’accettazione di una persona marcata
da gravi predisposizioni peserà in termini economici, drenando, cioè, ingenti
risorse che potrebbero essere impiegate meglio in altri settori della spesa
sanitaria. In questo senso risulterebbe indispensabile definire quello che
potrebbero essere per i prossimi decenni il rapporto costo/benefici di
specifiche terapie o profilassi antitumorali: un calcolo certo difficile ma che
potrebbe permetterci di definire alcune linee guida per porre in essere scelte
comunque sofferte.
Questo discorso, già drammatico, conosce poi una accentuazione se si
considera l’emergere, in tutti i paesi industrializzati, a fianco di un sempre
più mastodontico e inefficiente servizio sanitario pubblico, di un servizio
sanitario privato basato sulle assicurazioni private, che, nel nostro Paese,
sono già più di 800 mila. Com’è noto l’emergere di affidabili test
diagnostici basati sull’analisi cromosomica, soprattutto negli Stati Uniti,
sta sconvolgendo il settore delle assunzioni di personale e contro una indagine
a tutto campo da parte dei potenziali datori di lavoro stanno insorgendo,
giustamente secondo il nostro parere, numerose organizzazioni sindacali e
ambientaliste. Riteniamo infatti che, così come non sia giusto effettuare una
preventiva discriminazione ideologica del personale da assumere, non sia giusto
condannare alla perpetua disoccupazione ed emarginazione persone marcate da una
più accentuata probabilità di contrarre neoplasie. Già il fatto di escludere
dai candidati all’assunzione fumatori suscita non poche perplessità ma,
addirittura, pretendere che questi esibiscano una sorta di “libretto sanitario
genetico” finisce per scaricare sull’intera società i costi di un rischio
che dovrebbe contraddistinguere, invece, ogni attività imprenditoriale. Contro
questa crescita indiscriminata dei test diagnostici propedeutici alle assunzioni
sono insorte istituzioni prestigiose come l'American
Society for Human Genetics e il National
Action Plan on Breast Cancer che hanno chiesto al Parlamento di intervenire
prima che sia troppo tardi e facendo proprie le affermazioni di Francis Collins,
direttore del National Center for Human
Genome Research hanno, giustamente ribadito che, poiché nessuno può
scegliere i propri geni, nessuno deve essere discriminato sulla base del
patrimonio genetico.
Un aspetto di particolare interesse è quello della terapia genetica del
cancro. Com’è noto le ricerche in corso tentano di sostituire nella cura del
cancro alla terapia chimica, spesso poco efficace e determinante gravi effetti
collaterali, una terapia biologica mirata. Tra i molteplici approcci di quest’ultima,
il più promettente cerca di introdurre nelle cellule cancerose un gene in grado
di accelerarne l'apoptosi e cioè il meccanismo che scandisce la durata della
vita. L'apoptosi rappresenta il principale meccanismo di eliminazione naturale
delle cellule nel corso di processi fisiologici, quali lo sviluppo embrionale e
il turn-over dei tessuti adulti, svolgendo una funzione omeostatica, ossia di
autoregolazione, di mantenimento d'un equilibrio interno stabile, nonostante il
variare delle condizioni esterne ed è essenziale in numerosi processi
fisiologici quali, ad esempio, lo sviluppo ed il funzionamento del sistema
immunitario. La regolazione dell'apoptosi dipende dalla partecipazione di molti
geni già identificati, corrispondenti a due classi opposte: i geni
pro-apoptosici, che agiscono favorendo l'apoptosi, ed i geni anti-apoptosici o
di sopravvivenza, che si oppongono. L'apoptosi è dunque un intreccio di forze
antagoniste interagenti. È interessante notare a tal proposito che la
trasformazione maligna d'una cellula e il conseguente sviluppo d'un tumore
risultano da una successione di mutazioni di geni, presenti normalmente in tutte
le cellule, disregolanti il programma delle funzioni cellulari essenziali. Di
estremo interesse è che taluni di essi sono stati identificati come geni
pro-apoptosici (c-myc, p 53) o anti-apoptosici (bcl 2), e si è visto che sono
presenti nella maggior parte dei tumori. Questo significa che possono aversi
situazioni per cui cellule sopravvivono anziché morire per apoptosi e mentre
questa può costituire una difesa cellulare contro il tumore, la resistenza all'apoptosi
può portare ad una popolazione cellulare con un potenziale di sopravvivenza
anormalmente elevato, e tale sopravvivenza aberrante può contribuire allo
sviluppo d'un tumore. La regolazione dell'apoptosi è, dunque, un aspetto
importante della cancerogenesi. Da qui l’importanza dell’identificazione e
successivamente manipolazione dei processi che regolano questa funzione.
L’inserimento di materiale genetico manipolato nelle cellule tumorali
può avvenire utilizzando un virus. Per raggiungere il successo è, comunque,
necessario che questo virus, anch’esso manipolato con le tecniche di
ingegneria genetica, operi selettivamente, per distinguere le cellule maligne da
quelle sane, e che sia sufficientemente potente, in modo da infettare il
maggiore numero possibile di cellule maligne. Qualche tempo fa è stata scoperta
una proteina, codificata dall'oncogene Met, che è risultata essere prodotta
dalle cellule di molti tumori in quantità anormale. Essendo esposta alla
superficie delle cellule maligne in abbondanza, questa proteina può essere
sfruttata per risolvere il primo problema, se si riesce a costruire un virus
capace di riconoscerla. Il secondo problema potrebbe essere stato, in parte,
risolto dimostrando che è possibile utilizzare un retrovirus cui appartiene
anche il temibile virus HIV, (ovviamente, opportunamente modificato in provetta
e quindi incapace di replicarsi) per introdurre stabilmente geni estranei
nell'interno delle cellule.
Utilizzando questo sistema
si possono prevedere soluzioni terapeutiche definitive per una serie di tumori e
tentativi di introdurre geni sani al posto di geni malati sono stati fatti, con
successo, negli animali e anche, su scala molto limitata, negli esseri umani. Ad
una diffusione più ampia di questo tipo di terapia genica si oppongono
considerazioni legate a una conoscenza ancora incompleta dei meccanismi di base
che controllano l'insediamento di un nuovo gene. In particolare, il limite più
serio alla diffusione di questo tipo di terapia sta nell'incapacità dei vettori
genetici, strutture costruite in laboratorio sulla base di virus conosciuti e
capaci di contenere il gene, di raggiungere il punto giusto in una cellula a
riposo, cioè che non si divide. Questa incapacità dei vettori virali ha come
conseguenza limitante il fatto che solo le cellule che proliferano velocemente,
spesso in condizioni di coltura fuori dell'organismo, possono essere oggetto di
terapia.
L'idea di partenza è figlia di una acuta osservazione, e cioè che il
retrovirus è capace di entrare
nelle cellule umane che non si dividono e di mantenere a lungo un serbatoio di
virus capaci di infettare altre cellule per tempi molto lunghi. Così fa il
nuovo vettore, che differisce dal virus HIV per la sua incapacità di replicarsi
anche se mantiene intatta tutta la capacità infettiva del virus di origine.
Inserire nel vettore un gene è stato relativamente semplice e così integrare
questo in un cromosoma della cellula ospite. Il vettore-navetta con il suo
carico di informazione genetica entra in cellule a riposo per definizione come
le cellule nervose e le rende bersaglio di una potenziale attività terapeutica.
Si è così superato il principale limite dei vettori ora disponibili che
potevano infettare soltanto le cellule in attiva proliferazione e si apre la via
per rendere bersagli della terapia genica organi come il fegato, i muscoli, il
cervello o le cellule di riserva del midollo osseo. Bersagli potenziali della
terapia genica basata su questo vettore diventano così la distrofia muscolare,
l'anemia mediterranea e moltissime malattie neurologiche. Nel mirino viene a
cadere anche il cancro almeno in quei casi in cui il difetto genetico è stato
chiaramente identificato. Per semplificare al massimo il problema, molte
malattie, oggi incurabili, potranno essere rimosse con semplici somministrazioni
di questo vettore carico di geni sani e munito dell'indirizzo corretto della
cellula da aggredire. Non è il caso, comunque, di abbandonarsi a facili
entusiasmi. Ci vorranno, infatti, alcuni anni per sperimentare nuove terapie
basate su questo vettore, almeno venti (essenzialmente per ragioni di sicurezza
e per mettere a punto i “mirini” adatti a inquadrare organi e cellule nelle
quali sostituire parti di genoma - cioè complesso di geni - alterate) perché
una tecnologia terapeutica di questo tipo venga a far parte del bagaglio medico.
Come è stato fatto notare, abbiamo ora un'arma potentissima ma non abbiamo
ancora le “pallottole magiche” indispensabili per abbattere con precisione
nemici sfuggenti.
Un’altra articolazione della terapia biologica mirata punta a
rafforzare le difese immunologiche dell’organismo. Questo tipo di approccio è
stato sperimentato sul topo, incrociando animali resistenti al tumore al polmone
e animali invece predisposti geneticamente al cancro. Si è scoperto così una
regione protettiva del DNA, in pratica una sequenza “sentinella” preposta
alla difesa dall'invasione del tumore polmonare, battezzata “Par1” e che ha
sede nel cromosoma 11. La sua azione non è stata ancora completamente chiarita
(probabilmente interviene un coinvolgimento diretto di un recettore dell'acido
retinoico) ma pone comunque le basi per quel clonaggio del gene che potrebbe
conferire una nuova resistenza genetica ai polmoni, in particolare nel caso di
predisposizione ereditaria al cancro del polmone.
Nuove possibilità per la cura del cancro al polmone potrebbero derivare
poi da un vaccino. Il termine “vaccino” può forse ingenerare qualche
confusione e va ricordato che, nel caso del tumore, questo tipo di vaccini non
servirebbero a prevenire la malattia quanto, piuttosto, a combattere le
formazioni maligne già esistenti. Il vaccino antitumorale sulle quali
maggiormente si appuntano le speranze dei ricercatori, anche se i risultati di
questa tipo di ricerca sono in attesa di una sperimentazione più estesa, è
costituito da un anticorpo definito BEC2 e da batteri ricombinati geneticamente
detti BCG. I ricercatori hanno per ora sperimentato il vaccino nel melanoma e
nel tumore polmonare “a piccole cellule”: due forme tumorali nelle quali la
chemioterapia è servita finora soltanto a prolungare di poco, al massimo di 16
mesi, la vita del paziente. Invece l’impiego di questo vaccino da risultati
molto più confortanti: a tre anni dall'inoculazione della nuova sostanza sei
persone su sei affette da tumore polmonare sono ancora vive mentre, delle 14
affette da melanoma, ne restano in vita nove.
Le tecniche di manipolazione del DNA ci daranno, quindi, nel prossimo
futuro, rimedi sempre più “intelligenti” e selettivi, nuove metodiche di
manipolazione cellulare e terapie non più solo distruttive, ma anche
“correttive” delle alterazioni funzionali delle cellule tumorali. Esistono,
comunque, gravi questioni che devono essere attentamente analizzate soprattutto
quando le manipolazioni genetiche connesse a terapie antitumorali riguardano le
cellule germinali in cui, cioè, la correzione effettuata si trasmette alla
discendenza del soggetto che subisce la terapia.
Vi è da dire, che le finalità eugenetiche della specie umana connesse a
questo tipo di tecnica, con l’impossibilità di controllo delle dinamiche
evolutive artificiali che si innescherebbero, l’impossibilità di definire
quali caratteri coltivare, la creazione di una casta di “ingegneri della
vita”, l’irrompere sulla scena di interessi dettati da motivazioni puramente
speculative... rischiano di determinare conseguenze catastrofiche. Più in
generale la terapia genetica germinale pone in evidenza la responsabilità della
Scienza verso le generazioni future e la responsabilità nei confronti
dell’equilibrio dell’ecosfera. Ma, mettendo da parte questo dibattito
certamente affascinante, resta, comunque, il dilemma di che fare per sconfiggere
il cancro. Di certo la ricerca sulla ricombinazione del DNA che trova anche una
ricaduta nella fabbricazione di nuovi farmaci antitumorali (quali il Men10755 o
il SCH 44342) resta una strada fondamentale e i rischi che questa ricerca
comporta devono non già spingerci a precluderci inorriditi questo campo della
Medicina, ma spingerci ad una nuova consapevolezza. Ma questo incamminarci verso
il nuovo non deve farci dimenticare che, di pari passo con i progressi compiuti
dalle tecniche di ingegneria genetica, sono cresciuti nell’Oncologia i
successi delle terapie radianti e della chirurgia che sarebbe sbagliato
considerare “sorpassate”.
Le innegabili conquiste della Medicina sul fronte della lotta contro il
cancro non devono, comunque, mettere in secondo piano quella che potrebbe essere
un'altra strategia per arginare la diffusione di questo male e cioè la
prevenzione e la riqualificazione di un ambiente gravemente compromesso. È una
strategia quest’ultima certamente difficile e che, a differenza del primo non
garantisce ai promotori né glorie accademiche ne profitti ma che, forse, se si
facesse un’attenta valutazione dei rapporti costi/benefici potrebbe risultare
più conveniente per la società nel suo insieme.
Secondo un recente studio prodotto dall'Istituto Tumori di Roma, dei 400
decessi per cancro che si
verificano ogni giorno in Italia 360 (il 90%) sono una diretta conseguenza
dell'inquinamento ambientale. Quello dell'Istituto Tumori non è un grido
isolato: l'Istituto Nazionale per la ricerca sul Cancro ha rilevato, per chi
vive in città, un aumento del 20-40 per cento del rischio di contrarre un
tumore ai polmoni principalmente a causa dell'inquinamento atmosferico. Com’è
noto, uno dei principali responsabili dell’inquinamento atmosferico nelle aree
urbane è il traffico automobilistico che immette nell’atmosfera, oltre a
tutta una serie di sostanze nocive, quali ad esempio l’ossido di carbonio,
polveri che veicolano metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici (per
molti dei quali l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha accertato un'estrema
cancerogenecità). Per limitare i danni dell’inquinamento da traffico
veicolare qualcosa, come la normativa del '94 (che riduce le emissioni di
benzene, idrocarburi aromatici e polveri) e l’istituzione nei centri urbani di
isole pedonali, si sta facendo ma ancora molto resta da fare.
Se l’inquinamento atmosferico prodotto dal traffico veicolare sta
suscitando mobilitazioni e iniziative, ancora poco viene, invece, fatto per
minimizzare l’inquinamento prodotto da radon. Il Radon 222 é un gas
radioattivo, (nasce a seguito del decadimento dell’uranio) incolore, inodore e
insapore che filtra facilmente dalle profondità della Terra e altrettanto
facilmente si disperde nell’atmosfera senza raggiungere concentrazioni
significativamente pericolose, prima di perdere la radioattività (il suo
periodo di emivita e cioè di emissione di pericolose radiazioni ionizzanti é
appena 91 ore). Il problema sorge quando il radon si concentra all’interno
delle cantine o degli edifici (generalmente, i piani più esposti sono il primo
e il secondo). In assenza di un continuo ricambio di aria, la concentrazione di
radioattività può assumere livelli preoccupanti e determinare tumori
polmonari. Non si sa molto della pericolosità del radon, e -più in generale-
delle bassi dosi di radioattività ma, secondo una autorevole ricerca effettuata
negli USA nel 1988, il radon potrebbe essere responsabile del 10 per cento dei
tumori polmonari.
La particolarità della contaminazione da radon consiste nel fatto che la
radioattività può esser presente in un edificio mentre risulta del tutto
assente in uno immediatamente adiacente. Il radon può essere, infatti, emanato
da una singola pietra uranifera o (in misura molto minore) da alcuni materiali
normalmente usati in edilizia come graniti o porfidi. Ad aumentare i rischi
dell’azione del radon concorre in misura consistente la scarsa aerazione
dell’ambiente che, negli ultimi anni, é diminuita notevolmente, soprattutto
da quando il risparmio energetico ha spinto a isolare in modo sempre più
efficace le abitazioni.
In Svezia, (dove per via dell’isolamento pressoché totale
dell’aerazione delle abitazioni, il problema del radon ha assunto dimensioni
allarmanti) già dal 1982 é stato fissato il valore di 5,4 picocurie al litro
(o 200 Bequerel al metro cubo) come soglia oltrepassata la quale viene
dichiarata l’inagibilità dell’edificio e ben 120 mila edifici sono stati
risanati; stesso impegno é stato profuso in Finlandia (45.000 edifici
risanati), in Norvegia (30.000 edifici) e in Danimarca (20.000 edifici).
In Italia un primo
censimento dei pericoli rappresentati dal radon é stato intrapreso nel 1987 da
enti quali l’ENEA-DISP, l’Istituto di Fisica dell’Università di Milano,
la Regione Emilia Romagna e da qualche ASL. Da questi dati emerge che la
presenza di radon é un problema in aree come l’Umbria ma soprattutto il Lazio
e la Campania dove vengono
utilizzati con maggior frequenza come materiali da costruzione pietre di tufo e
di “pozzolana” che, essendo composti di materiali vulcanici eruttati in
epoca recente possono presentare un significativo tasso di radioattività.
Forse l’aspetto più eclatante del rapporto tra cancro e società e di
come un forte impegno sociale e culturale, molto più efficacemente di
sofisticate tecnologie, possa ridurre l’incidenza del cancro è dato dal
tabagismo. Numerosi studi epidemiologici hanno evidenziato che il rischio di
contrarre un tumore polmonare è sostanzialmente più elevato nei fumatori.
Questo, tra l’altro, sarebbe da addebitarsi alla progressiva depressione, sia
dell'immunità umorale che cellulare, provocata dall'esposizione al fumo di
sigarette. Si è visto che anche le inalazioni di contaminanti atmosferici
(presenti in grande quantità nelle aree industriali) gioca un ruolo in questa
depressione ed un'azione sinergica può essere determinata dal fumo e dalla
contaminazione atmosferica. Si può presumere che l'incidenza più significativa
di cancro polmonare possa essere trovata in fumatori che abbiano un'alta
inducibilità di idrossilasi arilcarbonica e siano deficienti di vitamina A.
Inoltre un'altra possibilità è quella che riguarda l'interreazione del
prodotto finale della carcinogenesi con tessuti implicati nell'attività
immunologica e quindi la produzione di un'immunosoppressione che permette la
proliferazione di cellule maligne necessaria durante il relativamente lungo
periodo che intercorre tra l'applicazione del carcinogeno e la comparsa del
tumore.
Nell’eziologia del cancro esistono concause virali ma anche
predisposizioni genetiche, evidenziate queste ultime dalla recente
identificazione di alcune anomalie nei geni XPF, p53 e nel gene FHIT, situato
sul cromosoma 3 e coinvolto nella genesi di molte forme di tumore polmonare. Di
particolare interesse risultano le implicazioni sociali di questa ultima
scoperta in quanto l’azione dell’anomalia genetica si esplicherebbe, in
presenza di cancerogeni ambientali, in particolare il fumo di sigaretta. Se,
come è probabile, questa scoperta determinerà la diffusione di test per
diagnosticare questo tipo di anomalia genetica, sarà possibile, tra non molto,
concentrare una campagna di informazione e di responsabilizzazione sui rischi
del fumo alle persone “ad alto rischio”. E questo rimanda ad una riflessione
sull’importanza di una efficace e capillare campagna sui rischi del fumo che
ancora oggi manca nel nostro Paese.
Che il fumo provochi il cancro lo sanno tutti. E ne sono convinti anche i
fumatori (il 70% dei casi, secondo una recente statistica). Ma allora perché,
ad esempio, 20 milioni di italiani non riescono a vivere senza la sigaretta? I
motivi sono sia di ordine culturale, sia connessi all’assuefazione che produce
il tabacco. Il consumo massiccio di sigarette é cominciato durante la prima
guerra mondiale quando i militari sul fronte europeo vennero riforniti di
sigarette che (assicuravano i produttori di tabacco ai vari Stati Maggiori
dell’Esercito) riuscivano a rendere i soldati meno tesi e, quindi, più
efficienti. In effetti la nicotina contenuta nelle sigarette ha un potere
ansiolitico che dura, comunque, circa mezz’ora; dopo di che bisogna ricorrere
ad un’altra sigaretta. Ben presto questa droga, grazie al suo basso costo e
alla possibilità di essere consumata anche durante l’attività lavorativa,
cominciò a diffondersi tra gli strati più umili della popolazione. Ma
l’industria del tabacco aveva obbiettivi molto più ambiziosi e negli anni
‘40 cominciò a reclutare le più famose star di Hollywood per convincere
sempre più gente a fumare. Il consumo di tabacco cresceva vertiginosamente, la
sigaretta era divenuta in tutti i paesi occidentali sintomo di modernità e di
successo quando, poco alla volta, il legame sigaretta/cancro al polmone cominciò
a venir fuori, dapprima sulle riviste di medicina poi, timidamente, sui mass
media provocando la reazione dell’industria del tabacco.
Già in passato le potentissime multinazionali della sigaretta,
soprattutto negli USA, non erano state con le mani in mano per mimetizzare
questa relazione. Tanto per dirne una, nel 1957 nessun importante giornale aveva
osato rivelare che il mitico Humphrey Bogart, sempre avvolto dall’aureola del
fumo di sigarette, era morto di tumore polmonare mentre la stessa parola
“cancro polmonare” veniva bandita da tutti i telefilm americani nei quali
persino i dottori non rinunciavano al “piacere” di una “bella
sigaretta”. Ma ora, di fronte all’allarme provocato dalle sempre più
numerose e dettagliate statistiche sanitarie bisognava fare qualcosa di più.
Cominciò così una massiccia campagna pubblicitaria basata su cieli tersi, raid
di sopravvivenza e ventose regate veliche... tutte finalizzate ad allontanare
l’immagine del cancro polmonare da quello della sigaretta. Ma, nonostante i
massicci investimenti pubblicitari, il consumo di sigarette nei paesi
industrializzati sta conoscendo un netto calo mentre sta crescendo
vertiginosamente nei paesi del Medio ed Estremo Oriente e in quelli africani
dove la sigaretta viene presentata come simbolo di emancipazione e di modernità.
I risultati non si sono fatti attendere; oggi, ad esempio, in paesi come
l’Indonesia (dove le sigarette sono apparse nel secondo dopoguerra) il tumore
al polmone sta conoscendo una impressionante escalation; mentre dovunque nel
Terzo Mondo cartelloni pubblicitari di sigarette sovrastano il paesaggio
spingendo milioni di persone a cercare nel tabacco la consolazione ad una vita
sempre più difficile.
Al pari di quanto detto sulle strategie per la riduzione del rischio
cancro, non è qui possibile illustrare neanche una sintesi su tutte le ricerche
in atto per sconfiggere le patologie virali. Limitiamoci, quindi ad accennare
alle principali strategie che si stanno attuando per sconfiggere quella che è
certamente la patologia virale “famosa”: l’AIDS.
Come è noto, l'HIV appartiene alla famiglia dei retrovirus,
caratterizzata dalla presenza di un genoma a RNA diploide (due molecole di RNA
monocatenario unite al 5') provvisto di un enzima, transcriptasi inversa, in
grado di sintetizzare DNA bicatenario a struttura circolare che si integra nel
DNA della cellula ospite. Attualmente si conoscono due retrovirus umani: HIV 1 e
HIV 2 (quest'ultimo diverso dal primo per distribuzione geografica e per
caratteristiche biologiche e cliniche). L'HIV non è oncogeno nella infezione
naturale, risulta invece citopatico per i linfociti T4 e non per macrofagi e
monociti, ove alberga indisturbato a lungo e mediante i quali viene disseminato
nell'organismo (ad es. polmone, encefalo, apparato linfatico). Il virus penetra
nelle cellule bersaglio (linfociti T helper, monociti, macrofagi, cellule di
Langherans, fibroblasti, cellule di Kupffer, cellule staminali, astrociti, etc.)
grazie alla interazione tra gp120 (antigene virale) e la molecola di superficie
cellulare CD4 (in presenza di CD26). Tale interazione porta allo scoperto
l'antigene p41 che penetra nella membrana cellulare dell'ospite facilitando in
tal modo la penetrazione del virus e quindi la produzione di DNA virale. Il
destino dell'infezione non è univoco, poiché il provirus può provocare
un'infezione persistente, per cui si formano nuove particelle virali e vengono
uccise poche cellule; oppure il virus (o la gp120 da sola) può dare origine a
sincizi cellulari spesso costituiti da poche cellule infette e molte non
infette, che muoiono rapidamente; viceversa, può portare ad una rapida
distruzione cellulare senza formazione di sincizi.
Il momento patogenetico cruciale è rappresentato dalla inappropriata
attivazione immunologica e dalla secrezione abnorme di citochine. Gli antigeni
virali verso i quali l'organismo elabora anticorpi sono rappresentati dalle
proteine gp120/160, p41, p31, p24, p17, evidenziabili come bande di
immunoprecipitazione con la tecnica del Western Blot, a differenza del test
immunoenzimatico che può fornire indicazioni generiche circa la presenza o meno
di anticorpi verso i componenti virali. Tali anticorpi (non
"protettivi" nei riguardi della progressione della malattia) compaiono
dopo circa due mesi l'avvenuto contagio, creando il cosiddetto "periodo
finestra" per il quale il soggetto è sieronegativo e nel contempo infetto
e contagiante.
Alcune settimane dopo l'infezione si riscontra il picco di replicazione e
quindi elevati livelli di viremia. Il 70% dei soggetti manifesta una sindrome
sintomatica acuta (febbre, artromialgie, faringodinia) associata alla infezione
primaria; i restanti casi sono asintomatici. L'elevata viremia in questa fase
favorisce la disseminazione del virus a vari organi e il decremento dei
linfociti T4, che non tornano ai normali livelli neanche dopo l'attivazione
della risposta immunitaria (umorale e cellulare). È opinione corrente che la
risposta citotossica cellulo-mediata contro il virus sia più efficace della
risposta anticorpale nella prevenzione della progressione in AIDS. Durante il
decorso della malattia il progressivo decremento del numero dei CD4 circolanti
si accompagna ad anomalie severe nella funzione immunitaria, poiché la
distruzione, mediata da HIV, del microambiente degli organi linfoidi e delle
cellule stromali del midollo, potrebbe contribuire alla mancata capacità
rigenerativa dello stesso sistema immunitario durante l'infezione.
Negli ultimi tempi, nuove speranze nella lotta all'Aids viene dall'uso di
farmaci in combinazione che agiscono a più livelli contro l'Hiv. Il cocktail si
è rivelato efficace nel rallentare il progresso verso la malattia conclamata,
riducendo la quantità di virus nei pazienti infetti. Inoltre, si è visto che
un altro e noto farmaco, l'Azt, può diminuire le probabilità di trasmissione
del virus dalle madri sieropositive ai loro neonati. Ma a causa dei costi dei
nuovi farmaci e del complicato monitoraggio dei pazienti che richiede il loro
uso, questi medicamenti rivoluzionari sono accessibili, attualmente, soltanto ai
paesi e ai pazienti che possono contare su alti redditi. Per molte persone che
convivono con l'Hiv, l'attuale nuovo ottimismo è offuscato da un'amara verità.
La speranza nelle medicine che sopprimono l'Hiv è reale soltanto per un'élite
ristretta. Il trattamento con gli ultimi farmaci può costare circa 20 mila
dollari statunitensi all'anno. I servizi sanitari di molti paesi non potranno
permettersi spese simili in un immaginabile futuro. Ancora peggio nel terzo
mondo come in Africa dove milioni di di malati di Aids, non ricevono neanche le
cure per i disturbi associati alla loro immunodeficienza. Queste persone non
hanno i farmaci basilari (aspirina, anti-dolorifici, prodotti anti-diarrea e
contro le infezioni da funghi) per alleviare le loro sofferenze. Ne' loro, ne' i
loro familiari possono contare sull'assistenza garantita dalle società
industrializzate.
Fino al 1992 la lotta all’AIDS era delegata esclusivamente all’AZT,
poi sono arrivati il Ddi e il Ddc. (ma questi erano solo in grado di rallentare
la crescita del virus che, con il tempo, mutava e sviluppava resistenza ai
farmaci) ai quali si sono aggiunti l'interleuchina 2 (IL 2), il 3tc e gli
inibitori della proteasi. Attaccato su più fronti e a più livelli
dell'aggressione cellulare, come avviene con il cocktail di farmaci, il virus
sembra sparire, o per lo meno ridursi, nel sangue dei sieropositivi. E' una
speranza di guarigione? Certamente parlare di guarigione è prematuro. Gli
esperti oggi sperano in una cronicizzazione dell'infezione. Ma Hiv cronico
significa farmaci per tutta la vita, sempre che non ci siano effetti tossici
tali da indurre alla sospensione della cura. Da più parti si sostiene che i
soggetti più fortunati, quelli che iniziano la terapia dopo qualche settimana
dal contagio, hanno la possibilità teorica di riuscire a eliminare il virus,
magari nel giro di 2-3 anni di cura. La situazione è diversa per coloro che
presentano uno stadio avanzato di infezione: per loro la speranza di un'eradicazione
è difficile, se non impossibile. Ma l'idea di sradicare il virus è meno
importante della possibilità di sopravvivere garantita dalle nuove medicine. Si
spera, quindi, che anche l'Hiv diventi come il virus della varicella, sempre
presente nel nostro organismo, ma silente.
I farmaci antiretrovirali, attualmente studiati in 15 protocolli clinici
a livello mondiale, sono rappresentati da analoghi nucleosidici, che si legano
al DNA virale impedendone l'ulteriore replicazione: zidovudina o azidotimidina,
didanosina, zalcitabina e, di più recente introduzione, stavudina. Si ricordi
ancora la didesossicitidina (ddC), e i due farmaci non nucleosidici delavirdina
e atevirdina,. Fanno ormai parte della letteratura i tentativi di impiego contro
l'HIV di nuove molecole di sintesi o di farmaci già conosciuti per altre
patologie. Tra i più significativi, per meccanismo di azione in vitro, quelli
in grado di bloccare l'adesione tra gp120 e recettore cellulare (es., AL-721).
Sull'inibizione della transcriptasi inversa, prima della scoperta dell'AZT, sono
stati sperimentati, con scarso successo, farmaci come la suramina e il foscarnet
(usato per il trattamento dell'infezione da Cytomegalovirus e dell'Herpes
simplex, anche nei pazienti immunodepressi per altre cause). L'interferone,
invece, inibirebbe l'assemblaggio e la liberazione di nuove particelle virali
(l'alfa-interferone ha dimostrato sinergismo di azione con l'AZT nei casi di
sarcoma di Kaposi). La azidodidesossitimidina (AZT) o zidovudina è stata
impiegata per la prima volta nel 1964 come agente chemioterapico e solo dieci
anni dopo se ne scoprirono le proprietà antivirali e ancora dopo dieci anni è
stata introdotta sperimentalmente nella terapia dell'infezione da HIV. L'impiego
degli analoghi dei nucleosidi ha comportato per i pazienti sieropositivi la
riduzione del tasso di mortalità, la ritardata progressione in AIDS, l'aumento
del peso corporeo, un migliore "performance status", l'incremento
della conta delle cellule CD4+, l'abbassamento dei livelli di antigenemia p24 ed
anche una riduzione del rischio di trasmissione perinatale. Il meccanismo
d'azione con cui agiscono gli analoghi nucleosidici, ed in particolare la
zidovudina, non è ancora del tutto chiarito: o con l'arresto della formazione
della catena in qualità di "terminatore della catena" oppure con
inibizione competitiva del nucleoside 5'trifosfato nei riguardi della
transcriptasi inversa. L'AZT viene fosforilato all'interno della cellula dalla
timidina chinasi ad AZT-MP (monofosfato) e poi ad AZT-TP (trifosfato), che
rappresenta la forma biologicamente attiva. Vengono in tal modo protette le
cellule CD4+ non ancora infette. L'AZT, invece, risulta meno efficace rispetto
alla ddI nella infezione da virus HIV-2. L'AZT viene somministrata alla dose di
600 mg/mq/die per os in 2-3 volte; l'analisi farmacocinetica ha mostrato un buon
assorbimento (biodisponibilità del 65%); ha un'emivita di circa un'ora; ha
facilità di penetrazione della barriera emato-encefalica; in sede epatica viene
formato il metabolita inattivo ed escreto per via renale.
Il principale effetto tossico dell'AZT è la mielosoppressione
(contrastata abbastanza facilmente della eritropoietina); seguono la cefalea, la
nausea, il vomito, le mialgie, generalmente presenti nelle prime settimane di
trattamento, divenendo via via meno intensi e comunque raramente tali da far
sospendere il farmaco per sostituirlo con la ddI (i cui effetti collaterali sono
rappresentati dalla pancreatite e dalla neuropatia periferica). Anche la
didanosina, farmaco di seconda scelta, si somministra per os, a dosaggio
inferiore rispetto l'AZT, lontano dai pasti ed associata ad antiacidi; non
attraversa la barriera emato-encefalica.
Di particolare interesse è l'impiego di molecole antivirali in donne in
gravidanza. Incoraggianti a tal riguardo sono i risultati dell'Acquired
Immunodeficiency Syndrome Clinical Trial Group (ACTG), un trial clinico
randomizzato, a doppio cieco e placebo-controllato, condotto negli Stati Uniti e
in Francia, (ACTG Protocollo 076) da cui è emerso che l'AZT (azidotimidina o
zidovudina), somministrata ad un gruppo selezionato di gravide HIV-infette ed ai
loro bambini, aveva ridotto di circa 2/3 la trasmissione perinatale dell'HIV;
l'efficacia della profilassi con AZT è stata dimostrata anche da altri studi.
Negli Stati Uniti, tali incoraggianti risultati hanno spinto i Centers for
Disease Control (CDC) a consigliare la profilassi con AZT nelle gravide
HIV-infette e, del tutto recentemente, ad eseguire il test per la ricerca
dell'HIV in tutte le donne in gravidanza.
Le nuove terapie contro l'HIV hanno sensibilmente modificato la prognosi
dei sieropositivi. Ma c'è un prezzo da pagare: dopo l'aumento dei linfociti CD4
alcune malattie opportunistiche, di cui si pensava di sapere ormai tutto,
possono comparire con quadri clinici del tutto differenti da quelli noti. Un
esempio in tal senso è dato dall'impiego dell'Indinavir, un farmaco inibitore
delle proteasi.
L'uso di questa classe di farmaci, in combinazione con altre sostanze a
formare la famosa triplice terapia, ha ridato speranza a tutti i sieropositivi,
da quando è stata confermata l'efficacia nel bloccare la replicazione dell'HIV
e nel permettere la ricomparsa in circolo dei linfociti CD4. In taluni casi,
comunque, nonostante i pazienti fossero in relativamente buone condizioni
generali prima di iniziare la terapia con l'inibitore delle proteasi e avessero
risposto molto bene alla sua somministrazione, con almeno un raddoppio del
valore dei linfociti CD4 circolanti, entro tre settimane circa si è manifestata
una infezione da micobatteri non tubercolari caratterizzata da una febbricola
persistente, anoressia, perdita di peso. La presentazione acuta, con la presenza
di lesioni granulomatose dei linfonodi fa supporre che in questi malati
l'infezione fosse cronica, ma silente, e che la causa dell'intensa risposta
infiammatoria sia stata la ripresa di una buona funzionalità da parte del
sistema immunitario.
Studi ancora in fase di elaborazione avrebbero quindi dimostrato che
durante le prime settimane di somministrazione della triplice terapia la rapida
ricostruzione del sistema immunitario comincia dai linfociti CD4 della memoria.
E' possibile che in questi pazienti la risposta infiammatoria sia stata proprio
mediata dall'aumento di cellule della memoria dotate di recettori per i
micobatteri, assai diffusi in natura. Se questa ipotesi corrisponde alla realtà,
bisogna aspettarsi la prossima segnalazione di altri casi anche con inibitori
delle proteasi diversi dall'indinavir, e forse anche con politerapie non
comprendenti questa classe di farmaci ma parimenti efficaci.
Prima di iniziare con l'indinavir, i pazienti in fase avanzata di AIDS
dovrebbero essere controllati, ed eventualmente trattati, per l'infezione da
micobatteri, qualora la malattia si manifestasse dopo l'inizio della terapia è
possibile curarla senza sospendere gli inibitori della proteasi. Il risultato di
questa e di altre ricerche simili deve tuttavia fare riflettere. Negli ultimi
anni è diventato sempre più chiaro che l'infiammazione, intesa nel senso più
ampio del termine, non è solo in grado di collaborare con il sistema
immunitario nella difesa del nostro organismo da ogni possibile aggressione, sia
infettiva sia neoplastica ma spesso è in grado di armarsi contro i pazienti
sotto trattamento.
La seconda osservazione riguarda il futuro della terapia dell'HIV. L'uso
di farmaci antivirali efficaci sta modificando alla radice il decorso della
malattia. La ripresa dell'attività del sistema immunitario può portare a un
miglioramento clinico, finanche alla guarigione, nel caso di alcune patologie ad
andamento cronico evolutivo, per esempio il sarcoma di Kaposi o le parassitosi
intestinali. D'altra parte in alcune situazioni cliniche selezionate una volta
ottenuto l'aumento del linfociti CD4 si potrebbe sospendere la profilassi
antibiotica o antivirale, per evitare la comparsa delle infezioni
opportunistiche, quali la pneumocistosi o l'infezione da citomegalovirus, oppure
delle recidive nei malati che hanno già manifestato un primo episodio
infettivo.
L'ultima considerazione parte dalla constatazione che l'HIV sembra in
grado di permanere assai a lungo all'interno del nucleo di alcune cellule
infettate. Studi condotti con complicati modelli matematici avevano fatto
sperare che due o tre anni di triplice terapia bastassero per eradicare del
tutto l'infezione. Successive ricerche hanno invece chiarito che il virus può
persistere sotto forma di provirus integrato, quindi inattaccabile dalle terapie
attuali, non solo nel nucleo delle cellule linfonodali o cerebrali (i cosiddetti
santuari virali), ma anche in alcuni linfociti circolanti nel sangue. La maggior
parte del DNA provirale sembra essere incapace di replicarsi ma una piccola
parte rimarrebbe in grado di farlo. La percentuale di cellule infettate in modo
persistente non sembra dipendere dalla durata della terapia: è quindi difficile
che si possa ripulire del tutto l'organismo dal virus. Fa sperare il fatto che
quando queste cellule vengono coltivate in vitro producano HIV ancora sensibile
ai farmaci, quindi del ceppo che ha infettato il soggetto e non di una variante
mutata, farmacoresistente. Ne deriva però la conclusione che se un
sieropositivo decide di sospendere la terapia antiretrovirale, forse anche per
poco tempo, il virus addormentato può rialzare la testa e ricominciare a
moltiplicarsi.
Un altro fronte contro l’AIDS è quello del vaccino. Alla sua
realizzazione stanno lavorando numerosi laboratori in tutto il mondo, ma finora
i risultati sono stati insoddisfacenti. Tuttavia, la possibilità di fabbricare
vaccini con l'aiuto dell'ingegneria genetica sembra aprire nuove speranze come
dimostrato da un recente vaccino realizzato con Dna virale capace di proteggere
alcuni scimpanzé contro massicce dosi di Hiv-1. Per la messa a punto del nuovo
vaccino si è inserito in un plasmide (particella presente nel citoplasma di
molti batteri spesso utilizzata come vettore dai biotecnologi), i geni dell'Hiv
allo scopo di stimolare la risposta immunitaria. Quindi si è iniettato per via
intramuscolare il plasmide modificato insieme all'anestetico locale bupivacaina
a tre scimpanzé. A un quarto animale è stata somministrata una preparazione
identica, ma priva del materiale genetico dell'Hiv. Gli scimpanzé immunizzati e
quello di controllo sono stati esposti 250 volte circa al virus, un'esposizione
considerata sufficiente a sviluppare l'infezione. Gli animali sono stati quindi
monitorati per 48 settimane. Con i normali test di controllo utilizzati
sull'uomo, in grado di rilevare poco meno di 500 copie di particelle virali per
millilitro di sangue, gli scienziati non sono riusciti a trovare tracce del
virus nei due animali immunizzati, mentre lo scimpanzé di controllo presentava
circa 10 mila copie di virus per millilitro di sangue. Con un test di
laboratorio più raffinato, che può rilevare fino a 50 copie di virus per
millilitro, i due animali protetti risultavano positivi alla sesta e all'ottava
settimana, per poi riconvertirsi in Hiv-negativi. Il prodotto del vaccino
genetico può, quindi, mimare i meccanismi innescati dai vaccini realizzati con
particelle virali attenuate, ma senza il rischio ad essi associati di una
potenziale replicazione patogenica. Se un virus infetta la cellula e comincia a
replicarsi, il sistema immunitario, basato su una sorta di memoria stimolata dal
vaccino, risponde all'infezione, distruggendo la cellula infettata e il virus.
Qualcosa di simile provoca il nuovo vaccino: rimane, è vero, il rischio di una
limitata replicazione, che però il sistema immunitario è in grado di
controllare. Certo, bisogna ancora aspettare prima di sapere se questo sarà o
non sarà un vaccino contro l'Hiv. Tuttavia, nonostante un certo sconforto,
dettato dal sostanziale fallimento di non pochi “vaccini anti-AIDS” che si
sono conquistati subito la prima pagina sui mass media prima di essere
definitivamente archiviati, i risultati spingono ad andare oltre nello studio di
una simile tecnologia, che sarà sempre di più applicata anche nel trattamento
di altre malattie.
Un altro tipo di vaccino è in corso di studio negli Stati Uniti su
soggetti volontari sani. Si tratta della molecola gp120 che, adeguatamente
purificata, viene somministrata in quattro volte, con produzione di anticorpi
specifici e attivazione del sistema immunitario Tuttavia, in un maschio
omosessuale, dopo circa 18 settimane dall'ultimo richiamo, si è attestata
l'avvenuta infezione: elevata carica virale, riduzione dei linfociti CD4+,
produzione di anticorpi anti-gp120 e risposta linfoproliferativa a tutte le
proteine dell'involucro e del core. Gli anticorpi prodotti non risultavano
neutralizzanti. Inoltre è necessario tener conto della notevole capacità di
mutazione di HIV, che può essere considerata la sua migliore arma difensiva.
L'attenzione della Quinta Conferenza sui retrovirus e infezioni
opportunistiche, tenutasi a Chicago nel
febbraio 1998, è stata sostanzialmente monopolizzata dai risultati
contraddittori di questo tipo di vaccino, la cui sperimentazione è cominciata
nell'ormai lontano giugno 1994. La
disamina dei livelli di carica virale rapportati a quelli delle molecole di
superficie cellulare CD4 non ha suscitato certo grandi entusiasmi ma neanche
decretato l'inappellabile chiusura di questo tipo di sperimentazione.
Le numerose ricerche per ottenere un virus anti AIDS, verso cui converge
la drammatica attesa di tutto il mondo si legano, ai numerosi studi finalizzati
alla creazione di nuovi vaccini per altre malattie virali. In tal senso merita
menzione l'impiego degli anticorpi monoclonali per l'identificazione selettiva
delle componenti antigeniche più immunogene da impiegare per preparare vaccini
più efficaci e meno tossici, oltre a dei carriers (portatori) particolarmente
efficaci. Una svolta ulteriormente significativa ci si attende poi, in chiave di
sicurezza ed efficacia, dai vaccini sintetici e da quelli preparati con
l'impiego di anticorpi anti-idiotipo, immunogeni per se stessi, in quanto fedeli
modelli dei rispettivi antigeni. Si può dire quindi che - al di là delle
tecniche più o meno complesse - sia pienamente motivata la rinnovata attenzione
con cui l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha redatto dettagliati obiettivi
e programmi per i prossimi anni, miranti ad ottenere un più capillare controllo
delle malattie infettive prevenibili con i vaccini di cui disponiamo. Né
risulta meno motivato l'interesse di tutti per nuovi vaccini di futuro utilizzo
(speriamo prossimo): quelli contro il virus citomegalico, quello di Epstein-Barr,
l'herpes simplex, il virus respiratorio sinciziale, l'adenovirus,
Altro pregevole tentativo è stato effettuato in vitro utilizzando
anticorpi monoclonali antigp120, dando ulteriore speranza alla possibilità di
allestire un vaccino. Si auspica che estesi protocolli e follow-up più lunghi
possano fornire indicazioni più chiare a riguardo.
Vi è poi il tentativo di individuare una “supermolecola” capace di chiudere
tutte le porte di ingresso dell’HIV nella cellula. Qualche speranza a tale
proposito è stata suscitata dalla chemiochina, una sostanza normalmente
prodotta dall'organismo, capace effettivamente di bloccare in provetta tutte le
porte di entrata dell'Hiv nelle cellule. Il farmaco (proprio come una chiave
spezzata) andrebbe a occupare lo stesso recettore (la serratura) che utilizza l'Hiv
per entrare nella cellula: al suo arrivo, quindi, il virus troverebbe l'ingresso
bloccato. E' la prima volta che viene individuata in provetta una sostanza
naturale che chiude gli ingressi dell'Hiv, almeno quelli conosciuti, ma,
attenzione, vi è sempre il rischio che potrebbero esserci altre porte
utilizzate dal virus ancora ignote o alternative. Gli studiosi, hanno scovato il
gene per la superchemiochina nel genoma di un virus della grande famiglia degli
herpes, l'Hhv8, associato al sarcoma di Kaposi, tumore della pelle molto diffuso
tra i malati di Aids. E' probabile che l'herpesvirus, una volta annidatosi
nell'organismo, abbia "rubato" a una cellula umana un gene che produce
chemiochine: servendosi della cellula per riprodursi e moltiplicarsi, può
essere avvenuto casualmente uno scambio durante la fase di trascrizione del
genoma virale. La "superchemiochina" potrebbe diventare perciò un
modello per mettere a punto un farmaco ad ampio spettro che riconosca i
recettori, così come la chemiochina naturale, ma che non risulti tossico. Ci
vorrà tuttavia ancora molto tempo prima che si raggiungano risultati
applicabili all'uomo. Le difficoltà non mancano. E forse neanche i rischi.
Infatti, se si riuscissero a bloccare tutte le serrature ci sarebbe comunque il
rischio che la funzione cellulare venga alterata. Si è visto che non c'è
nessun pericolo se si bloccano i Cd4, ma se si dovessero bloccare anche gli
altri la funzione immunitaria potrebbe risultarne compromessa. Se le cellule
sono dotate di porte d'entrata (i recettori), queste si trovano lì a
disposizione delle chemiochine e non certo per il virus, che approfitta soltanto
di una condizione a lui favorevole. Allora, quali potrebbero essere le
conseguenze se il naturale rapporto recettori-chemiochine venisse utilizzato e
forzato per progettare un'arma antivirale? Anche se il futuro della
"pillola alla chemiochina" è ancora incerto e lontano, si possono
intravedere alcuni sviluppi. A tal proposito, potrebbero esserci due strade. La
prima prevede un utilizzo massiccio delle chemiochine, sia per bloccare i
recettori sia per sfruttarne la naturale attività antivirale. La seconda è
quella che le vuole in combinazione con un antivirale o con la terapia genica:
servirebbe a tenere bloccato il virus per un po' di tempo per poi procedere alla
fase terapeutica di attacco. Si badi bene però, si sta parlando di ricerche di
laboratorio, e ci vorranno almeno cinque anni prima che si arrivi alla prima
fase di sperimentazione. Ora il mondo attende con il fiato sospeso l'avvento
della nuova molecola anti-Aids. Soltanto lo scorso anno la terapia combinata con
inibitori della proteasi suscitò grandi entusiasmi, ma ora si cominciano a
registrare alcuni casi di farmacoresistenza e di diabete tra i sieropositivi così
trattati. L'Hiv si conferma un virus furbo, mutevole, dotato di una grande
capacità di adattamento. Ancora una dimostrazione che la strategia anti-Hiv
deve essere multidirezionale. Una sola strada non basta. Gli inibitori della
proteasi sono stati salutati come la cura che avrebbe sconfitto l'Aids, ora però
sappiamo che, dopo uno-due anni di terapia, i pazienti possono diventare
farmacoresistenti e non ricevere più benefici dalla cura.
Un’altra strategia è attaccare le cellule umane in cui si riproduce il
virus dell’AIDS. A tale scopo si sta utilizzando un farmaco impiegato da anni
nella lotta al cancro, l'idrossiurea, usata da oltre 30 anni nel trattamento
della leucemia e del cancro alle ovaie. I primi risultati sembrano molto
promettenti: il composto è in grado di ridurre la quantità di virus nel sangue
dei pazienti per diversi mesi.
L'idrossiurea, in combinazione con due antiretrovirali che agiscono
sull'enzima virale della trascrittasi inversa (il ddI e il d4T), ha fatto
registrare una netta diminuzione della viremia, cioè del numero di copie di Hiv
presenti nel sangue dei pazienti trattati con questo nuovo cocktail, in alcuni
casi al di sotto dei livelli di rilevabilità. L'idrossiurea sembra amplificare
gli effetti degli inibitori della trascrittasi inversa ingannano il virus
fornendogli dei nucleotidi (cioè dei "mattoni da costruzione") simili
a quelli naturali ma difettosi, motivo per il quale si chiamano analoghi
nucleosidici. L'idrossiurea attacca invece le cellule infette, che si dividono
molto rapidamente, e le costringe a produrre meno nucleotidi naturali, proprio
quelli stessi di cui è costituito l'Hiv. Il virus è quindi costretto a
utilizzare gli analoghi nucleosidici messi a disposizione dai farmaci, che
aumentano così la loro efficacia.
L'idrossiurea è immune da uno dei maggiori problemi che le attuali
terapie antiretrovirali si trovano ad affrontare: l'insorgenza delle
farmaco-resistenze. Sotto la spinta selettiva dei farmaci, l'Hiv muta il proprio
patrimonio genetico dando origine a interi ceppi virali che risultano
insensibili ai trattamenti. Ma dal momento che l'idrossiurea non colpisce
direttamente il virus, bensì le riserve da cui attinge, cioè le cellule umane
infette, non può dare origine a fenomeni di resitenza. Se poi il farmaco è
usato in combinazione anche con un inibitore della proteasi, la nuova
generazione di antiretrovirali alla base dei famosi cocktail, i risultati sono
ancora più sorprendenti. Attaccato su più fronti contemporaneamente, il virus
sparisce dal sangue e si ritira nei santuari, organi come il cervello o il
sistema linfatico dove le medicine penetrano con difficoltà.
Naturalmente è ancora presto per parlare di eradicazione del virus,
anche se gli studi sembrano particolarmente promettenti. Ma oltre a offrire
nuove speranze a sieropositivi e malati di Aids, le recenti scoperte destano
anche molti interrogativi a cui solo ulteriori sperimentazioni possono dare
risposta. Bisogna, infatti, ancora stabilire il dosaggio ottimale di idrossiurea
da somministrare, per approfittare dei suoi vantaggi diminuendo l'incidenza
degli effetti collaterali (soppressione dell'attività del midollo spinale, con
conseguente diminuzione di globuli bianchi e rossi). E resta ancora da chiarire
a quale stadio dell'infezione si debba intraprendere la nuova terapia. I primi
studi suggeriscono di iniziare nelle prime fasi, quando il virus si riproduce
molto velocemente e il sistema immunitario del paziente non è ancora
compromesso, mentre sarebbe sconsigliabile in pazienti allo stadio avanzato.
Giulio
Tarro