| Medicina e Bioetica: per informarsi, capire, discutere… |
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Giulio Tarro |
La
prevenzione come dovere morale
Relazione
XXIII
Edizione delle Giornate internazionali di Studio organizzate dal Centro Pio Manzù
Il
Daimon del Benessere
Sanità,
servizi, previdenza tra Stato, mercato e non-profit
Rimini
18/19/20/21 ottobre 1997
Mi sia consentito introdurre con una frase del letterato
latino Quinto Orazio Flacco: "Allontana pure la Natura con ogni mezzo.
Essa ritornerà". Una citazione questa che, mentre si profila per la
specie umana la sbalorditiva possibilità di liberarsi dalle umilianti catene
della malattia e plasmare il corso stesso dell'evoluzione, dovrebbe spingerci a
mettere da parte il nostro orgoglio e operare attente riflessioni sui costi e
sui rischi che la strada della prevenzione comporta
Una
strada lastricata di buone intenzioni
Ad
una prima disamina il concetto di prevenzione e lo stesso desiderio dell'Uomo di
preservarsi in buona salute e migliorare il suo stato, non sembrerebbe celare
alcunché di negativo. In realtà il discorso è molto più complesso e
problematico. Come è noto il concetto di prevenzione, insieme a quello di
previdenza sociale, si diffonde parallelamente alla rivoluzione industriale con
l'esigenza di conservare in buona salute un esercito di lavoratori altamente
qualificati, sui quali, cioè, è stato profuso un notevole investimento che
sarebbe stato antieconomico disperdere al sopravvenire di una malattia o un
incidente mortale. Nasce conseguentemente in tutti i paesi industriali un
sistema sanitario finanziato dallo stato mentre il conseguente sviluppo delle
conoscenze mediche e sanitarie, unito al crescente benessere economico e livello
culturale in strati sempre più vasti della popolazione, finisce per radicare il
concetto di medicina preventiva che ha avuto la sua massima espressione nelle
campagne di vaccinazione.
Fino
ad allora, come negli animali, l'unica "risorsa" dell'umanità per far
fronte alle epidemie (più in generale alle avversità dell'ambiente) era dato
dall'elevato tasso di riproduzione che finiva per fare emergere un ceppo
genetico particolarmente resistente, come testimoniato dalla prevalenza nel
nostro continente di gruppi sanguigni 0 e A: la "risposta" data dalle
popolazioni europee alle epidemie di peste e di vaiolo. Oggi invece, giustamente
secondo la nostra morale, grazie ai progressi della medicina è stato possibile
arginare le malattie infettive e allungare di molto l'aspettativa di vita. Se a
breve termine questa strategia può risultare pagante, a lungo termine si
configurano non pochi problemi (basti pensare alla selezione operata dall'uso
dissennato di antibiotici che ha portato all'emergere di microrganismi
invulnerabili o ai costi che comporta l'invecchiamento della società) sui quali è opportuno riflettere.
È
importante, comunque, precisare che questa attenzione alla prevenzione è sempre
più circoscritta ai soli paesi industrializzati; per gli altri la situazione
resta disperata. In vaste aree del nostro pianeta, ridotti drasticamente i pur
risicati stanziamenti per la sanità, il peggioramento delle condizioni di vita,
la compromissione dell’ecosistema e il conseguente dilagare di infezioni e
malattie stanno determinando ecatombi che solo eccezionalmente riescono a
conquistarsi un qualche trafiletto sui nostri quotidiani. E negli stessi paesi
industrializzati, dove l'allargarsi di fasce di emarginazione sta determinando
l'avanzare di infezioni come la TBC che si sperava fossero un capitolo chiuso,
la situazione non può certo dirsi soddisfacente.
Parlare
di prevenzione necessita di una breve riflessione sui compiti che vengono oggi
affidati alla Medicina, e più in generale alla Scienza, spesso per far fronte a
problemi che sono "tecnici" solo in apparenza e che, in qualche caso
hanno prodotto rischi e problemi più grossi di quelli che si sperava di
risolvere. Valga a tal riguardo l’esempio della cosiddetta "rivoluzione
verde". Questo colossale progetto, che ha visto l’impegno delle migliori
risorse della Genetica, ha cercato di far fronte ad una drammatica crisi
alimentare, determinata sostanzialmente dall'esodo dalle campagne per
l'estendersi del latifondo, attraverso la selezione e l'imposizione di poche
specie vegetali ritenute particolarmente produttive e resistenti e che hanno
finito per soppiantare le innumerevoli altre specie che la natura, unita alla
dedizione e creatività degli agricoltori succedutisi nel corso dei millenni,
aveva selezionato. Questa selezione e imposizione del germoplasma, lucrosa per
pochi (basti pensare che il 67 per cento dei semi oggi impiegati é coperto da
brevetto e producono piante rigogliose ma, per evidenti motivi commerciali,
sterili) presenta enormi rischi in quanto é messa in discussione quella che é
stata la principale risorsa della natura: la diversità. E oggi sterminati
appezzamenti di monocolture agricole (ma lo stesso discorso potrebbe essere
fatto per molti animali da allevamento) devono la loro sopravvivenza
esclusivamente a dosi crescenti di fertilizzanti e pesticidi mentre un
inaspettato parassita potrebbe generare una catastrofe alimentare senza
precedenti.
Sotto
certi aspetti, lo stesso sforzo della Scienza di arrivare, tramite la
manipolazione del patrimonio genetico, ad un miglioramento
"preventivo" delle specie e, quindi, alla scomparsa delle malattie
rischia di riproporre gli stessi percorsi dalla "rivoluzione verde".
Si pone, dunque, la necessità di una più ampia riflessione sul ruolo sempre più
dirompente che, nel campo biomedico e della prevenzione, stanno avendo le
conquiste scientifiche, in particolare la manipolazione del DNA. E di ricondurre
ai suoi giusti termini un dibattito che,
sui mass media, ha finito per estremizzare quel dualismo di timori e speranze già
sublimato in due antichi miti greci: quello di Igea che guarda alla natura come
a un'entità da assecondare, da seguire, da non coartare e quello di Asclepio
che rappresenta lo sforzo dell’uomo di indirizzare il corso della natura,
piegandolo alle sue esigenze.
Per
un’etica della prevenzione
Com’è
noto, negli ultimi anni la possibilità di manipolare il corredo genetico degli
organismi, anche a fini preventivi, ha determinato lo strutturarsi di un acceso
dibattito che investe questioni filosofiche, etiche, politiche, sanitarie e che
può riassumersi con il termine di bioetica. Questo dibattito ha contribuito non
poco a definire un concetto di etica che, per fare nostre le parole di uno dei
primatologi più noti nel mondo, Franz de Waal, la Scienza sta strappando dalle
mani dei filosofi. E questioni come la liceità o meno di modificare il
patrimonio genetico delle specie stanno, finalmente, lasciando il chiuso di
dotte accademie per divenire momento di discussione.
Un
aspetto di questo dibattito si collega alla questione se anche per il DNA si
possano adottare gli stessi criteri adottati per identificare gli organismi e,
cioè, la contrapposizione tra una lettura prettamente analitica e una storica.
In ultima analisi, tra una lettura fisica e una biologica. E’ evidente che da
queste due letture scaturiscono due direttive tra esse incompatibili. La prima
vede il DNA come un qualcosa che è lecito "riparare" e
"migliorare" al fine di evitare all’organismo dell’individuo tutta
una serie di "malfunzionamenti"; la seconda, invece, operando una
lettura evolutiva del DNA, legge anche la presenza, in alcuni individui, di DNA
"irregolare", e quindi causa di malattie, come il prodotto di un
complesso processo evolutivo dell’intera specie che non è ancora del tutto
conosciuto e che, anche per questo, non è lecito manipolare.
La questione, come si evince, è estremamente ardua anche perché
presuppone l’esatta individuazione di concetti quali "salute" o
"sanità" che, al pari di quello di "normalità" in campo
psichiatrico o psicologico, restano, invece, estremamente soggettivi.
Una
riflessione sul concetto di "bioetica" necessita di un breve
approfondimento sul rapporto tra etica, intesa come scienza che ha come oggetto
i valori comunque riferiti al volere e all'azione dell'Uomo, e la Medicina. Nel
mondo occidentale, sin dalla tradizione di Ippocrate di Kos, il rapporto tra
medico e malato è stato sublimato nel dovere del medico di fare il bene al
paziente e nel dovere di quest’ultimo di accettarlo. In tale visione etica, il
medico è una sorta di sacerdote che agisce da mediatore con la divinità
ripristinando l'ordine della natura sconvolto dalla patologia e forte del
giuramento prestato alla divinità, che lo lega in modo indissolubile all'arte
medica, assume una responsabilità forte, di tipo morale, diversa da quella
debole, di tipo giuridico, legata a contratti tra persone che, comunque, possono
essere sciolti con il semplice accordo delle parti. Questo millenario rapporto
tra medico e paziente, basato su un rapporto diretto, non mutuato cioè da
leggi, ha conosciuto una irrimediabile frattura soprattutto negli ultimi decenni
con l’avanzare impetuoso della ricerca biomedica. E il medico, oggi più di
sempre, si ritrova di fronte ad antichi dilemmi, che riguardano come conciliare
la volontà del paziente con le esigenze della collettività Ma, oggi più che
mai, la Medicina deve conciliare scienza e utilizzazione razionale e complessiva
della tecnologia con la consapevolezza che l’Uomo, è qualcosa di diverso
dalle sue parti. Per questo, oggi la ricerca biomedica necessita di un
approfondimento sul metodo della conoscenza, sull'elaborazione del sapere e sui
valori etici che ne devono guidare le scelte. Nasce da qui l’esigenza di
trovare un equilibrio di valori, tra uno sperimentalismo sottoposto alla
pressione della tecnologia, ma comunque funzionale al progresso della medicina,
e la necessità di tutelare il malato e l'umanità. Tra una medicina
scientifico-tecnologica e una medicina antropologica. Nasce da qui quel
dibattito etico relativo alla ricerca biomedica che non può non toccare
direttamente i grandi temi della vita e della morte, quelli dell'identità
psicofisica dell'Uomo e dell'umanità. Questioni così complesse assumono una
drammatica rilevanza di fronte alle moderne tecniche di analisi e ricombinazione
del DNA.
Leggere
il libro della Vita
L’ingegneria
genetica, cominciata nel 1953 con la scoperta della doppia elica del DNA, ha
conosciuto in pochi decenni un tumultuoso sviluppo e oggi sono ormai decine gli
organismi che ogni mese vengono inventati, brevettati, commercializzati e
delegati ai più svariati compiti. Da non poche parti è stata sottolineata
l’intrinseca pericolosità della disseminazione nell’ambiente di organismi
ancora "sconosciuti" alla Natura e che possono innescare una dinamica
catastrofica. Eppure questi rischi sembrano ben poca cosa rispetto alle
possibili conseguenze del "Progetto Genoma Umano" che ha, finora,
consentito di identificare circa un decimo dei 100.000 geni che costituiscono il
nostro patrimonio ereditario mentre è quasi certo che alla fine di questo
millennio si avranno test di laboratorio per identificare la stragrande
maggioranza delle cinquemila malattie genetiche oggi conosciute. La stessa
identificazione dei geni, che caratterizzano la nostra individualità sta,
sempre di più diventando una realtà e potrà consentire, in un non lontano
futuro, di tracciare una sorta di identikit degli aspetti più intimi della
personalità.
Finora
le rudimentali ricerche diagnostiche avevano posto problemi etici
sostanzialmente nel caso dell’individuazione di gravi tare genetiche
nell’organismo, (ad esempio, la sindrome di Down) di un nascituro, con la
conseguente ipotesi di aborto terapeutico: una drammatica decisione che spettava
unicamente ai genitori, senza l'interferenza di alcuna autorità se non quella
delle loro convinzioni morali. Più complesse sono le implicazioni etiche quando
vengono accertate predisposizioni genetiche verso altri morbi quali, ad esempio
la corea di Huntington, i cui sintomi compaiono intorno ai quarant'anni: nulla
esclude, infatti, che tra quarant’anni questa malattia possa essere facilmente
curata. In ogni caso, queste opportunità diagnostiche sono da salutare
positivamente in quanto spingono l’individuo verso attività di prevenzione
che, come è noto, rappresentano una formidabile arma per la cura del cancro.
E’, altresì vero che la conoscenza di un rischio aumentato farà aumentare lo
stato d'ansia in persone psichicamente più labili, ma, comunque, anche in
questo caso spetterà esclusivamente al medico gestire la salute fisica e
psichica dei propri pazienti. Molto più complesse sono invece, le implicazioni
etiche dell’estendersi dei test diagnostici in campi quali, ad esempio, quello
delle assicurazioni o delle assunzioni di personale.
Già
negli Stati Uniti la questione se gli assicuratori o i datori di lavoro possano
avere diritto di accesso alle informazioni genetiche si è posta in maniera
stridente, soprattutto a seguito dell’estendersi dell’AIDS. I fautori del sì
fanno notare come già oggi gli assicuratori, prima di stipulare una polizza,
richiedono una visita medico-legale che consente di valutare il rischio di morte
o di grave malattia con una certa probabilità e fanno notare come scartare dal
novero degli assicurati persone geneticamente predisposte a contrarre gravi
malattie può contribuire a contenere i premi assicurativi per tutto il resto
della popolazione. D’altra parte, se si pensa che nei paesi a capitalismo
avanzato le assicurazioni sanitarie private stanno progressivamente
sostituendosi alle mutue statali, non si può non restare indifferenti di fronte
alla giusta esigenza da parte dell’individuo di sottacere su eventuali tare
genetiche che potrebbero condannarlo ad una inabilità o alla morte. La
questione, come si vede è molto complessa e mette in discussione il ruolo del
medico legale che, se da una parte come medico è tenuto al giuramento di
Ippocrate che lo vincola al segreto professionale, d’altra parte, lavorando
egli su commissione non già del paziente, è tenuto a violare questo segreto.
Come già detto, la questione è già spinosa ma lo diventerà ancora di più
nei prossimi anni con l’estendersi di test diagnostici capaci di individuare i
geni predisponenti alle più diffuse cause di morte quali il diabete,
l’ipertensione, il cancro.
Ed
è proprio quest’ultimo a sollevare, anche nel campo della prevenzione,
drammatici problemi etici.
Diagnosi
cancro
Non
a caso, il termine bioetica è stato coniato da un oncologo: Van R. Potter,
autore nel 1971 del libro "Bioethics. Bridge to the Future".
Mai come nell’Oncologia, infatti, al medico si pongono problematiche che
travalicano lo stretto ambito sanitario per diventare quesiti di fondo sul
valore della vita del paziente e sul rapporto di questa con la società. I costi
delle cure, le sofferenze che queste comportano, le aspettative che suscitano,
lo stesso logorio al quale sono sottoposti i familiari del paziente... diventano
tutti elementi che, inevitabilmente, suscitano laceranti decisioni e possono
spingere a drammatiche scelte. E lo stesso irrompere, anche nel campo
dell’Oncologia, di efficaci test diagnostici ha determinato non pochi
problemi.
È
da sottolineare, a tal riguardo, che questa crescita della diagnostica, unita a
quella della terapia antitumorale, ha un costo cresciuto mediamente del 400%
negli ultimi quindici anni e che deve essere rapportato alla crescente incidenza
della spesa sanitaria. Va da sé che questa spirale non può proseguire a lungo
in quanto i miracoli della moderna medicina crescono più rapidamente delle
risorse pubbliche per finanziarli e infiniti bisogni di salute, specialmente tra
gli anziani, si scontrano contro finite risorse.
Negli
USA alcuni stati hanno tratto le conseguenze da questa analisi e, recentemente,
nell'Oregon, il Ways and Means Committee (Comitato per il reperimento e
l'utilizzazione dei fondi), come primo atto della sua istituzione, ha negato i
fondi al programma di trapianti d'organo (midollo osseo, cuore, fegato,
pancreas, con l'eccezione di rene e cornea, che hanno un favorevole rapporto
costo/beneficio), con la motivazione che si doveva scegliere tra l'estensione
della copertura dei bisogni basali di assistenza sanitaria a 1500 persone non
ancora coperte (tra cui donne in gravidanza e bambini di famiglie indigenti) ed
il finanziamento di 34 interventi di trapianto. Il Comitato, infine, è giunto a
negare un trapianto di midollo ad un bambino di sette anni malato di leucemia
linfoblastica acuta (poi trapiantato grazie ad una sottoscrizione pubblica),
suscitando una polemica su scala nazionale, dalla quale è comunque emerso il
concetto, formalmente condiviso da tutti, che, essendo le risorse non
illimitate, esse devono essere usate nel modo più razionale e, certamente, si
può discutere sui criteri di scelte, ma le scelte devono essere fatte, senza
preclusioni per nessuna.
Questa, indubbiamente sconfortante considerazione è
fondamentale per affrontare l’argomento degli strumenti diagnostici in
Oncologia. Com’è noto, fino a qualche anno fa la diagnostica del cancro si
basava sostanzialmente sull’utilizzo dei markers tumorali: sostanze, cioè,
capaci di identificare la presenza di un tumore quando questi é ancora di
dimensioni microscopiche. La scoperta di questi indicatori ha rappresentato una
tappa fondamentale nella lotta contro il cancro, essendo stato possibile
utilizzare i markers per la diagnosi precoce, per la recidiva e le metastasi,
nonché per identificare la prognosi, la sede del tumore e il monitoraggio della
terapia.
L’irrompere
sulla scena delle biotecnologie e, soprattutto, del Progetto Genoma ha,
comunque, rivoluzionato il campo della diagnostica permettendo di identificare
geni e aree del DNA che regolano la predisposizione ad alcuni tumori. I casi più
noti sono certamente l’identificazione di anomalie nei geni XPF, p53 e nel
gene FHIT situato, quest’ultimo, sul cromosoma 3 e coinvolto nella genesi di
molte forme di tumore polmonare, in particolare quello a grandi e a piccole
cellule epiteliali. Di particolare interesse risultano le implicazioni sociali
di questa ultima scoperta in quanto l’azione dell’anomalia genetica si
esplicherebbe, in presenza di cancerogeni ambientali, in particolare il fumo di
sigaretta. Se, come è probabile, questa scoperta determinerà la diffusione di
test per diagnosticare questo tipo di anomalia genetica, sarà possibile, tra
non molto, concentrare una campagna
di informazione e di responsabilizzazione sui rischi del fumo alle persone
"ad alto rischio".
Problematiche
diverse pongono, invece, i test diagnostici di anomalie genetiche, potenziali
fonti di neoplasie per le quali risulta impossibile una profilassi come, ad
esempio il test finalizzato all’identificazione dell'oncogene Pml che
sembrerebbe connesso all’insorgere della leucemia promielocitica e, ancora
peggio, per forme neoplastiche per le quali ancora oggi, non esistono efficaci
cure. In questo caso, la persona alla quale è stata diagnosticata una
predisposizione al male potrebbe interpretare questa come una inevitabile
condanna a morte, con il conseguente scatenarsi di ansie e gravi malattie
psicosomatiche. L’imminente commercializzazione e diffusione su vasta scala di
questi test diagnostici pone, quindi, gravi problemi di ordine etico e morale
quali, ad esempio, se sia opportuno diagnosticare con largo anticipo la
probabilità di cancro senza, però, che ci sia la possibilità, almeno per
adesso, di intervenire per porvi rimedio. Non abbiamo qui la pretesa di definire
un parere definitivo ma ci sembra interessante il punto di vista espresso da
Renato Dulbecco, premio Nobel e coordinatore del Progetto Genoma, "Io penso
che sia sempre meglio sapere che non sapere. Una persona che abbia la vita
segnata da un errore genetico che sappiamo si manifesterà, per esempio, a
quarant'anni, deve sapere che cosa gli succederà, se non altro per organizzare
la sua esistenza". Una posizione certamente condivisibile anche se va detto
che la diffusione dei test genetici finalizzati ad identificare la
predisposizione a neoplasie contribuirà ad aggravare la già problematica
situazione denunciata nel 1992 dalla Consulta laica di Bioetica che evidenziava
come l’eccesso di diagnosi favorito dai mass media e, in qualche caso, dalla
deresponsabilizzazione del medico curante (basti pensare a quella che è stata
l’impennata delle richieste di TAC o di Doppler che vengono pretese anche a
seguito di banali cefalee o sintomi vertiginose) sia oggi uno dei più gravi
problemi che affligge il Servizio sanitario nei paesi industrializzati.
Già
oggi negli Stati Uniti il mercato dei test diagnostici per accertare la
predisposizione a neoplasie ha conosciuto un vero "boom" e sta
diventando una vera "mania" mentre l’assoluta mancanza di
regolamentazione in questo campo sta facendo spuntare come funghi moltissimi
laboratori di test genetici "antitumorali". Negli USA il compito di
emanare queste norme, apparterrebbe alla FDA, Federal Drug Administration,
ma i loro portavoce si defilano dichiarando che per il momento non c'è in
programma nessuna iniziativa per regolare i test genetici, i quali, ribadisce
l’FDA, vengono fatti in seguito a una libera scelta degli interessati. Una
constatazione certamente veritiera ma il problema è che spesso i risultati di
quei test si limitano a formulare diagnosi di nessuna utilità pratica del tipo
"nei prossimi 20 anni lei ha 40 probabilità su 100 di contrarre un cancro
al seno" finendo così per spaventare inutilmente o di rassicurare al di là
del lecito coloro che vi si sottopongono.
La
stessa diffusione di diagnosi prenatali di anomalie genetiche potenziali fonti
di neoplasie, come quella interessante il gene APC predisponente alla poliposi
familiare e quindi al cancro del colon-retto o il gene BRCAL predisponente al
cancro della mammella, pone all’intera società dei problemi che travalicano
le pur sofferte scelte dei genitori. Se da una parte risulta, infatti,
improponibile un orientamento eugenetico mirante, cioè, a stroncare sul nascere
ogni feto marcato da queste anomalie (che, è bene ricordarlo, non sono una
inevitabile e inappellabile condanna a morte) d’altra parte, per quanto detto
sui crescenti costi della spesa sanitaria, risulta pure indispensabile una
valutazione su quanto l’accettazione di una persona marcata da gravi
predisposizioni peserà in termini economici, drenando, cioè, ingenti risorse
che potrebbero essere impiegate meglio in altri settori della spesa sanitaria.
In questo senso risulterebbe indispensabile definire quello che potrebbero
essere per i prossimi decenni il rapporto costo/benefici di specifiche terapie o
profilassi antitumorali: un calcolo certo difficile ma che potrebbe permetterci
di definire alcune linee guida per porre in essere scelte comunque sofferte.
Questo discorso, già drammatico, conosce poi una accentuazione se si considera
l’emergere, in tutti i paesi industrializzati, a fianco di un sempre più
mastodontico e inefficiente servizio sanitario pubblico, di un servizio
sanitario privato basato sulle assicurazioni private.
Come
già detto, l’emergere di affidabili test diagnostici basati sull’analisi
cromosomica, soprattutto negli Stati Uniti, sta sconvolgendo il settore delle
assunzioni di personale e contro una indagine a tutto campo da parte dei
potenziali datori di lavoro stanno insorgendo, giustamente secondo il nostro
parere, numerose organizzazioni. Riteniamo infatti che, così come non sia
giusto effettuare una preventiva discriminazione ideologica del personale da
assumere, non sia giusto condannare alla perpetua disoccupazione ed
emarginazione persone marcate da una più accentuata probabilità di contrarre
neoplasie. Già il fatto di escludere dai candidati all’assunzione fumatori
suscita non poche perplessità ma, addirittura, pretendere che questi esibiscano
una sorta di "libretto sanitario genetico" finisce per scaricare
sull’intera società i costi di un rischio che dovrebbe invece
contraddistinguere ogni attività imprenditoriale. Contro questa crescita
indiscriminata dei test diagnostici propedeutici alle assunzioni sono insorte
istituzioni prestigiose come l'American Society for Human Genetics e il
National Action Plan on Breast Cancer che hanno chiesto al Parlamento di
intervenire prima che sia troppo tardi e facendo proprie le affermazioni di
Francis Collins, direttore del National Center for Human Genome Research
hanno giustamente ribadito che, poiché nessuno può scegliere i propri geni,
nessuno deve essere discriminato sulla base del patrimonio genetico.
L’etica e la
legge: vaccinazioni
Una
pur breve riflessione sulla prevenzione non può prescindere dalla disamina dei
problemi etici, politici e culturali dell’immunoprofilassi. I vaccini sono
annoverati tra le più grandi conquiste mediche e scientifiche dell'epoca
moderna e ad essi viene dato il merito della scomparsa di alcune tra le più
devastanti malattie (quali il vaiolo, la poliomielite, la difterite, il
tetano...) mentre la sempre più approfondita conoscenza del sistema immunitario
apre nuove e affascinanti prospettive nel campo dei vaccini che si spera possano
affrontare con successo mali come l’AIDS o il cancro.
Nonostante
ciò è in atto oggi un vivace dibattito su questo tema in una opinione pubblica
spesso frastornata da polemiche pretestuose, che conquistano le prime pagine dei
giornali. Da un lato vi sono coloro che sono stati definiti da non pochi mass
media "i crociati del fronte antivaccino": settori del movimento
antivivisezionista, omeopati, associazioni di famiglie che hanno avuto i loro
cari rovinati dalle complicanze delle vaccinazioni... che in nome di una
presunta crisi dei paradigmi scientifici arrivano a teorizzare una medicina
"non farmacologica"; sull’altro "fronte" vi è una parte
del mondo medico, veementemente sostenuta da alcune multinazionali
farmaceutiche, che pretenderebbe di affidare all’immunoprofilassi la sconfitta
di ogni malattia infettiva. Tra queste due posizioni ve n'è un’altra che, pur
non negando l'efficacia delle singole vaccinazioni, contesta l'obbligatorietà
stabilita dalla legge italiana per alcune di esse, richiamandosi all'esempio dei
paesi anglosassoni.
Ma
al di là di posizioni oltranziste che, qualche volta, conquistano uno spazio
sui mass media, il dibattito sulle vaccinazioni rivela profonde implicazioni
etiche collegandosi con quello del diritto alla libera scelta che dovrebbe
contrassegnare tutti gli interventi di tutela della salute o dell'integrità
personale; un principio questo certamente giusto ma che potrebbe estendersi
anche al rifiuto delle leggi che puniscono come reato l'uso personale di droghe
pesanti e leggere o alle norme che impongono l'uso di caschi e le cinture di
sicurezza. La questione è indubbiamente avvincente. E' certamente vero che chi
si procura una malattia o una lesione, indirettamente danneggia tutta la società,
sul piano economico e delle relazioni tra individui ma sarebbe, comunque,
pericoloso concedere allo Stato il potere paternalistico di decidere che cosa è
bene o male per tutti i cittadini. Seguendo questo principio, infatti, si
finirebbe per proibire le sigarette, i superalcolici, o, addirittura, razionare
le ore di televisione così come fanno i genitori con i bambini.
Vi
è da dire, comunque, che l’immunoprofilassi ha una sua specificità non
essendo una scelta che comporta benefici e rischi solo per chi la assume ma
espone a benefici o rischi l’intera collettività. Da questo punto di vista,
nel campo delle vaccinazioni solo l'obbligo può impedire che si crei una
minoranza di obiettori privilegiati ai quali andrebbero tutti i vantaggi di una
vaccinazione di massa, senza alcun rischio. Per di più, nel campo dell’immunoprofilassi,
essendo le vaccinazioni destinate prevalentemente ai minori, la decisione non
viene presa dal diretto interessato bensì dai suoi genitori, i quali, com'è
noto, in uno stato di diritto, possono sempre essere esautorati, dallo Stato,
della loro potestà quando non tutelano adeguatamente i loro figli.
Come
si evince, la controversia sull’obbligatorietà o meno delle vaccinazioni
rimanda a vaste considerazioni etiche e culturali ma, in Italia, questo
dibattito rischia di far passare in secondo piano il grave fenomeno delle false
certificazioni, che non pochi pediatri compiacenti stilano a favore dei
renitenti quando non sono, addirittura, i medici stessi, che arrivano a
consigliare ai genitori di non vaccinare i figli. D’altra parte ancora
insoddisfacente risulta l’applicazione della legge 210 del 25 febbraio 1992
che, ponendo a carico dello Stato il risarcimento in caso di danni accertati,
imponeva di attuare entro sei mesi dall’approvazione della legge progetti di
informazione pubblica sui possibili rischi delle vaccinazioni.
Com’è
noto, in molti paesi - tra i quali l'Italia - le vaccinazioni rientrano tra i
cosiddetti trattamenti sanitari obbligatori non coattivi. Questo significa che
è previsto l'obbligo per tutti i soggetti appartenenti a una determinata fascia
di età di sottoporsi ad alcune vaccinazioni, ma che queste non vengono
somministrate con la forza in caso di rifiuto. Non tutti i paesi scelgono questa
strada per assicurarsi che l'obiettivo della diffusione della vaccinazione sia
raggiunto, e ricorrono a campagne di educazione sanitaria (è cosi,
tradizionalmente, in Gran Bretagna) oppure a forme di coazione indiretta, quali
il divieto di accesso ai servizi scolastici o, più in generale, ai servizi
erogati con finanziamento pubblico (è il caso degli Stati Uniti, dove però
alcune vaccinazioni sono anche rese obbligatorie). Negli Stati Uniti la Corte
suprema federale con una sentenza destinata a fare scuola nel resto del mondo
non ebbe dubbi nel risolvere la controversia promossa da coloro che
contestavano, in nome della libertà individuale e del diritto del singolo
all'autodeterminazione, la legittimità dell'imposizione della vaccinazione
obbligatoria contro il vaiolo, con tutti i rischi a essa connessi, osservando
che tali "rischi erano troppo ridotti per poter essere seriamente presi in
considerazione a fronte dei benefici prodotti sulla collettività". La
ratifica dell’obbligatorietà rimandava, comunque, al risarcimento dei danni
prodotti dalla vaccinazione. La questione si pose clamorosamente nel 1968 quando
una Corte di appello federale degli Stati Uniti condannava per la prima volta il
produttore di un vaccino antipolio a risarcire un soggetto, obbligatoriamente
vaccinato, che aveva contratto la poliomielite, in quanto quest'ultimo non era
stato debitamente avvertito del rischio derivante dall'assunzione del vaccino.
Questa
sentenza ha avuto effetti dirompenti in quanto ha portato alla crescita
esponenziale delle richieste di risarcimento. Nel 1982, una campagna di
vaccinazione obbligatoria contro una influenza particolarmente pericolosa, ha
comportato oltre 4000 controversie giudiziarie, con una domanda di risarcimento
nei confronti dei produttori di vaccini pari a 3 miliardi di dollari. Questo ha
portato all’impossibilità di reperire un numero adeguato di produttori di
farmaci che acconsentissero a produrre vaccini, anche perché le compagnie di
assicurazione rifiutavano di tutelare le case produttrici se non richiedendo
premi esorbitanti. Nel 1985, dei dieci produttori di vaccini presenti sul
mercato quindici anni prima ne restavano soltanto tre. Anche la ricerca
scientifica nel settore risultava in netta diminuzione, essendo stati dirottati
gli investimenti in altri campi malgrado il mercato delle vaccinazioni negli
Stati Uniti valga, secondo stime ufficiali, oltre 500 milioni di dollari
all'anno. La risposta legislativa al pericolo sanitario e pubblico provocato da
questa situazione, è stata quella di un difficoltoso ritorno al passato, e
quindi a escludere risarcimenti di danni, oppure ad addossare l'obbligo di
risarcimento allo Stato (previsto per la prima volta in una legge del 1976 - il
Swine Flu Act). Una strada, quest'ultima, già seguita da molti paesi
europei (dal 1963 la Germania e dal 1964 la Francia) ai quali si è aggiunta
anche l'Italia, con la legge 210 del 25 febbraio 1992.
Com’è
noto, nel nostro paese, il Piano sanitario nazionale per il triennio 1994-96 ha
previsto due "progetti obiettivo": tutela materno infantile e tutela
della salute degli anziani. Nel primo progetto è stato specificatamente
prevista la generalizzazione delle vaccinazioni antimorbillo, antirosolia,
antiparotite, antipertosse, nel secondo progetto, la generalizzazione della
vaccinazione antinfluenzale per gli anziani ultrasessantacinquenni. Oltre a
queste, in Italia esistono particolari categorie di lavoratori per le quali sono
obbligatorie determinate vaccinazioni (ad es. l’antimeningococcica per i
militari di leva, l’antitetanica per i fantini e gli addetti alla N.U. ,
antitifoparatifica per gli addetti alla manipolazione e produzione di
alimenti...) mentre da qualche anno è diventata obbligatoria per tutti i
soggetti al di sotto di dodici anni la vaccinazione antiepatite B. Ed è stata
proprio l’obbligatorietà di quest’ultima vaccinazione a suscitare le più
vive polemiche e in effetti il rischio dell’infezione da epatite B appare
profondamente cambiato rispetto a qualche anno fa risultando minimizzato per la
prima infanzia mentre permane elevato dopo la maturazione sessuale; in questo
senso, forse più che insistere nell’obbligo (peraltro, non sempre rispettato)
per questa vaccinazione, sarebbe più opportuno sviluppare campagne di
informazione sull’epatite B, il cui pericolo continua a rimanere sottovalutato
in vasti strati di popolazione.
È
doveroso a questo punto trarre alcune considerazioni che, stante il vivace
dibattito in atto sulle vaccinazioni non vogliono certo avere la valenza di
conclusioni ma sottolineare alcuni punti. Il primo è che oggi l’attenuarsi
dell’incidenza delle malattie infettive nel nostro paese rischia di favorire
un certa snobistica "presa di distanza" dalle vaccinazioni, viste come
il retaggio di un periodo ormai definitivamente concluso. Così non è. E, se
non si vuole tornare ad una visione per così dire evoluzionistica, dobbiamo
superare la logica dell’automatismo della conservazione e cogliere
nell’intervento vaccinale proprio la dimensione della cura della vita in tutti
gli stadi e in tutte le sue forme. D’altra parte l’intervento vaccinale non
deve mai perdere il suo carattere mirato per cui la vaccinazione non è un fine
a se stessa ma sempre supporta il benessere della singola persona e della società
a cui appartiene. Ciò significa quindi che l’intervento vaccinale ha sempre
un carattere personale e individuale e una valenza sociale. Questo presupposto,
il più delle volte implicito, non va dimenticato. Il senso della vaccinazione
si colloca nella preoccupazione della salvaguardia del bene sociale, di fronte
ad eventuali rischi epidemiologici e quindi ne discende l’intervento pubblico
regolamentato da appropriate forme legislative. E anche se può sembrare
marginale, credo che vada sottolineato il carattere primariamente
etico-antropologico dell’intervento legislativo che solo su questa base può
legiferare circa l’obbligatorietà.
Ancora
su questi aspetti di riflessione sul carattere di patto sociale delle
vaccinazioni dobbiamo tenere in considerazione che alla dimensione dell’etica
pubblica va ascritto anche il rapporto tra i rischi e i benefici che deve,
comunque, collocarsi nell’ottica di attenzione della salute dell’intera
collettività, vero e unico riferimento. Di certo non è possibile circoscrivere
il discorso sulle vaccinazioni al solo ambito economico ma va pur detto,
soprattutto in un momento come questo caratterizzato da una drastica contrazione
della spesa sanitaria, che malattie prevalentemente infantili quali il morbillo,
la rosolia, la parotite, la pertosse che, oltre a determinare nel nostro paese
un significativo numero di vittime, comportano una spesa sanitaria annua di
circa 380 miliardi, potrebbero essere nettamente ridimensionate con campagne di
vaccinazione dal costo di trenta miliardi. Sempre restando nel campo economico,
nel contesto dell’obbligatorietà, una particolare rilevanza riveste la
necessità che lo stato si faccia garante del risarcimento, dove possibile non
soltanto economico, per eventuali risultati negativi dovuti all’intervento
vaccinale. L’esempio dei progetti per un vaccino contro l’AIDS che,
soprattutto negli Stati Uniti, hanno avuto un netto ridimensionamento non appena
le aziende farmaceutiche hanno paventato i costi di eventuali risarcimenti,
dovrebbe far riflettere.
Migliorare
la specie?
Nel
campo della prevenzione un dibattito ancora più spinoso è quello sollevato
dalla moderna eugenetica. Questo termine inteso come disciplina per migliorare
le caratteristiche delle varie popolazioni umane risale al 1883 con gli studi di
F. Galton che finirono, ben presto per alimentare tesi razziste
pseudoscientifiche, traducendosi nella Germania nazista nelle famigerate leggi
sulle restrizioni matrimoniali e sulla sterilizzazione obbligatoria per
particolari portatori di handicap. Nonostante queste catastrofiche applicazioni,
l’eugenetica, negli ultimi anni sta conoscendo un rinnovato interesse a
seguito della mappatura del patrimonio genetico umano. Fino ad ora
l’eugenetica, avvalendosi degli studi di genetica di popolazioni, si è
limitata a prevedere quali tipi di incroci sarebbero più adatti per eliminare o
diminuire geni indesiderabili dalle popolazioni umane. È evidente che il
discorso su quali siano le caratteristiche desiderabili da riprodurre e quali
quelle da eliminare è molto complesso. Sempre concordi sul voler eliminare
cecità, sordità e simili anomalie, non lo si è più quando si debba stabilire
quali siano i caratteri psicosomatici da incentivare. Scartate le velleità di
"migliorare" l’umanità selezionando una "razza eletta",
fino ad oggi l’eugenetica si è posta lo scopo di prevenire la trasmissione
dei geni ritenuti indesiderabili con vari metodi, che vanno dallo sconsigliare i
portatori di tare genetiche (ad esempio Anemia falciforme) a prolificare, fino
alla sterilizzazione degli stessi e che comprendono anche il cosiddetto aborto
eugenico.
Come
è ovvio, l’irrompere sulla scena della genetica molecolare e, quindi della
possibilità di manipolare il corredo genetico dei gameti ha ridato fiato ai
fautori di una eugenetica come potenziale artefice di un
"miglioramento" di alcuni genotipi umani. La prima autorizzazione a
una terapia genica è stata concessa in USA dalla FDA il 14 settembre 1990 a
favore di una bambina con grave immunodeficienza. In questo caso, la mancanza di
un singolo gene strutturale recessivo in cellule a marcata attività
proliferativa, come la deficienza di adenosino-deaminasi nei linfoblasti, è
stata felicemente risolta con reintroduzione di cellule del sangue
opportunamente trattate. Va da sé che questo intervento, che ha permesso alla
bambina di vivere una vita normale, è stato, quasi unanimemente, salutato
positivamente anche se non pochi hanno fatto notare che l’estendersi di una
terapia genica, soprattutto quando questa interesserà cellule germinali umane,
rischia, in nome di un "miglioramento della specie umana" di
compromettere l’identità genetica della specie. Le premesse per la catastrofe
ci sono tutte: la legittima pretesa di evitare ai propri figli malattie
ereditarie, l’illusione che si possa asservire completamente la natura, il
business che già si è creato intorno a questo settore.
Le
innovazioni e gli sviluppi nel campo della biologia sono inoltre talmente rapidi
da precedere spesso approfondite riflessioni e scelte consapevoli, cosicché non
sono soltanto le singole novità e trasformazioni a suscitare paura ma anche il
modo improvviso e subdolo attraverso cui esse si diffondono, al di fuori di un
reale controllo della collettività. La velocità che caratterizza la crescita
della conoscenza del genoma e degli strumenti per manipolarlo impone perciò una
riflessione sui limiti di alcuni interventi e soprattutto sull'importanza di
esercitare delle chiare scelte etiche, che possono comportare possibilità ed
opzioni che, pur essendo disponibili, non devono necessariamente essere adottate
passivamente.
Oggi,
accanto all’avanzamento della diagnostica determinato dall'ingegneria
genetica, si profilano dilemmi totalmente nuovi rispetto al passato che
suscitano apprensioni, paure, polemiche e che pongono lo scienziato di fronte a
stridenti problemi etici. L'ingegneria genetica e più in generale le nuove
tecnologie della riproduzione e biomediche, producendo innovazioni totalmente
nuove, al di fuori degli schemi precedenti, hanno finito per scardinare, sia nel
campo laico che in quello religioso, valori e punti di riferimento tradizionali.
La possibilità di manipolare la vita, come mai era stato concesso all’Uomo,
pone nelle nostre mani una immensa responsabilità e delinea un futuro gravido
sia di scenari radiosi che di catastrofe. Che fare per ridurre questi
rischi? Spesso quando si parla dei rischi della scienza, si ricorda
un'antichissima leggenda tramandataci da Esiodo: Zeus, irato contro Prometeo che
aveva osato rubargli il segreto del fuoco, decise di punire l'umanità
attraverso Pandora alla quale consegnò un vaso dove erano rinchiusi tutti i
mali del mondo ordinandole di non aprirlo mai. Ma la curiosità di conoscere fu
più forte della prudenza e Pandora ruppe il vaso. Fu così che,
irreparabilmente, i mali si sparsero sulla Terra. E' questa l'umiliante lezione
che dovrebbe trarre l'umanità? Mettere fine al suo innato desiderio di
conoscenza in nome della paura? Probabilmente si tratta di una strada
impraticabile. Meglio, forse, ridurre al minimo le distanze tra chi fa ricerca e
chi dovrà subirne le conseguenze; aprire alla gente i laboratori di ricerca e
le torri d'avorio del Sapere per poter decidere tutti insieme cosa fare, e a
qual prezzo. Da questo punto di vista la bioetica deve abbandonare il chiuso
degli "addetti ai lavori" e delle Commissioni per diventare patrimonio
di conoscenza e di dibattito per tutti noi.
Prof. Giulio Tarro