Medicina e Bioetica: per informarsi, capire, discutere…

Giulio Tarro

Giulio Tarro

 

L’emergere delle nuove malattie infettive

                                          

Introduzione

Un’esposizione per quanto breve sull’emergere di nuove malattie infettive, necessita di una riflessione sul concetto di infezione che si è strutturato negli ultimi secoli. La teoria che dietro la malattia potesse trovarsi un microrganismo, era stata già espressa da Fracastoro nel sedicesimo secolo, ma solo nel diciottesimo secolo (con le scoperte di Pasteur e Koch, per quanto riguarda i microbi, e di Ivanowski e Loeffler per quanto riguarda i virus), questo concetto si radica nell’opinione pubblica; dal secondo dopoguerra in poi, con la diffusione degli antibiotici e, più recentemente, dei primi efficaci antivirali, l’idea che si possa sconfiggere la malattia “uccidendo” il microrganismo con trattamento farmacologico o eradicandolo dal nostro pianeta con le vaccinazioni ha conquistato una sempre più diffusa popolarità ingenerando non poche illusioni. In realtà,  il genere umano e i microrganismi sono soltanto alcuni dei numerosissimi componenti dell’ecosistema planetario, tutti in perenne competizione per la sopravvivenza e la supremazia. Certamente il genere umano ha dalla sua le formidabili armi dell’intelligenza e della tecnologia ma è meglio non lasciarsi troppo inorgoglire da queste. E alla fine di un secolo come questo, scandito da quelli che appaiono definitivi trionfi della medicina e dell’ingegneria genetica, è forse utile riflettere su una frase pronunciata duemila anni fa dal storico latino, Quinto Orazio Flacco: “Allontana pure la Natura con ogni mezzo, essa ritornerà”.

Già oggi, la situazione delle malattie infettive a livello planetario è estremamente grave, e microrganismi che si credevano definitivamente debellati da farmaci e vaccini stanno tornando ad assediare anche aree del nostro pianeta ritenute fino a qualche anno fa “sicure”: la tubercolosi, ad esempio. Fino a qualche anno fa sembrava in fase di estinzione oggi è in netta ripresa. I motivi sono molti: peggioramento, anche nei paesi industrializzati, delle condizioni sanitarie, alimentari e abitative di estesi settori di popolazione; emergere di ceppi di TBC resistenti ai farmaci; incidenza dell’AIDS... In Italia, dopo un lento declino durato fino agli anni 80, i casi di tubercolosi sono aumentati soprattutto nelle aree metropolitane passando dai 3.451 casi del 1992 ai 4.214 del 1994. Un incremento determinato, forse, dalla sottovalutazione del rischio TBC, e dal conseguente decadimento delle misure di controllo; basti pensare che la rete dei servizi circondariali è stata smantellata e sono rimasti solo due presidi antitubercolari: a Milano e a Torino. In molti casi, inoltre, i farmaci vengono prescritti male e non sono presi correttamente (il 30 per cento dei pazienti, infatti, interrompe la terapia) e così si creano ceppi di bacillo farmacoresistenti. Ma se volgiamo lo sguardo verso i paesi del Terzo Mondo la situazione appare disperata. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel prossimo decennio, la tubercolosi colpirà gravemente 90 milioni di persone e ne ucciderà 30 milioni. Nonostante ciò i fondi stanziati a livello planetario per la TBC sono diminuiti. Eppure, un’efficace terapia costa solo 11 dollari.

Tra le altre malattie uscite dall'ombra c'è la malaria. Negli anni 80 era quasi sconosciuta in Europa, nel 1995 sono stati registrati quasi 100 mila casi; tutti, comunque, importati da aree tropicali. Nel nostro paese la bonifica delle aree paludose rende, comunque, improbabile che il Plasmodiun falciparium, possa radicarsi. Non così per il colera (ripropostosi nel 1994 a Bari), che potrebbe insediarsi in quelle situazioni di degrado sanitario che già oggi, soprattutto nel Mezzogiorno, hanno reso endemica l’epatite A.

Ma volgiamo lo sguardo da queste situazioni endemiche e interessiamoci del rischio epidemico.

Ad una prima analisi, catastrofiche epidemie come la peste (o Morte Nera) che, dal 1348 al 1351, si portò via 60 milioni di persone o l’influenza “spagnola" (20 milioni di morti nei primi 6 mesi del 1919) sembrerebbero confinate in un passato oramai archiviato per sempre. Purtroppo non è cosi. Di certo, non si tratta di fare concessioni all’imperante filone “catastrofista” (alimentato da molti mass media all’indomani di recenti epidemie, quali fa Febbre di Ebola, scoppiata nel 1994 a Kikwit, nello Zaire, o la peste a Surat in India nel 1994) ma, riflettere su una situazione già oggi drammatica e che potrebbe aggravarsi in un prossimo futuro.

Un particolare aspetto della vulnerabilità della attuale società al rischio epidemico è connesso al suo connettersi in sistemi sempre più grandi, sempre più complessi e, spesso, sempre più deboli. Attualmente nei paesi a capitalismo avanzato il 74 per cento della popolazione risiede in agglomerati urbani composti da almeno 50.000 abitanti, mentre il 44 per cento risiede in metropoli superiori alle 300.000 unita. Una concentrazione assolutamente nuova nella storia dell'umanità e che pone numerosi problemi soprattutto considerando che nelle metropoli sia i servizi di sicurezza (Polizia, sanitari, rimozione rifiuti, Vigili del Fuoco...) che quelli informativi (telefoni, giornali, TV...) di trasporto (merci, energia, persone...),  organizzativi  (amministrazioni  pubbliche,  associazioni private...) o distributivi, risultano caratterizzati da una clamorosa debolezza dei sistemi di comando e controllo dei funzionari preposti ai servizi.

 In passato, durante una epidemia, era possibile obbligare alcune persone a compiere tutta una serie di mansioni utili ma ripugnanti e/o pericolose, come il trasferimento degli appestati nei lazzaretti, la pulizia delle case appestate, il seppellimento delle salme... e questo perché, quasi sempre, il sistema di comando imposto dalle autorità era ferreo avendo la forca come strumento di coercizione. Oggi questo rigido sistema di comando e controllo non è più possibile e non si può più costringere il dipendente a operare contro i suoi immediati interessi, ma bisogna considerare che, quasi sempre, la sua più grande preoccupazione, in una situazione di emergenza, sarà la salvaguardia del proprio nucleo familiare e poi, eventualmente, quella del servizio per il quale è stipendiato. Da questo punto di vista anche sistemi e servizi apparentemente efficienti, sotto l'incalzare di una emergenza come una grave epidemia, possono sciogliersi come neve al sole.

Questa situazione di vulnerabilità strutturale deve essere correlata con l’irrompere sulla scena di nuove infezioni. Queste possono essere determinate, oltre che dalla naturale evoluzione dei microrganismi, dalla selezione dei batteri operata da un dissennato utilizzo di antibiotici, dalla creazione di nuove nicchie ecologiche (come i radiatori dei condizionatori d’aria che hanno fatto da incubatrice alla micidiale Legionella pneumophila) e da altri fattori. Il contatto con alcuni animali, ad esempio.

 

 

Dall’animale all’Uomo

 

La specie umana condivide con gli animali innumerevoli microrganismi e la maggior parte delle malattie infettive che caratterizzano la civiltà sono state trasmesse alle popolazioni umane da animali da allevamento (26 dal pollame, 35 dai cavalli, 42 dai maiali, 46 da pecore e capre, 50 dai bovini...) o da animali che avevano con l’Uomo un rapporto di commensalismo (32 da ratti e topi, 65 dai cani...). Col passare dei millenni, il rapporto tra microrganismi che infettano comunemente  gli animali e l’Uomo  (ma anche tra quelli che infettano comunemente l’Uomo e gli animali) ha finito per raggiungere un inevitabile equilibrio nel quale la “malattia infettiva” si è ridotta ad una serie di sintomi che non pregiudicano la normale attività dell’organismo ospite. Molto più clamorose sono, ovviamente, le conseguenze quando l’organismo umano viene a contatto per la prima volta con un animale e i suoi parassiti.

La storia del virus HIV, responsabile dell’AIDS, è esemplare.

 Da sempre presente nelle colonie di scimmie Cercopithecus aethiopis che popolano le foreste dell'Africa equatoriale e in alcune tribù umane lì confinate, il virus HIV è riuscito a dilagare sul nostro pianeta a seguito della costruzione di una strada camionabile che attraversava queste foreste. Probabilmente trasmesso da qualche camionista infetto, il virus si è insediato nella colonia di prostitute che affollano questa strada. Da lì, in assenza di qualsiasi strumento di sorveglianza sanitaria, ha iniziato la sua marcia trionfale che lo ha portato a dilagare dapprima nell'isola di Haiti e da qui, grazie ad un fiorente quanto drammatico commercio di sangue e ad una diffusa prostituzione con turisti (per lo più omosessuali) americani, agli Stati Uniti. Lo scambio di siringhe infette e la prostituzione ha ulteriormente esteso questa infezione agli eroinomani e agli eterosessuali di tutto il mondo.

L’estendersi del contagio di altri microrganismi oggi sconosciuti ai più potrebbe seguire lo stesso percorso del virus HIV. E questo rimanda alla straordinaria capacità dei microrganismi di adattarsi alle mutate condizioni dell’ospite o di sopravvivere in maniera silente per un periodo incredibilmente lungo.

Uno degli esempi più famosi di questa capacità dei microrganismi di differenziarsi è data dai Poxvirus uno dei quali è stato responsabile di una delle più terribili epidemie che abbiano colpito l’umanità: il vaiolo. Questa infezione, dopo aver ucciso per molti secoli milioni di uomini, è stata, a sua volta, “uccisa” dall'uomo con una vaccinazione effettuata su scala planetaria che, certamente, rappresenta il più grosso successo della Medicina. Dal 1976, infatti, il vaiolo umano è stato dichiarato ufficialmente estinto e vi è stata anche una discussione se mantenere o no gli stipiti virali ancora conservati da qualche Istituto di ricerca. Di pari passo si è giunti a un progressivo abbandono della vaccinazione antivaiolosa, anche perché non completamente priva di rischi. Nei prossimi decenni, quindi, una percentuale sempre maggiore della popolazione umana non avrà più alcuna protezione contro il vaiolo, e questo creerà una situazione epidemiologica abbastanza preoccupante. Esistono, infatti, diverse specie di virus di “vaioli animali” che, seppure limitatamente, sono patogeni anche per l'uomo e che sono state finora, arginate dalla vaccinazione antivaiolosa; queste specie, quindi, in un prossimo futuro potranno causare problemi sanitari con forme di vaiolo più o meno atipiche.

I virus responsabili del vaiolo (Poxviridae) costituiscono poi una famiglia virale antichissima che si dirama in moltissime specie, solo in parte note, che infettano una moltitudine di specie animali che spazia dai molluschi, ai tacchini, ai cammelli... Tra questi gli Orthopoxvirus, responsabili oggi del vaiolo delle scimmie, hanno le maggiori probabilità di trasformarsi per occupare quella formidabile, per essi, nicchia ecologica costituita dalle popolazioni delle metropoli. Un’altra ipotesi vuole invece il prossimo apparire di un nuovo vaiolo umano, come probabilmente avvenne nel passato, per una variazione di un virus vaioloso “bovino” o “caprino”. Le conseguenze in entrambi i casi potrebbero essere catastrofiche per l’umanità.

Così come potrebbero essere per un altro virus “umano” profondamente diffuso negli animali: quello dell’influenza che, per la sua variabilità antigenica, già oggi, pone gravi problemi profilattici richiedendo ogni anno l'impiego di un nuovo vaccino. L’influenza è una delle infezioni più diffuse sul nostro pianeta e ogni anno, da gennaio a marzo, colpisce almeno quattro milioni di italiani. La sua particolarità è quella di essere, quasi sempre, battezzata dai mass media con un nome asiatico. Non a caso, visto che la malattia nasce dagli innumerevoli “allevamenti integrati” diffusi nell’estremo oriente. Il serbatoio naturale del virus dell’influenza di tipo A, sono le anatre che insieme ai maiali popolano questi allevamenti in cui gli escrementi provenienti da una specie animale sono utilizzati come fertilizzante per produrre cibo destinato ad un’altra specie. Questo trasforma il maiale in una sorta d'incubatrice per nuovi tipi di virus. Periodicamente, una variante di questi si trasmette all’uomo e da anni l’Organizzazione Mondiale della Sanità sta tentando di ridurre il numero di questi allevamenti temendo il riproporsi di una nuova terribile epidemia influenzale come quella del 1819 o come quella, conosciuta in Italia come “influenza spagnola” che, nel 1918, uccise ventun milioni di persone.

Un altra infezione tipica degli animali ma che può trasmettersi e insediarsi nella specie umana è prodotta dai virus della famiglia degli Hantaan, o Hantavirus. Nel 1992 il Center for Disease Control (CDC) di Atlanta, delegato alla sorveglianza epidemiologica, fu messo in allarme dall’insorgere di una misteriosa malattia. Tutto era cominciato nel mese di maggio quando, nell'area, pressoché desertica, all'incrocio tra gli stati del New Mexico, Utah, Colorado e Arizona, numerosi indiani Navajo erano stati colpiti da una malattia caratterizzata all'inizio da mialgia, emicrania, febbre, tosse e mal di gola ai quali susseguiva un edema polmonare che portava alla morte. La malattia, chiamata dapprima UARDS (Unexplained Adult Respiratory Distress Syndrome) o URDS (Unknown Respiratory Distress Syndrome), aveva provocato almeno 30 morti, di cui circa la metà indiani Navajo. Ben presto i ricercatori dei CDC isolarono, dal siero delle persone colpite, un virus della famiglia degli Hantaan. Si tratta di virus conosciuti da un ventennio e diffusi in Asia (il loro nome deriva dal fiume coreano Hantaan) dove provocano sintomi completamente differenti da quelli riportati negli Stati Uniti. Nella sola Cina 200.000 persone ogni anno muoiono per le patologie associate all'infezione di questi virus, che a partire da manifestazioni di tipo influenzale possono provocare emorragie interne e soprattutto insufficienza renale. Gli ospiti preferiti di questi virus sono i roditori. Già alla fine degli anni “50, probabilmente a seguito dei reduci dalla guerra di Corea il virus si era insediato in alcune colonie di roditori americani e sporadicamente era stato trasmesso all’uomo. Fino al 1992 quando, a seguito di una eccezionale crescita della popolazione di roditori, determinata da piogge insolitamente abbondanti e dalle conseguente crescita di una rigogliosa vegetazione, il contagio è esploso tra gli indiani Navajo.

 

 

La malattia dal passato

 

La repentina comparsa di nuovi microrganismi patogeni trasmessi dagli animali all’uomo è quindi la logica conseguenza di una sempre maggiore «promiscuità ambientale», della caduta di barriere e confini naturali, del dilagare del turismo in aree un tempo vergini, dell’importazione di animali di affezione e di allevamento.

Ma al di là della capacità di adeguare la loro struttura per estendere il dominio su nuove specie viventi, i microrganismi hanno anche la straordinaria capacità di perpetuarsi per secoli in ambienti completamente ostili. Nel 1986 suscitò scalpore l’allarme che il vaiolo potesse diffondersi a seguito dell’apertura di un sarcofago contenente la mummia di un bambino, morto di questo male nella seconda metà del sedicesimo secolo, custodita nella basilica di San Domenico Maggiore a Napoli. E non si trattava di un allarme ingiustificato visto che la questione del “vaiolo giunto dal passato” era già stata posta un anno prima dall’autorevole rivista <<Lancet>> . La stessa capacità dei batteri di sopravvivere per un tempo incredibilmente lungo a condizioni estreme potrebbe, a prima vista, sembrare fantascienza. Ma è una incontrovertibile realtà e che potrebbe determinare il ritorno di devastanti malattie, come, ad esempio, il “sudore anglico”, scomparse apparentemente nel nulla  secoli addietro.

Il primo biologo a parlare di “criptobiosi”, e cioè vita nascosta dei microbi fu, più di cinquanta anni fa, Charles Lipman, dell'Università di Berkeley. All'interno di un mattone di una stanza della missione di San Luis Obispo, in California, egli riscontrò batteri viventi in una quantità superiore a 100 milioni per grammo. La stanza era stata usata fino a un secolo prima come prigione, per poi essere sigillata e mai più aperta. Erano batteri con una eccezionale capacità di sopravvivenza, come sostenne Lipman, o contaminazioni da parte di batteri recenti, come sostenevano i suoi detrattori? La disputa sembrò virare a favore di Lipman quando, negli anni sessanta Peter Sneath, biologo dell'Istituto nazionale per la ricerca medica di Mill Hill, a Londra sconvolse il mondo scientifico dimostrando che parte della sospensione di spore di Bacillus antracis preparata da Pasteur nel 1880 era ancora “viva”. Questa scoperta diede impulso alla ricerca sulla criptobiosi e le sorprese non mancarono. Qualche anno dopo, ad esempio, furono scoperte spore viventi in una scatola di carne confezionata 118 anni prima mentre fu possibile “resuscitare” bacilli coliformi, presenti nei resti congelati delle feci sparse dai pony che parteciparono alla missione nell'Antartide del 1912 guidata da Robert Falcon Scott.

L’affascinante fenomeno della criptobiosi (nel quale i microrganismi non dimostrano pressoché alcuna attività metabolica pur mantenendo la possibilità di ritornare alla vita normale quando cambiano le circostanze ambientali) può essere raggiunto con la formazione di spore, il congelamento e l’essiccamento. Il primo è un fenomeno ben noto in biologia, anche se raro tra le specie batteriche; gli altri due sono processi usualmente letali per le cellule, che però in condizioni particolari possono risolversi in un'arma contro la morte. Si sa che il freddo uccide le cellule facendone scoppiare l'involucro ma, quando un grande numero di batteri è ucciso in questo maniera, le prime cellule morenti possono liberare una quantità sufficiente di sostanze crioprotettive. Se tali sostanze vengono rilasciate in una popolazione cellulare di elevata densità e raggiungono una concentrazione appropriata nei tempi giusti, possono salvare almeno una piccola parte delle altre. I risultati di questo meccanismo possono essere sbalorditivi. Nel 1975 ricercatori dell'Università di Bradford in Gran Bretagna trovarono spore vitali di un batterio termofilico, il Thermoaclinomyces, in frammenti delle rovine del forte romano di Vindolandia, nei pressi del vallo di Adriano. Spore dello stesso germe furono successivamente trovate da biologi statunitensi nei sedimenti stratificati dei laghi del Minnesota: qui la concentrazione più elevata di spore apparteneva a uno strato risalente a 5150 anni fa.

Addirittura i microrganismi potrebbero sopravvivere, a temperature prossime allo zero assoluto e per milioni di anni, nelle meteoriti che attraversano l’universo. Questa ipotesi, sostenuta inizialmente dall’astrofisico Fred Hoyle, ha finito per acquistare una crescente popolarità nel mondo scientifico e oggi la possibilità che qualche malattia sia giunta sulla Terra dagli spazi siderali non è considerata più fantascienza.

 

 

Ingegneria genetica

 

A questi rischi che da sempre minacciano l'umanità se ne aggiungono di nuovi. Intanto quelli connessi alle applicazioni della ingegneria genetica che ormai diffonde nell'ambiente esterno ogni anno centinaia di nuovi microrganismi da adibire ad uso produttivo (agricoltura, industria mineraria, depurazione acque...) e che potrebbero un domani stabilire una catena infettiva con l'uomo. Un ulteriore pericolo è connesso a possibili incidenti di laboratorio come quello avvenuto a Birmingham in Gran Bretagna nel 1978 che portò all'esterno i virus del vaiolo o come quello avvenuto nel 1962 a Porton, sempre in Gran Bretagna, in un laboratorio di guerra batteriologica e che portò alla diffusione in ambiente esterno del bacillo della peste polmonare. Un altro gravissimo rischio è determinato dalla nuova corsa alle armi batteriologiche contro la quale si è già levata la protesta di numerosi ricercatori e di Premi Nobel per la medicina.

Le armi batteriologiche si basano su organismi (microbi, virus, ricktessie, funghi) viventi; capaci, cioè, di moltiplicarsi in maniera prodigiosa all'interno dell'organismo del nemico e di trasmettersi successivamente all'esterno perpetuandosi. Gli albori della guerra batteriologica risalgono al 1347 quando truppe tartare, impegnate nell'assedio del presidio genovese di Caffa sul Mar Nero, catapultarono all'interno della fortezza cadaveri di appestati. Trasportata dalle navi dei genovesi in fuga, la Morte Nera sbarcò in Europa dove sterminò in appena tre anni 20 milioni di persone. La propagazione intenzionale di infezioni sconosciute e quindi micidiali per le popolazioni nemiche costella l'espansione del colonialismo europeo: nel 1763 Sir Jeffrey Amherst, governatore della Nova Scotia diffonde tra i pellerossa coperte infettate di vaiolo; più o meno nello stesso periodo gli inglesi mandano tra i Maori (che popolavano allora la Nuova Zelanda) gruppi di prostitute infettate dalla sifilide. I risultati non si fanno attendere: dopo qualche anno le popolazioni indigene sono sterminate e le loro praterie sono finalmente "terra vergine" per i coloni europei.

Durante la seconda guerra mondiale l'unica nazione che conobbe gli orrori della guerra batteriologica fu la Manciuria dove operava l'Unità  giapponese “731” che produsse e disseminò in vaste aree controllate dalle truppe cinesi centinaia di tonnellate di microorganismi patogeni, quali peste, colera, leptospirosi... Nel secondo dopoguerra la ricerca e produzione di armi batteriologiche continuò in più nazioni ma, già verso la fine degli anni '60, questo sistema d'arma cominciò ad essere superato. Le continue ricerche sui microorganismi patogeni da impiegare per uso bellico e sulle procedure farmacologiche atte a debellarli avevano finito, infatti, per ridurre a zero i microorganismi "segreti" contro i quali, cioè, il nemico non aveva alcuna difesa. Anche per questo motivo le armi batteriologiche vennero messe al bando con un trattato internazionale siglato nel 1972.

  Nonostante questo divieto, verso la metà degli anni '80 la corsa alle armi batteriologiche riprende con vigore, anche se camuffata con l'esigenza di "dotarsi di strumenti di difesa" da attacchi batteriologici. Il perché é da ricercarsi nella manipolazione del DNA, e quindi del patrimonio genetico, ora possibile, che permette di "inventare e creare" microrganismi assolutamente sconosciuti al nemico ma ben studiati dall'attaccante che può, quindi, vaccinare preventivamente le proprie popolazioni o truppe (o accatastare determinati farmaci), prima di sferrare l'attacco. Contro la nuova corsa alle armi batteriologiche, nel maggio 1989, si é levata la protesta di 800 ricercatori americani, tra i quali tre Premi Nobel per la medicina. Nonostante questo la ricerca e la produzione di nuovi microbi, virus, rickettsie... da impiegare sui campi di battaglia impegna oggi (secondo un dato dello Stockholm International Peace Research Institute) almeno 900 milioni di dollari e rischia di far naufragare il prossimo trattato sulla interdizione delle armi batteriologiche che dovrebbe essere siglato nel 1997.

 

Convivere con i microrganismi

 

Da più di due miliardi di anni sono i microbi i veri padroni del pianeta. Dai bordi dei crateri vulcanici alle più recondite pieghe del nostro organismo, non c’è angolo dell’ecosistema che essi non abbiano colonizzato. Una trionfale conquista resa possibile dalla loro sbalorditiva velocità di duplicazione (in certi casi, avviene ogni 20 minuti; un microbo, cioè, può produrre in 8 ore 16 milioni di esemplari; in 12 ore, 68 miliardi; in teoria, dopo 4 giorni, una colonia di microrganismi più grande del pianeta Terra) e dalla facilità di insinuarsi con altri organismi, una particolarità quest’ultima che ha dei risvolti sconcertanti. Ad esempio, le nostre cellule riescono a “respirare” grazie a particolari organi detti mitocondri che in un lontano passato erano microrganismi liberi, così come lo sono oggi i microbi che all’interno del nostro intestino elaborano vitamina B 12 e che sono “destinati” a divenire anch’essi una parte del nostro organismo.

Non solo il nostro corpo ma l’intero pianeta é stato ed é plasmato dai microbi. Un miliardo e mezzo di anni fa, ad esempio, nei fondali marini, al riparo dalle micidiali radiazioni cosmiche, da una delle primigenie specie di microbi cominciò una colossale produzione di ossigeno. Nel giro di qualche milione di anni, il cielo, depurandosi dall’ammoniaca e dal metano, perse l’antico colore giallognolo diventando azzurro; la concentrazione di ossigeno nell’atmosfera raggiunse il 21 per cento creando uno scudo di ozono capace di schermare dalle radiazioni ultraviolette e la vita cominciò a espandersi dal mare su tutto il pianeta. E con essa i microbi, insediatisi ormai dappertutto.

Più insidiosi dei microbi sono poi i virus. Definire cosa sia un virus non é facile in quanto, ad esempio, non é possibile inserire pienamente questa entità in nessuno dei tre regni della natura: animale, vegetale o minerale. Questo incredibilmente piccolo organismo non é altro che una sostanza chimica costituita da un acido nucleico e alcune molecole di proteine, spesso aggregate in eleganti forme quali spirali, icosaedri, sfere... La sua forza sta nella sua capacità di asservire l'organismo nel quale si insedia attraverso uno sbalorditivo meccanismo. Una volta penetrato in una cellula (umana, di un animale o di una pianta), il virus va ad installarsi in una delle tante cellule sostituendo il suo acido  nucleico a quello del nucleo della cellula. Da quel momento in poi la cellula é asservita al virus dal quale riceve ordini contrari alla sua vita normale. Essa si mette a fabbricare copie del virus che, in tal modo, si moltiplica. Trasformata la cellula in una fabbrica di virus, questi si moltiplicano a dismisura. A questo punto la cellula "scoppia" e i virus vanno ad attaccare un'altra cellula o, addirittura, un altro individuo viaggiando, ad esempio attraverso le goccioline di saliva espulse con la tosse o gli starnuti com'é il caso del virus che provoca l'influenza.

 Un altro sbalorditivo organismo, (se è lecito parlare di organismo di fronte ad una entità così semplice) è una proteina che utilizza, sostanzialmente, lo stesso sistema di riproduzione dei virus: il prione. Questo agente patogeno, la cui esistenza era fino a qualche anno fa considerata impossibile, è oggi definitivamente riconosciuto come responsabile di svariate malattie infettive; la più famosa delle quali è certamente l’encefalopatia spongiforme salita agli onori delle cronache come “mucca pazza”.

Ma concentriamo ora la nostra attenzione su due recenti epidemie che sui mass media hanno ormai soppiantato l’AIDS - il morbo di Ebola e la “mucca pazza” - perché la disamina di queste ci permette alcune riflessioni sul rapporto, spesso insoddisfacente, tra informazione e malattie infettive.

 

Il morbo di Ebola

 

La “fama” del morbo di Ebola in Occidente risale ad un episodio verificatosi nel 1989 nel Texas Primate Center, un’azienda di Alice, nel Texas, che importava animali da utilizzare come cavie. Lì due scimmie provenienti dal Gabon, a seguito della rottura della gabbia, riuscirono a scappare. Le ricerche per catturarle divennero frenetiche allorché si seppe che erano risultate infette dal virus di Ebola, un microrganismo appartenente alla famiglia delle Filoviridae, identificato per la prima volta nel 1976 nello Zaire settentrionale attraversato dal fiume Ebola, capace di scatenare nell’uomo febbre altissima, vomito e diarrea emorragica che potevano portarlo rapidamente alla morte. Dopo una rocambolesca caccia, le scimmie vennero infine catturate e fu quasi un miracolo che l’infezione non si sia propagata al personale dell’azienda e da qui al resto della popolazione americana. L’episodio, (che era stato preceduto da uno analogo, avvenuto a Reston in Virginia) meritò l’attenzione di Richard Preston, uno scrittore che, nel 1991, pubblicò un libro destinato a diventare un best-seller, “Area di contagio”, che, a sua volta ispirò un film di successo “Virus Letale”.

 Lo scalpore suscitato dal libro e dal film concentrò, quindi, l’attenzione dei mass media sui numerosi ricoveri e decessi (tra i quali quelli di alcune missionarie italiane) che si registravano nell'ospedale di Kikwik, nello Zaire, a seguito di un’infezione da virus Ebola, dilagata nella regione di Bandundu. I reportage degli inviati a Kikwik si mescolarono con generalizzazioni sulla minaccia costituita dalle infezioni e, ben presto, la “voce” dell’imminente dilagare in Occidente di una catastrofica epidemia di Ebola cominciò a farsi strada nell’opinione pubblica. E questo nonostante le assicurazioni degli epidemiologi e virologi i quali, sollecitati dai mass media, spiegarono invano che il virus Ebola, che trova il suo serbatoio naturale forse in piccoli roditori, si propaga attraverso i fluidi corporei (sangue, sperma, urina...) e, solo in particolari ed eccezionali casi, ad esempio, veicolandosi con le goccioline di saliva o con l’espettorato  emessi, con la tosse, dal malato.

Non a caso, l’infezione si manteneva circoscritta (alla fine dell’epidemia si contarono non più di trecento decessi) e gli unici europei colpiti dal virus facevano parte del personale dell’ospedale di Kikwik, i quali, vista l’inadeguatezza delle strutture sanitarie, erano costretti a lavorare quasi senza protezione. E tra questi gli unici decessi erano limitati a cinque settantenni missionarie italiane. Le stesse caratteristiche del virus Ebola non lasciavano trasparire nessun quadro apocalittico. A differenza di altri virus, come, ad esempio, quello dell’AIDS, (un retrovirus, caratterizzato da lunghe fasi di latenza, che può localizzarsi in “serbatoi animali”, come le scimmie, anche per lunghissimo tempo e che può essere trasmesso congenitamente) l’Ebola è un virus a RNA e ha bisogno di infettare continuamente un nuovo ospite per replicarsi e quindi sopravvivere. Ne conseguono epidemie, come quella verificatasi nello Zaire nel 1976, che dopo aver dato via ad intensi focolai, ben presto si esauriscono spontaneamente. Per di più, quando il virus Ebola s'insedia stabilmente in un organismo, nelle trasmissioni successive ad un altro organismo si evolve verso forme meno virulente. Una tendenza questa testimoniata dal numero relativamente alto (7-8 per cento) delle persone infettate tra tutta la popolazione dell'Africa centro-orientale, rispetto alla percentuale, infinitamente più bassa, di casi di malattia.

Nonostante queste constatazioni, il virus Ebola si conquistava un sempre più esteso e sinistro spazio sui mass media provocando ingiustificate paure e psicosi come quelle sviluppatesi in Italia al momento del ricovero di due missionarie di ritorno dall’ospedale di Kikwik. Come sempre, e così com'è stato per l’AIDS, anche per il virus di Ebola all’esaltazione della minaccia operata dai mas media ha fatto seguito, non già una presa di coscienza dell’opinione pubblica di questo problema, ma una sua rimozione. In realtà, il pericolo rappresentato da questo microrganismo non è affatto da sottovalutare in quanto il virus Ebola  potrebbe, attraverso una ricombinazione tra i segmenti del suo RNA, rapidamente evolversi. Una di queste trasformazioni potrebbe interessare le subnunità proteiche  del capside, e cioè della tunica deputata a proteggere il virus, che potrebbe diventare così resistente all’aria e trasmettersi facilmente tramite il respiro.  Se si riproponesse oggi questa mutazione il rischio di una catastrofica epidemia (come la “Peste di Atene” del 425 a.C., descritta da Tucidide che poterebbe addirittura essere ascrivibile ad una variante dell’attuale virus di Ebola) sarebbe elevatissimo in quanto contro questo virus risultano oggi inefficaci sia i farmaci antivirali, come l’interferone, sia i sieri, come quello, ricavato da un uomo convalescente da Ebola, inoculato, invano, ad un tecnico di laboratorio infettatosi nel 1994 in Inghilterra.

 

 

La “malattia della mucca pazza”

 

La scoperta dei prioni risale agli inizi degli anni “80 quando il neurologo americano Stanley B. Prusiner, tra lo scetticismo generale, ipotizzò che alcuni agenti infettivi, in grado di provocare malattie degenerative del sistema nervoso centrale negli animali e, più raramente, anche nell’uomo, potessero essere costituiti solamente da semplice materiale proteico, privo cioè degli acidi nucleici DNA e RNA, e che riuscissero a moltiplicarsi andando a sostituire le proteine nelle cellule dell’organismo ospite. Evidenze sperimentali indicarono come il prione (ne sono stati individuati di differenti tra loro per composizione aminoacidica, appartenenti rispettivamente a specie diverse di mammiferi: pecora, mucca, visone, cervo, gatto, uomo) e' una forma modificata di una normale proteina cellulare segnalata come PrP (esiste una forma associata alla membrana cellulare e una forma secreta) codificata da un singolo esone di una singola coppia di geni presenti sul braccio corto del cromosoma 20 (nell'uomo); questa proteina e' proteinasi sensibile e parrebbe implicata nelle funzioni di sinapsi. Studi clinici ed esperimenti confermarono che i prioni sono effettivamente responsabili di patologie trasmissibili ed ereditarie dovute a cambiamenti di conformazione proteica, tra le quali alcune malattie umane neurodegenerative come il “kuru”, studiato per la prima volta, nel 1957 nella tribù dei Fore di Papua in Nuova Guinea. I nativi colpiti da questo morbo, chiamato “la morte che ride”, per via della perdita di coordinazione dei muscoli facciali e della demenza, morivano ben presto. Due ricercatori americani, Vincent Zigas e D. Carleton Gajdusek, constatarono che essa era legata ad una particolare pratica di cannibalismo rituale. La tribù Fore, infatti, usava onorare i defunti mangiandone il cervello. Si pensò, quindi, alla trasmissione di un qualche virus ma, fino alla scoperta di Prusiner, l’etiologia del kuru rimase avvolta nel mistero. Un’altra infezione provocata da prioni è il morbo di Creutzfeldt-Jakob. Questa rara malattia (colpisce una persona su un milione), prevalentemente ereditaria, caratterizzata dall’insorgere intorno ai 60 anni di una grave e repentina forma di demenza è presente in tutto il mondo e nel 10-15 per cento dei casi è ereditaria mentre un’altra piccola percentuale è iatrogena essendo correlata a trapianti di cornea, inserimento di elettrodi nell’encefalo, uso di strumenti chirurgici contaminati o trattamento con ormone della crescita ottenuto da ipofisi umana (quest’ultimo, anche per questo, oggi sostituito con un ormone prodotto con la tecnologia del DNA ricombinante). Altri morbi provocati da prioni che fino a qualche tempo fa erano classificate semplicemente come “ereditarie” sono la malattia di Gerstmann-Sträussler-Scheinker (che si manifesta con atassia e altri sintomi di danno al cervelletto) e l'insonnia familiare fatale, (scoperta recentemente da Elio Lugaresi e Rossella Medori dell’Università di Bologna e da Pierluigi Gambetti della Case Western Reserve University) nella quale la difficoltà a prender sonno è seguita da demenza e morte.

Nel 1988, il gruppo di ricerca diretto da Prusiner, confrontando i geni per la PrP ottenuti da un uomo affetto dal morbo di Gerstmann-Sträussler-Scheinker con gli stessi geni ottenuti da una popolazione sana, trovò una minuscola anomalia, detta mutazione puntiforme. Nel paziente moribondo una coppia di basi del DNA (su oltre 750 del gene per la PrP) era, infatti, sostituita da una coppia diversa. Ciò aveva a sua volta alterato l'informazione trasportata dal codone 102, provocando l'inserimento di una leucina al posto di una prolina nella PrP sintetizzata dal paziente. Questo lasciava supporre che le malattie da prioni potessero essere ereditate. La scoperta del ruolo dei prioni gettava, inoltre, luce su alcune patologie neurovegetative purtroppo abbastanza comuni e gravissime, come la malattia di Alzheimer, il morbo di Parkinson e la sclerosi laterale amiotrofica, probabilmente anch’esse correlate all’azione di prioni. Anche queste patologie si manifestano, infatti, di solito sporadicamente, possono avere carattere familiare, si manifestano nella media e tarda età, sono accomunate dalla degenerazione dei neuroni, dall’accumulo di depositi proteici e dall’ingrandimento abnorme delle cellule gliali che sostengono e nutrono le cellule nervose. È significativo, inoltre, che in nessuna di queste malattie si sviluppi una reazione immunitaria caratterizzata dall’infiltrazione di globuli bianchi ematici nel cervello: una reazione ovvia se  queste malattie fossero prodotte da un virus.

Le scoperte inerenti i prioni sarebbero rimaste, comunque, confinate in qualche rivista scientifica destinata a pochi eletti se, verso il 1993, il “morbo della mucca pazza” o, più correttamente, encefalopatia spongiforme non avesse conquistato la prima pagina dei giornali.

L’epidemia ebbe inizio nel 1985 nella regione dell'Hampshire, in Gran Bretagna, e, nel corso di un decennio, uccise circa 160.000 mucche. Gli animali presentavano inizialmente una brusca diminuzione della produzione di latte, reagivano con paura ad ogni stimolo esterno e con la testa ciondolante restavano appartati dal branco; successivamente erano colti da contratture muscolari, digrignavano i denti, non si reggevano sulle zampe ed infine morivano. Le autopsie effettuate sugli animali rivelavano la presenza di bolle e cavità nella loro corteccia cerebrale (status spongiosus), da qui il nome encefalopatia spongiforme. Nel 1986 Gerald A. H. Wells e John W. Wilesmith identificarono la causa dell’epidemia bovina in un tipo di integratore alimentare, prodotto in Inghilterra negli anni “80, a base di farine ottenute da carcasse di pecora portatrice di prioni patologici. All'inizio degli anni '80, infatti, era stato modificato, per ragioni economiche, il procedimento di estrazione per mezzo di solventi dei grassi dalle carni macellate per fini zootecnici, eliminando i solventi derivati dal petrolio: uno dei pochi mezzi in grado di denaturare l'agente infettivo in causa. E la pecora, al pari del visone, del mulo, del gatto..., è soggetta ad un tipo di encefalopatia spongiforme conosciuta come scrapie, o virosi nervosa degenerativa della pecora che la porta, prima dell’inevitabile morte, alla perdita di coordinazione dei movimenti e a soffrire di un prurito così intenso da indurlo a raschiar via parti del mantello (to scrape, in inglese, da cui il nome della malattia).

A seguito di questa scoperta, già nel 1988, il Governo britannico vietò l'uso di questo e d'altri integratori alimentari di origine animale nell’alimentazione degli animali di allevamento. Ma la preoccupazione che l’infezione si fosse radicata nei bovini inglesi e che, tramite il consumo di carne, si fosse estesa all’Uomo cominciò a insinuarsi nell’opinione pubblica. In realtà, già allora, approfonditi studi epidemiologici, condotti da una équipe dell’Università di Oxford diretta da W. Bryan Matthews, non rilevavano, in zone in cui pure era diffuso l'allevamento ovino e bovino, alcuna correlazione tra la malattia di Creutzfeldt-Jakob e l’encefalopatia spongiforme dei bovini mentre la correlazione tra la malattia di Creutzfeldt-Jakob e consumo di carne di pecore infette da scrapie veniva smentita da indagini epidemiologiche condotte in alcune sette di ebrei che, per motivi religiosi, consumano organi di pecora.  Dal suo canto Prusiner, pur escludendo un’inequivocabile correlazione tra l’encefalopatia spongiforme dei bovini e la malattia di Creutzfeldt-Jakob, non escludeva che in qualche raro caso alcune parti della molecola di PrP potessero superare la barriera tra specie. Un'ipotesi che, comunque, secondo lo stesso Prusiner, sembrava essere esclusa dal confronto delle sequenze amminoacidiche complete. D’altro canto, in innumerevoli esperimenti di laboratorio, topi privati, grazie alla manipolazione del DNA, della loro proteina fisiologica e trattati con alte dosi della proteina patologica, non sviluppavano alcun sintomo tipico dell’encefalopatia spongiforme.

Come si vede, il mondo scientifico, pur invitando ad approfondire lo studio dell’encefalopatia spongiforme, non lasciava intravedere alcun quadro allarmante. Ma, bastò il caso di due allevatori inglesi (peraltro sessantenni) che avevano bovini colpiti dallo scrapie nelle loro stalle e che erano deceduti a causa della malattia di Creutzfeldt-Jakob a fare scatenare i mass media. A fare precipitare le cose contribuì poi uno studio condotto su dieci pazienti affetti da morbo di Creutzfeldt-Jakob che presentavano un’età media di 27,5 anni (contro i 63 della forma tipica di malattia) per i quali non era stato individuato alcun fattore ereditario, nei quali il decorso della malattia durava circa 13 mesi (contro un periodo consueto di 6 mesi), che presentavano un’attività EEGrafica non tipica e nei quali l’esame istologico dimostrava grandi placche, costituite da proteine prioniche, a differenza della CJ tipica. Il Comitato Consultivo sull'Encefalopatia Spongiforme insediato dal governo britannico concluse, in un documento votato a stretta maggioranza e destinato a suscitare accese polemiche, che "la spiegazione più plausibile di questi casi, sebbene in assenza di una diretta evidenza, sia di un'ipotesi alternativa, è riconducibile all'esposizione dei soggetti ad encefalopatia spongiforme prima dell'introduzione del bando del 1989".

In effetti, considerando l’enorme consumo di carne tra la popolazione inglese, l’identificazione di appena dieci casi in sei anni e la sospensione degli integratori alimentari, avvenuta anni prima, avrebbe dovuto far tirare un sospiro di sollievo in quanti temevano chissà quale devastante epidemia. In realtà, la tragica storia di questi dieci giovani, subito enfatizzata dai mass media, spinse la stragrande maggioranza della popolazione a temere chissà quale pericolo nel consumo di carne (che mai come da allora viene sottoposta a controlli rigorosissimi). E la psicosi della “bistecca assassina” esplose in tutta Europa. Nonostante i controlli sulle carni, a seguito dell’allarme “mucca pazza” fossero stati intensificati, facendo sparire, ad esempio, tutte quelle adulterazioni basate su estrogeni che da decenni e, nell’indifferenza pressoché generale,  pesavano su questo settore alimentare, le macellerie vennero disertate. E, soprattutto, a seguito di una campagna stampa allarmistica il consumo della carne bovina scese in molte città italiane sotto la soglia del dieci per cento.

La disamina dettagliata di questa psicosi e delle decisioni messe in atto dai governi di tutta Europa, spesso più per appagare un'opinione pubblica terrorizzata che per una qualche reale esigenza sanitaria, esula da questo breve testo. Forse è più produttivo puntualizzare alcune questioni.

E accertato che l’encefalopatia spongiforme bovina è stata determinata dall’impiego di un integratore alimentare a base di farine ottenute da carcasse di pecora portatrice di prioni patologici. L’insorgenza di questa malattia in Inghilterra è, infatti, aumentata con l’uso di questo tipo di alimentazione ed è invece sostanzialmente diminuita quando la stessa alimentazione è stata proibita. La trasmissione per via orale dell’infezione sarebbe possibile in quanto il prione patologico è relativamente insensibile alle proteasi (enzimi che demoliscono le proteine) ed all’acidità dello stomaco. Un’altra domanda che può sorgere spontanea è se i prioni di una specie animale possano indurre la malattia in altre specie. La risposta è affermativa, ma solo in particolari condizioni. I prioni patologici della pecora determinano la malattia nei bovini ma non nei roditori. I prioni bovini inducono patologia nel topo, ma sono inattivi quando il topo esprime - grazie alle tecniche dell’ingegneria genetica - il prione fisiologico umano. Queste ed altre documentazioni rendono, comunque, molto improbabile l’ipotesi che la carne bovina sia direttamente responsabile del morbo di Creutzfeldt-Jakob nell’uomo, una malattia questa, si badi bene che, da sempre è presente nella specie umana (mediamente una persona su un milione) e che si è manifestata anche in persone rigorosamente vegetariane. Appare poi evidente che la sproporzione fra le possibilità di trasmissione della malattia (alto numero di bovini ammalati in Inghilterra) ed il basso numero di persone ammalate non permette di sostenere un semplice rapporto di causa ed effetto. E anche ammettendo questo rapporto, dovrebbe essere necessaria la presenza di un alto numero di fattori permissivi perché il prione patologico infettivo bovino determini la malattia umana. Per una valutazione oggettiva di questa possibilità sarà, comunque, necessario analizzare attentamente i dati biologici ed epidemiologici relativi ai nuovi casi di morbo di Creutzfeldt-Jakob. E se anche fosse dimostrata una correlazione con l’encefalopatia spongiforme, i casi osservati oggi risalirebbero tuttavia ad infezioni contratte entro la fine degli anni 80, prima, in altre parole, del bando della commercializzazione di carni di bovini inglesi infetti. E, considerando un tempo d'incubazione da quattro a sei anni, l'ipotetica epidemia del morbo di Creutzfeldt-Jakob (se mai ce ne è stata) dovrebbe essere ormai alla fine.

 

 


Appendici

 

Principali agenti infettivi identificati dal 1973

Fonte: Centers for Disease Control (CDC), 1995

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Anno  Agente                                                        Malattia           

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1973 Rotavirus                                                     Major cause of infantile diarrhea worldwide 

1975 Parvovirus B19                                          Fifth disease; Aplastic crisis in chronich emolytic anemia

1976 Cryptosporidium parvum                         Acute enterocolitis

1976 Ebola virus                                                    Ebola hemorrhagic fever           

1977 Legionella pneumophila                             Legionnaires' disease

1977 Hantaan virus                                         Hemorrhagic fever with renal syndrome (HFRS)

1977 Campylobacter sp.                                           Enteric pathogens distributed globally

1980 Human T-cell lymphotropic            virus-I (HTLV I) T-cell lymphoma leukemia

1981 Staphylococcus  toxin                             Toxic shock syndrome associated with tampon use

1982 Escherichia coli  O157:H7                                   Hemorrhagic colitis; hemolytic uremic syndrome

1982 HTLV II                                                      Hairy cell leukemia

1982 Borrelia burgdorferi                                             Lyme disease

1983 Virus HIV                                                  Human immuno-Acquired immunodeficiency syndrome (AIDS)

1983 Helicobacter pylori                                        Gastric ulcers

1988 Human herpesvirus-6 (HHV-6)                        Roseola subitum

1989 Ehrlichia chaffeensis                               Human ehrlichiosis

1989 Hepatitis C  virus                                         Parenterally transmitted non-A, non-B hepatitis

1991 Guanarito virus                                         Venezuelan hemorrhagic fever

1992 Vibrio cholerae O139                           New strain associated with epidemic cholera

1992 Bartonella  (= Rochalimaea henselae)               Cat-scratch disease; bacillary angiomatosis

1993 Hantavirus isolates                                                Hantavirus pulmonary syndrome

1994 Sabia virus                                                    Brazilian hemorrhagic fever

 

 

Recenti infezioni virali e fattori che hanno contribuito al loro insorgere:

Fonte: Centers for Disease Control (CDC), 1995

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Località:  infezione                                                       Fattori che li hanno favoriti

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Argentina, Bolivia: Febbre emorragica

Distruzione di ecosistemi e conseguente aumento della popolazione dei roditori, insediamenti umani in terre un tempo vergini

Africa: Dengue, morbo di Ebola, morbo di Marburg

Antropizzazione di foreste, costruzione di strade, migrazioni

Stati Uniti: Morbo di Ebola, morbo di Marburg

Importazione di scimmie

Paesi industrializzati: Epatite B e C

Trasfusioni, trapianti di organo, rapporti sessuali, scambio di siringhe tra eroinomani

Pandemia: AIDS

Trasfusioni, trapianti di organo, rapporti sessuali, scambio di siringhe tra eroinomani

Pandemia: Influenza

Allevamenti combinati

Africa: Febbre di Lassa

Distruzione di ecosistemi e conseguente aumento della popolazione dei roditori, insediamenti umani in terre un tempo vergini

America: Febbre di Rift Valley

Costruzioni di dighe e di sistemi di irrigazione, possibile cambiamento in patogenicità e virulenza del virus

Africa, Asia, America Latina: Febbre Gialla

Costruzioni di dighe e di sistemi di irrigazione, distruzione di ecosistemi e conseguente aumento di insetti, insediamenti umani in terre un tempo vergini

 

 

 

Recenti epidemie di origine virale verificatesi dal 1990 al 1996

Fonte : international congress of virology jerusalem agosto 1996  

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Famiglia                                  Malattia                                    Luogo                          Anno

 

 

Arenaviridae            Bolivian Hemorragic Fever               Bolivia                         1994

                                    Lassa Fever                                      Niger                           1992

                                    Venezuelan Fever                               Venezuela                   1992

                                    Sabià                                                   Brasile                         1990

 

Bunyaviridae            Hantaan Fever                                               USA                             1993

                                    Rift Valley Fever                            Egitto                           1993

 

Flaviviride                  Dengue                                                          Australia                      1992

                                    Dengue                                                          Brasile                         1995

                                    Dengue                                                          Caribbean                  1994

                                    Dengue                                                          Centro America                      1993-94

                                    Dengue                                                          Pakistan                      1994

                                    Dengue                                                          Arabia            Saudita                        1994

                                    Yellow Fever                                      Kenya                          1993

                                                                                                Perù                            1995

Filoviridae                 Ebola Fever                                      Gabon                         1996

                                    Ebola Fever                                      Costa d’Avorio                       1994

                                    Ebola Fever                                      Zaire                            1995

 

Paramyxoviridae      Equine Morbillivirus Disease                      Australia                      1994

                                    Seal Distemper                                           Siberia                         1992

Togaviridae                Ross River Disease                         Australia                      1995

                                    Venezuelan Equine Encephalitys             Venezuela Colombia               1995

                                               

 

 

 

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