| Medicina e Bioetica: per informarsi, capire, discutere… |
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Giulio Tarro |
L’emergere delle nuove malattie infettive
Introduzione
Un’esposizione
per quanto breve sull’emergere di nuove malattie infettive, necessita di una
riflessione sul concetto di infezione che si è strutturato negli ultimi secoli.
La teoria che dietro la malattia potesse trovarsi un microrganismo, era stata già
espressa da Fracastoro nel sedicesimo secolo, ma solo nel diciottesimo secolo
(con le scoperte di Pasteur e Koch, per quanto riguarda i microbi, e di
Ivanowski e Loeffler per quanto riguarda i virus), questo concetto si radica
nell’opinione pubblica; dal secondo dopoguerra in poi, con la diffusione degli
antibiotici e, più recentemente, dei primi efficaci antivirali, l’idea che si
possa sconfiggere la malattia “uccidendo” il microrganismo con trattamento
farmacologico o eradicandolo dal nostro pianeta con le vaccinazioni ha
conquistato una sempre più diffusa popolarità ingenerando non poche illusioni.
In realtà, il genere umano e i
microrganismi sono soltanto alcuni dei numerosissimi componenti
dell’ecosistema planetario, tutti in perenne competizione per la sopravvivenza
e la supremazia. Certamente il genere umano ha dalla sua le formidabili armi
dell’intelligenza e della tecnologia ma è meglio non lasciarsi troppo
inorgoglire da queste. E alla fine di un secolo come questo, scandito da quelli
che appaiono definitivi trionfi della medicina e dell’ingegneria genetica, è
forse utile riflettere su una frase pronunciata duemila anni fa dal storico
latino, Quinto Orazio Flacco: “Allontana
pure la Natura con ogni mezzo, essa ritornerà”.
Già
oggi, la situazione delle malattie infettive a livello planetario è
estremamente grave, e microrganismi che si credevano definitivamente debellati
da farmaci e vaccini stanno tornando ad assediare anche aree del nostro pianeta
ritenute fino a qualche anno fa “sicure”: la tubercolosi, ad esempio. Fino a
qualche anno fa sembrava in fase di estinzione oggi è in netta ripresa. I
motivi sono molti: peggioramento, anche nei paesi industrializzati, delle
condizioni sanitarie, alimentari e abitative di estesi settori di popolazione;
emergere di ceppi di TBC resistenti ai farmaci; incidenza dell’AIDS... In
Italia, dopo un lento declino durato fino agli anni 80, i casi di tubercolosi
sono aumentati soprattutto nelle aree metropolitane passando dai 3.451 casi del
1992 ai 4.214 del 1994. Un incremento determinato, forse, dalla sottovalutazione
del rischio TBC, e dal conseguente decadimento delle misure di controllo; basti
pensare che la rete dei servizi circondariali è stata smantellata e sono
rimasti solo due presidi antitubercolari: a Milano e a Torino. In molti casi,
inoltre, i farmaci vengono prescritti male e non sono presi correttamente (il 30
per cento dei pazienti, infatti, interrompe la terapia) e così si creano ceppi
di bacillo farmacoresistenti. Ma se volgiamo lo sguardo verso i paesi del Terzo
Mondo la situazione appare disperata. Secondo l’Organizzazione Mondiale della
Sanità, nel prossimo decennio, la tubercolosi colpirà gravemente 90 milioni di
persone e ne ucciderà 30 milioni. Nonostante ciò i fondi stanziati a livello
planetario per la TBC sono diminuiti. Eppure, un’efficace terapia costa solo
11 dollari.
Tra
le altre malattie uscite dall'ombra c'è la malaria. Negli anni 80 era quasi
sconosciuta in Europa, nel 1995 sono stati registrati quasi 100 mila casi;
tutti, comunque, importati da aree tropicali. Nel nostro paese la bonifica delle
aree paludose rende, comunque, improbabile che il Plasmodiun falciparium, possa radicarsi. Non così per il colera
(ripropostosi nel 1994 a Bari), che potrebbe insediarsi in quelle situazioni di
degrado sanitario che già oggi, soprattutto nel Mezzogiorno, hanno reso
endemica l’epatite A.
Ma
volgiamo lo sguardo da queste situazioni endemiche e interessiamoci del rischio
epidemico.
Ad una prima analisi, catastrofiche epidemie come la peste (o
Morte Nera) che, dal 1348 al 1351, si portò via 60 milioni di persone o
l’influenza “spagnola" (20 milioni di morti nei primi 6 mesi del 1919)
sembrerebbero confinate in un passato oramai archiviato per sempre. Purtroppo
non è cosi. Di certo, non si tratta di fare concessioni all’imperante filone
“catastrofista” (alimentato da molti mass media all’indomani di recenti
epidemie, quali fa Febbre di Ebola, scoppiata nel 1994 a Kikwit, nello Zaire, o
la peste a Surat in India nel 1994) ma, riflettere su una situazione già oggi
drammatica e che potrebbe aggravarsi in un prossimo futuro.
Un
particolare aspetto della vulnerabilità della attuale società al rischio
epidemico è connesso al suo connettersi in sistemi sempre più grandi, sempre
più complessi e, spesso, sempre più deboli. Attualmente nei paesi a
capitalismo avanzato il 74 per cento della popolazione risiede in agglomerati
urbani composti da almeno 50.000 abitanti, mentre il 44 per cento risiede in
metropoli superiori alle 300.000 unita. Una concentrazione assolutamente nuova
nella storia dell'umanità e che pone numerosi problemi soprattutto considerando
che nelle metropoli sia i servizi di sicurezza (Polizia, sanitari, rimozione
rifiuti, Vigili del Fuoco...) che quelli informativi (telefoni, giornali, TV...)
di trasporto (merci, energia, persone...), organizzativi (amministrazioni
pubbliche, associazioni
private...) o distributivi, risultano caratterizzati da una clamorosa debolezza
dei sistemi di comando e controllo dei funzionari preposti ai servizi.
In
passato, durante una epidemia, era possibile obbligare alcune persone a compiere
tutta una serie di mansioni utili ma ripugnanti e/o pericolose, come il
trasferimento degli appestati nei lazzaretti, la pulizia delle case appestate,
il seppellimento delle salme... e questo perché, quasi sempre, il sistema di
comando imposto dalle autorità era ferreo avendo la forca come strumento di
coercizione. Oggi questo rigido sistema di comando e controllo non è più
possibile e non si può più costringere il dipendente a operare contro i suoi
immediati interessi, ma bisogna considerare che, quasi sempre, la sua più
grande preoccupazione, in una situazione di emergenza, sarà la salvaguardia del
proprio nucleo familiare e poi, eventualmente, quella del servizio per il quale
è stipendiato. Da questo punto di vista anche sistemi e servizi apparentemente
efficienti, sotto l'incalzare di una emergenza come una grave epidemia, possono
sciogliersi come neve al sole.
Questa
situazione di vulnerabilità strutturale deve essere correlata con l’irrompere
sulla scena di nuove infezioni. Queste possono essere determinate, oltre che
dalla naturale evoluzione dei microrganismi, dalla selezione dei batteri operata
da un dissennato utilizzo di antibiotici, dalla creazione di nuove nicchie
ecologiche (come i radiatori dei condizionatori d’aria che hanno fatto da
incubatrice alla micidiale Legionella
pneumophila) e da altri fattori. Il contatto con alcuni animali, ad esempio.
Dall’animale all’Uomo
La
specie umana condivide con gli animali innumerevoli microrganismi e la maggior
parte delle malattie infettive che caratterizzano la civiltà sono state
trasmesse alle popolazioni umane da animali da allevamento (26 dal pollame, 35
dai cavalli, 42 dai maiali, 46 da pecore e capre, 50 dai bovini...) o da animali
che avevano con l’Uomo un rapporto di commensalismo (32 da ratti e topi, 65
dai cani...). Col passare dei millenni, il rapporto tra microrganismi che
infettano comunemente gli animali e
l’Uomo (ma anche tra quelli che
infettano comunemente l’Uomo e gli animali) ha finito per raggiungere un
inevitabile equilibrio nel quale la “malattia infettiva” si è ridotta ad
una serie di sintomi che non pregiudicano la normale attività dell’organismo
ospite. Molto più clamorose sono, ovviamente, le conseguenze quando
l’organismo umano viene a contatto per la prima volta con un animale e i suoi
parassiti.
La
storia del virus HIV, responsabile dell’AIDS, è esemplare.
Da
sempre presente nelle colonie di scimmie Cercopithecus
aethiopis che popolano le foreste dell'Africa equatoriale e in alcune tribù
umane lì confinate, il virus HIV è riuscito a dilagare sul nostro pianeta a
seguito della costruzione di una strada camionabile che attraversava queste
foreste. Probabilmente trasmesso da qualche camionista infetto, il virus si è
insediato nella colonia di prostitute che affollano questa strada. Da lì, in
assenza di qualsiasi strumento di sorveglianza sanitaria, ha iniziato la sua
marcia trionfale che lo ha portato a dilagare dapprima nell'isola di Haiti e da
qui, grazie ad un fiorente quanto drammatico commercio di sangue e ad una
diffusa prostituzione con turisti (per lo più omosessuali) americani, agli
Stati Uniti. Lo scambio di siringhe infette e la prostituzione ha ulteriormente
esteso questa infezione agli eroinomani e agli eterosessuali di tutto il mondo.
L’estendersi
del contagio di altri microrganismi oggi sconosciuti ai più potrebbe seguire lo
stesso percorso del virus HIV. E questo rimanda alla straordinaria capacità dei
microrganismi di adattarsi alle mutate condizioni dell’ospite o di
sopravvivere in maniera silente per un periodo incredibilmente lungo.
Uno
degli esempi più famosi di questa capacità dei microrganismi di differenziarsi
è data dai Poxvirus uno dei quali è
stato responsabile di una delle più terribili epidemie che abbiano colpito
l’umanità: il vaiolo. Questa infezione, dopo aver ucciso per molti secoli
milioni di uomini, è stata, a sua volta, “uccisa” dall'uomo con una
vaccinazione effettuata su scala planetaria che, certamente, rappresenta il più
grosso successo della Medicina. Dal 1976, infatti, il vaiolo umano è stato
dichiarato ufficialmente estinto e vi è stata anche una discussione se
mantenere o no gli stipiti virali ancora conservati da qualche Istituto di
ricerca. Di pari passo si è giunti a un progressivo abbandono della
vaccinazione antivaiolosa, anche perché non completamente priva di rischi. Nei
prossimi decenni, quindi, una percentuale sempre maggiore della popolazione
umana non avrà più alcuna protezione contro il vaiolo, e questo creerà una
situazione epidemiologica abbastanza preoccupante. Esistono, infatti, diverse
specie di virus di “vaioli animali” che, seppure limitatamente, sono
patogeni anche per l'uomo e che sono state finora, arginate dalla vaccinazione
antivaiolosa; queste specie, quindi, in un prossimo futuro potranno causare
problemi sanitari con forme di vaiolo più o meno atipiche.
I
virus responsabili del vaiolo (Poxviridae)
costituiscono poi una famiglia virale antichissima che si dirama in moltissime
specie, solo in parte note, che infettano una moltitudine di specie animali che
spazia dai molluschi, ai tacchini, ai cammelli... Tra questi gli Orthopoxvirus,
responsabili oggi del vaiolo delle scimmie, hanno le maggiori probabilità
di trasformarsi per occupare quella formidabile, per essi, nicchia ecologica
costituita dalle popolazioni delle metropoli. Un’altra ipotesi vuole invece il
prossimo apparire di un nuovo vaiolo umano, come probabilmente avvenne nel
passato, per una variazione di un virus vaioloso “bovino” o “caprino”.
Le conseguenze in entrambi i casi potrebbero essere catastrofiche per l’umanità.
Così
come potrebbero essere per un altro virus “umano” profondamente diffuso
negli animali: quello dell’influenza che, per la sua variabilità antigenica,
già oggi, pone gravi problemi profilattici richiedendo ogni anno l'impiego di
un nuovo vaccino. L’influenza è una delle infezioni più diffuse sul nostro
pianeta e ogni anno, da gennaio a marzo, colpisce almeno quattro milioni di
italiani. La sua particolarità è quella di essere, quasi sempre, battezzata
dai mass media con un nome asiatico. Non a caso, visto che la malattia nasce
dagli innumerevoli “allevamenti integrati” diffusi nell’estremo oriente.
Il serbatoio naturale del virus dell’influenza di tipo A, sono le anatre che
insieme ai maiali popolano questi allevamenti in cui gli escrementi provenienti
da una specie animale sono utilizzati come fertilizzante per produrre cibo
destinato ad un’altra specie. Questo trasforma il maiale in una sorta
d'incubatrice per nuovi tipi di virus. Periodicamente, una variante di questi si
trasmette all’uomo e da anni l’Organizzazione Mondiale della Sanità sta
tentando di ridurre il numero di questi allevamenti temendo il riproporsi di una
nuova terribile epidemia influenzale come quella del 1819 o come quella,
conosciuta in Italia come “influenza spagnola” che, nel 1918, uccise ventun
milioni di persone.
Un
altra infezione tipica degli animali ma che può trasmettersi e insediarsi nella
specie umana è prodotta dai virus della famiglia degli Hantaan, o Hantavirus.
Nel 1992 il Center for Disease Control
(CDC) di Atlanta, delegato alla sorveglianza epidemiologica, fu messo in allarme
dall’insorgere di una misteriosa malattia. Tutto era cominciato nel mese di
maggio quando, nell'area, pressoché desertica, all'incrocio tra gli stati del
New Mexico, Utah, Colorado e Arizona, numerosi indiani Navajo erano stati
colpiti da una malattia caratterizzata all'inizio da mialgia, emicrania, febbre,
tosse e mal di gola ai quali susseguiva un edema polmonare che portava alla
morte. La malattia, chiamata dapprima UARDS (Unexplained Adult Respiratory Distress Syndrome) o URDS (Unknown
Respiratory Distress Syndrome), aveva provocato almeno 30 morti, di cui
circa la metà indiani Navajo. Ben presto i ricercatori dei CDC isolarono, dal
siero delle persone colpite, un virus della famiglia degli Hantaan.
Si tratta di virus conosciuti da un ventennio e diffusi in Asia (il loro nome
deriva dal fiume coreano Hantaan) dove provocano sintomi completamente
differenti da quelli riportati negli Stati Uniti. Nella sola Cina 200.000
persone ogni anno muoiono per le patologie associate all'infezione di questi
virus, che a partire da manifestazioni di tipo influenzale possono provocare
emorragie interne e soprattutto insufficienza renale. Gli ospiti preferiti di
questi virus sono i roditori. Già alla fine degli anni “50, probabilmente a
seguito dei reduci dalla guerra di Corea il virus si era insediato in alcune
colonie di roditori americani e sporadicamente era stato trasmesso all’uomo.
Fino al 1992 quando, a seguito di una eccezionale crescita della popolazione di
roditori, determinata da piogge insolitamente abbondanti e dalle conseguente
crescita di una rigogliosa vegetazione, il contagio è esploso tra gli indiani
Navajo.
La malattia dal passato
La
repentina comparsa di nuovi microrganismi patogeni trasmessi dagli animali
all’uomo è quindi la logica conseguenza di una sempre maggiore «promiscuità
ambientale», della caduta di barriere e confini naturali, del dilagare del
turismo in aree un tempo vergini, dell’importazione di animali di affezione e
di allevamento.
Ma
al di là della capacità di adeguare la loro struttura per estendere il dominio
su nuove specie viventi, i microrganismi hanno anche la straordinaria capacità
di perpetuarsi per secoli in ambienti completamente ostili. Nel 1986 suscitò
scalpore l’allarme che il vaiolo potesse diffondersi a seguito dell’apertura
di un sarcofago contenente la mummia di un bambino, morto di questo male nella
seconda metà del sedicesimo secolo, custodita nella basilica di San Domenico
Maggiore a Napoli. E non si trattava di un allarme ingiustificato visto che la
questione del “vaiolo giunto dal passato” era già stata posta un anno prima
dall’autorevole rivista <<Lancet>>
. La stessa capacità dei batteri di sopravvivere per un tempo incredibilmente
lungo a condizioni estreme potrebbe, a prima vista, sembrare fantascienza. Ma è
una incontrovertibile realtà e che potrebbe determinare il ritorno di
devastanti malattie, come, ad esempio, il “sudore anglico”, scomparse
apparentemente nel nulla secoli
addietro.
Il
primo biologo a parlare di “criptobiosi”, e cioè vita nascosta dei microbi
fu, più di cinquanta anni fa, Charles Lipman, dell'Università di Berkeley.
All'interno di un mattone di una stanza della missione di San Luis Obispo, in
California, egli riscontrò batteri viventi in una quantità superiore a 100
milioni per grammo. La stanza era stata usata fino a un secolo prima come
prigione, per poi essere sigillata e mai più aperta. Erano batteri con una
eccezionale capacità di sopravvivenza, come sostenne Lipman, o contaminazioni
da parte di batteri recenti, come sostenevano i suoi detrattori? La disputa
sembrò virare a favore di Lipman quando, negli anni sessanta Peter Sneath,
biologo dell'Istituto nazionale per la ricerca medica di Mill Hill, a Londra
sconvolse il mondo scientifico dimostrando che parte della sospensione di spore
di Bacillus antracis preparata da
Pasteur nel 1880 era ancora “viva”. Questa scoperta diede impulso alla
ricerca sulla criptobiosi e le sorprese non mancarono. Qualche anno dopo, ad
esempio, furono scoperte spore viventi in una scatola di carne confezionata 118
anni prima mentre fu possibile “resuscitare” bacilli coliformi, presenti nei
resti congelati delle feci sparse dai pony che parteciparono alla missione
nell'Antartide del 1912 guidata da Robert Falcon Scott.
L’affascinante
fenomeno della criptobiosi (nel quale i microrganismi non dimostrano pressoché
alcuna attività metabolica pur mantenendo la possibilità di ritornare alla
vita normale quando cambiano le circostanze ambientali) può essere raggiunto
con la formazione di spore, il congelamento e l’essiccamento. Il primo è un
fenomeno ben noto in biologia, anche se raro tra le specie batteriche; gli altri
due sono processi usualmente letali per le cellule, che però in condizioni
particolari possono risolversi in un'arma contro la morte. Si sa che il freddo
uccide le cellule facendone scoppiare l'involucro ma, quando un grande numero di
batteri è ucciso in questo maniera, le prime cellule morenti possono liberare
una quantità sufficiente di sostanze crioprotettive. Se tali sostanze vengono
rilasciate in una popolazione cellulare di elevata densità e raggiungono una
concentrazione appropriata nei tempi giusti, possono salvare almeno una piccola
parte delle altre. I risultati di questo meccanismo possono essere sbalorditivi.
Nel 1975 ricercatori dell'Università di Bradford in Gran Bretagna trovarono
spore vitali di un batterio termofilico, il Thermoaclinomyces,
in frammenti delle rovine del forte romano di Vindolandia, nei pressi del vallo
di Adriano. Spore dello stesso germe furono successivamente trovate da biologi
statunitensi nei sedimenti stratificati dei laghi del Minnesota: qui la
concentrazione più elevata di spore apparteneva a uno strato risalente a 5150
anni fa.
Addirittura
i microrganismi potrebbero sopravvivere, a temperature prossime allo zero
assoluto e per milioni di anni, nelle meteoriti che attraversano l’universo.
Questa ipotesi, sostenuta inizialmente dall’astrofisico Fred Hoyle, ha finito
per acquistare una crescente popolarità nel mondo scientifico e oggi la
possibilità che qualche malattia sia giunta sulla Terra dagli spazi siderali
non è considerata più fantascienza.
Ingegneria genetica
A
questi rischi che da sempre minacciano l'umanità se ne aggiungono di nuovi.
Intanto quelli connessi alle applicazioni della ingegneria genetica che ormai
diffonde nell'ambiente esterno ogni anno centinaia di nuovi microrganismi da
adibire ad uso produttivo (agricoltura, industria mineraria, depurazione
acque...) e che potrebbero un domani stabilire una catena infettiva con l'uomo.
Un ulteriore pericolo è connesso a possibili incidenti di laboratorio come
quello avvenuto a Birmingham in Gran Bretagna nel 1978 che portò all'esterno i
virus del vaiolo o come quello avvenuto nel 1962 a Porton, sempre in Gran
Bretagna, in un laboratorio di guerra batteriologica e che portò alla
diffusione in ambiente esterno del bacillo della peste polmonare. Un altro
gravissimo rischio è determinato dalla nuova corsa alle armi batteriologiche
contro la quale si è già levata la protesta di numerosi ricercatori e di Premi
Nobel per la medicina.
Le
armi batteriologiche si basano su organismi (microbi, virus, ricktessie, funghi)
viventi; capaci, cioè, di moltiplicarsi in maniera prodigiosa all'interno
dell'organismo del nemico e di trasmettersi successivamente all'esterno
perpetuandosi. Gli albori della guerra batteriologica risalgono al 1347 quando
truppe tartare, impegnate nell'assedio del presidio genovese di Caffa sul Mar
Nero, catapultarono all'interno della fortezza cadaveri di appestati.
Trasportata dalle navi dei genovesi in fuga, la Morte Nera sbarcò in Europa
dove sterminò in appena tre anni 20 milioni di persone. La propagazione
intenzionale di infezioni sconosciute e quindi micidiali per le popolazioni
nemiche costella l'espansione del colonialismo europeo: nel 1763 Sir Jeffrey
Amherst, governatore della Nova Scotia diffonde tra i pellerossa coperte
infettate di vaiolo; più o meno nello stesso periodo gli inglesi mandano tra i
Maori (che popolavano allora la Nuova Zelanda) gruppi di prostitute infettate
dalla sifilide. I risultati non si fanno attendere: dopo qualche anno le
popolazioni indigene sono sterminate e le loro praterie sono finalmente
"terra vergine" per i coloni europei.
Durante
la seconda guerra mondiale l'unica nazione che conobbe gli orrori della guerra
batteriologica fu la Manciuria dove operava l'Unità giapponese “731” che produsse e disseminò in vaste aree
controllate dalle truppe cinesi centinaia di tonnellate di microorganismi
patogeni, quali peste, colera, leptospirosi... Nel secondo dopoguerra la ricerca
e produzione di armi batteriologiche continuò in più nazioni ma, già verso la
fine degli anni '60, questo sistema d'arma cominciò ad essere superato. Le
continue ricerche sui microorganismi patogeni da impiegare per uso bellico e
sulle procedure farmacologiche atte a debellarli avevano finito, infatti, per
ridurre a zero i microorganismi "segreti" contro i quali, cioè, il
nemico non aveva alcuna difesa. Anche per questo motivo le armi batteriologiche
vennero messe al bando con un trattato internazionale siglato nel 1972.
Nonostante questo divieto, verso la metà degli anni '80 la corsa alle
armi batteriologiche riprende con vigore, anche se camuffata con l'esigenza di
"dotarsi di strumenti di difesa" da attacchi batteriologici. Il perché
é da ricercarsi nella manipolazione del DNA, e quindi del patrimonio genetico,
ora possibile, che permette di "inventare e creare" microrganismi
assolutamente sconosciuti al nemico ma ben studiati dall'attaccante che può,
quindi, vaccinare preventivamente le proprie popolazioni o truppe (o accatastare
determinati farmaci), prima di sferrare l'attacco. Contro la nuova corsa alle
armi batteriologiche, nel maggio 1989, si é levata la protesta di 800
ricercatori americani, tra i quali tre Premi Nobel per la medicina. Nonostante
questo la ricerca e la produzione di nuovi microbi, virus, rickettsie... da
impiegare sui campi di battaglia impegna oggi (secondo un dato dello Stockholm International Peace Research Institute) almeno 900
milioni di dollari e rischia di far naufragare il prossimo trattato sulla
interdizione delle armi batteriologiche che dovrebbe essere siglato nel 1997.
Convivere con i microrganismi
Da
più di due miliardi di anni sono i microbi i veri padroni del pianeta. Dai
bordi dei crateri vulcanici alle più recondite pieghe del nostro organismo, non
c’è angolo dell’ecosistema che essi non abbiano colonizzato. Una trionfale
conquista resa possibile dalla loro sbalorditiva velocità di duplicazione (in
certi casi, avviene ogni 20 minuti; un microbo, cioè, può produrre in 8 ore 16
milioni di esemplari; in 12 ore, 68 miliardi; in teoria, dopo 4 giorni, una
colonia di microrganismi più grande del pianeta Terra) e dalla facilità di
insinuarsi con altri organismi, una particolarità quest’ultima che ha dei
risvolti sconcertanti. Ad esempio, le nostre cellule riescono a “respirare”
grazie a particolari organi detti mitocondri che in un lontano passato erano
microrganismi liberi, così come lo sono oggi i microbi che all’interno del
nostro intestino elaborano vitamina B 12 e che sono “destinati” a divenire
anch’essi una parte del nostro organismo.
Non
solo il nostro corpo ma l’intero pianeta é stato ed é plasmato dai microbi.
Un miliardo e mezzo di anni fa, ad esempio, nei fondali marini, al riparo dalle
micidiali radiazioni cosmiche, da una delle primigenie specie di microbi cominciò
una colossale produzione di ossigeno. Nel giro di qualche milione di anni, il
cielo, depurandosi dall’ammoniaca e dal metano, perse l’antico colore
giallognolo diventando azzurro; la concentrazione di ossigeno nell’atmosfera
raggiunse il 21 per cento creando uno scudo di ozono capace di schermare dalle
radiazioni ultraviolette e la vita cominciò a espandersi dal mare su tutto il
pianeta. E con essa i microbi, insediatisi ormai dappertutto.
Più
insidiosi dei microbi sono poi i virus. Definire cosa sia un virus non é facile
in quanto, ad esempio, non é possibile inserire pienamente questa entità in
nessuno dei tre regni della natura: animale, vegetale o minerale. Questo
incredibilmente piccolo organismo non é altro che una sostanza chimica
costituita da un acido nucleico e alcune molecole di proteine, spesso aggregate
in eleganti forme quali spirali, icosaedri, sfere... La sua forza sta nella sua
capacità di asservire l'organismo nel quale si insedia attraverso uno
sbalorditivo meccanismo. Una volta penetrato in una cellula (umana, di un
animale o di una pianta), il virus va ad installarsi in una delle tante cellule
sostituendo il suo acido nucleico a
quello del nucleo della cellula. Da quel momento in poi la cellula é asservita
al virus dal quale riceve ordini contrari alla sua vita normale. Essa si mette a
fabbricare copie del virus che, in tal modo, si moltiplica. Trasformata la
cellula in una fabbrica di virus, questi si moltiplicano a dismisura. A questo
punto la cellula "scoppia" e i virus vanno ad attaccare un'altra
cellula o, addirittura, un altro individuo viaggiando, ad esempio attraverso le
goccioline di saliva espulse con la tosse o gli starnuti com'é il caso del
virus che provoca l'influenza.
Un
altro sbalorditivo organismo, (se è lecito parlare di organismo di fronte ad
una entità così semplice) è una proteina che utilizza, sostanzialmente, lo
stesso sistema di riproduzione dei virus: il prione. Questo agente patogeno, la
cui esistenza era fino a qualche anno fa considerata impossibile, è oggi
definitivamente riconosciuto come responsabile di svariate malattie infettive;
la più famosa delle quali è certamente l’encefalopatia spongiforme salita
agli onori delle cronache come “mucca pazza”.
Ma
concentriamo ora la nostra attenzione su due recenti epidemie che sui mass media
hanno ormai soppiantato l’AIDS - il morbo di Ebola e la “mucca pazza” -
perché la disamina di queste ci permette alcune riflessioni sul rapporto,
spesso insoddisfacente, tra informazione e malattie infettive.
Il morbo di Ebola
La
“fama” del morbo di Ebola in Occidente risale ad un episodio verificatosi
nel 1989 nel Texas Primate Center,
un’azienda di Alice, nel Texas, che importava animali da utilizzare come
cavie. Lì due scimmie provenienti dal Gabon, a seguito della rottura della
gabbia, riuscirono a scappare. Le ricerche per catturarle divennero frenetiche
allorché si seppe che erano risultate infette dal virus di Ebola, un
microrganismo appartenente alla famiglia delle Filoviridae,
identificato per la prima volta nel 1976 nello Zaire settentrionale attraversato
dal fiume Ebola, capace di scatenare nell’uomo febbre altissima, vomito e
diarrea emorragica che potevano portarlo rapidamente alla morte. Dopo una
rocambolesca caccia, le scimmie vennero infine catturate e fu quasi un miracolo
che l’infezione non si sia propagata al personale dell’azienda e da qui al
resto della popolazione americana. L’episodio, (che era stato preceduto da uno
analogo, avvenuto a Reston in Virginia) meritò l’attenzione di Richard
Preston, uno scrittore che, nel 1991, pubblicò un libro destinato a diventare
un best-seller, “Area di contagio”,
che, a sua volta ispirò un film di successo “Virus
Letale”.
Lo scalpore
suscitato dal libro e dal film concentrò, quindi, l’attenzione dei mass media
sui numerosi ricoveri e decessi (tra i quali quelli di alcune missionarie
italiane) che si registravano nell'ospedale di Kikwik, nello Zaire, a seguito di
un’infezione da virus Ebola, dilagata nella regione di Bandundu. I
reportage degli inviati a Kikwik si mescolarono con generalizzazioni sulla
minaccia costituita dalle infezioni e, ben presto, la “voce”
dell’imminente dilagare in Occidente di una catastrofica epidemia di Ebola
cominciò a farsi strada nell’opinione pubblica. E questo nonostante le
assicurazioni degli epidemiologi e virologi i quali, sollecitati dai mass media,
spiegarono invano che il virus Ebola, che trova il suo serbatoio naturale forse
in piccoli roditori, si propaga attraverso i fluidi corporei (sangue, sperma,
urina...) e, solo in particolari ed eccezionali casi, ad esempio, veicolandosi
con le goccioline di saliva o con l’espettorato
emessi, con la tosse, dal malato.
Non
a caso, l’infezione si manteneva circoscritta (alla fine dell’epidemia si
contarono non più di trecento decessi) e gli unici europei colpiti dal virus
facevano parte del personale dell’ospedale di Kikwik, i quali, vista
l’inadeguatezza delle strutture sanitarie, erano costretti a lavorare quasi
senza protezione. E tra questi gli unici decessi erano limitati a cinque
settantenni missionarie italiane. Le stesse caratteristiche del virus Ebola non
lasciavano trasparire nessun quadro apocalittico. A differenza di altri virus,
come, ad esempio, quello dell’AIDS, (un retrovirus, caratterizzato da lunghe
fasi di latenza, che può localizzarsi in “serbatoi animali”, come le
scimmie, anche per lunghissimo tempo e che può essere trasmesso congenitamente)
l’Ebola è un virus a RNA e ha bisogno di infettare continuamente un nuovo
ospite per replicarsi e quindi sopravvivere. Ne conseguono epidemie, come quella
verificatasi nello Zaire nel 1976, che dopo aver dato via ad intensi focolai,
ben presto si esauriscono spontaneamente. Per di più, quando il virus Ebola
s'insedia stabilmente in un organismo, nelle trasmissioni successive ad un altro
organismo si evolve verso forme meno virulente. Una tendenza questa testimoniata
dal numero relativamente alto (7-8 per cento) delle persone infettate tra tutta
la popolazione dell'Africa centro-orientale, rispetto alla percentuale,
infinitamente più bassa, di casi di malattia.
Nonostante
queste constatazioni, il virus Ebola si conquistava un sempre più esteso e
sinistro spazio sui mass media provocando ingiustificate paure e psicosi come
quelle sviluppatesi in Italia al momento del ricovero di due missionarie di
ritorno dall’ospedale di Kikwik. Come sempre, e così com'è stato per
l’AIDS, anche per il virus di Ebola all’esaltazione della minaccia operata
dai mas media ha fatto seguito, non già una presa di coscienza dell’opinione
pubblica di questo problema, ma una sua rimozione. In realtà, il pericolo
rappresentato da questo microrganismo non è affatto da sottovalutare in quanto
il virus Ebola potrebbe, attraverso
una ricombinazione tra i segmenti del suo RNA, rapidamente evolversi. Una di
queste trasformazioni potrebbe interessare le subnunità proteiche
del capside, e cioè della tunica deputata a proteggere il virus, che
potrebbe diventare così resistente all’aria e trasmettersi facilmente tramite
il respiro. Se si riproponesse oggi
questa mutazione il rischio di una catastrofica epidemia (come la “Peste di
Atene” del 425 a.C., descritta da Tucidide che poterebbe addirittura essere
ascrivibile ad una variante dell’attuale virus di Ebola) sarebbe elevatissimo
in quanto contro questo virus risultano oggi inefficaci sia i farmaci
antivirali, come l’interferone, sia i sieri, come quello, ricavato da un uomo
convalescente da Ebola, inoculato, invano, ad un tecnico di laboratorio
infettatosi nel 1994 in Inghilterra.
La “malattia della mucca pazza”
La
scoperta dei prioni risale agli inizi degli anni “80 quando il neurologo
americano Stanley B. Prusiner, tra lo scetticismo generale, ipotizzò che alcuni
agenti infettivi, in grado di provocare malattie degenerative del sistema
nervoso centrale negli animali e, più raramente, anche nell’uomo, potessero
essere costituiti solamente da semplice materiale proteico, privo cioè degli
acidi nucleici DNA e RNA, e che riuscissero a moltiplicarsi andando a sostituire
le proteine nelle cellule dell’organismo ospite. Evidenze sperimentali
indicarono come il prione (ne sono stati individuati di differenti tra loro per
composizione aminoacidica, appartenenti rispettivamente a specie diverse di
mammiferi: pecora, mucca, visone, cervo, gatto, uomo) e' una forma modificata di
una normale proteina cellulare segnalata come PrP (esiste una forma associata
alla membrana cellulare e una forma secreta) codificata da un singolo esone di
una singola coppia di geni presenti sul braccio corto del cromosoma 20
(nell'uomo); questa proteina e' proteinasi sensibile e parrebbe implicata nelle
funzioni di sinapsi. Studi clinici ed esperimenti confermarono che i prioni sono
effettivamente responsabili di patologie trasmissibili ed ereditarie dovute a
cambiamenti di conformazione proteica, tra le quali alcune malattie umane
neurodegenerative come il “kuru”, studiato per la prima volta, nel 1957
nella tribù dei Fore di Papua in Nuova Guinea. I nativi colpiti da questo
morbo, chiamato “la morte che ride”, per via della perdita di coordinazione
dei muscoli facciali e della demenza, morivano ben presto. Due ricercatori
americani, Vincent Zigas e D. Carleton Gajdusek, constatarono che essa era
legata ad una particolare pratica di cannibalismo rituale. La tribù Fore,
infatti, usava onorare i defunti mangiandone il cervello. Si pensò, quindi,
alla trasmissione di un qualche virus ma, fino alla scoperta di Prusiner, l’etiologia
del kuru rimase avvolta nel mistero. Un’altra infezione provocata da prioni è
il morbo di Creutzfeldt-Jakob. Questa rara malattia (colpisce una persona su un
milione), prevalentemente ereditaria, caratterizzata dall’insorgere intorno ai
60 anni di una grave e repentina forma di demenza è presente in tutto il mondo
e nel 10-15 per cento dei casi è ereditaria mentre un’altra piccola
percentuale è iatrogena essendo correlata a trapianti di cornea, inserimento di
elettrodi nell’encefalo, uso di strumenti chirurgici contaminati o trattamento
con ormone della crescita ottenuto da ipofisi umana (quest’ultimo, anche per
questo, oggi sostituito con un ormone prodotto con la tecnologia del DNA
ricombinante). Altri morbi provocati da prioni che fino a qualche tempo fa erano
classificate semplicemente come “ereditarie” sono la malattia di
Gerstmann-Sträussler-Scheinker (che si manifesta con atassia e altri sintomi di
danno al cervelletto) e l'insonnia familiare fatale, (scoperta recentemente da
Elio Lugaresi e Rossella Medori dell’Università di Bologna e da Pierluigi
Gambetti della Case Western Reserve University) nella quale la difficoltà a
prender sonno è seguita da demenza e morte.
Nel
1988, il gruppo di ricerca diretto da Prusiner, confrontando i geni per la PrP
ottenuti da un uomo affetto dal morbo di Gerstmann-Sträussler-Scheinker con gli
stessi geni ottenuti da una popolazione sana, trovò una minuscola anomalia,
detta mutazione puntiforme. Nel paziente moribondo una coppia di basi del DNA
(su oltre 750 del gene per la PrP) era, infatti, sostituita da una coppia
diversa. Ciò aveva a sua volta alterato l'informazione trasportata dal codone
102, provocando l'inserimento di una leucina al posto di una prolina nella PrP
sintetizzata dal paziente. Questo lasciava supporre che le malattie da prioni
potessero essere ereditate. La scoperta del ruolo dei prioni gettava, inoltre,
luce su alcune patologie neurovegetative purtroppo abbastanza comuni e
gravissime, come la malattia di Alzheimer, il morbo di Parkinson e la sclerosi
laterale amiotrofica, probabilmente anch’esse correlate all’azione di prioni.
Anche queste patologie si manifestano, infatti, di solito sporadicamente,
possono avere carattere familiare, si manifestano nella media e tarda età, sono
accomunate dalla degenerazione dei neuroni, dall’accumulo di depositi proteici
e dall’ingrandimento abnorme delle cellule gliali che sostengono e nutrono le
cellule nervose. È significativo, inoltre, che in nessuna di queste malattie si
sviluppi una reazione immunitaria caratterizzata dall’infiltrazione di globuli
bianchi ematici nel cervello: una reazione ovvia se queste malattie fossero prodotte da un virus.
Le
scoperte inerenti i prioni sarebbero rimaste, comunque, confinate in qualche
rivista scientifica destinata a pochi eletti se, verso il 1993, il “morbo
della mucca pazza” o, più correttamente, encefalopatia spongiforme non avesse
conquistato la prima pagina dei giornali.
L’epidemia
ebbe inizio nel 1985 nella regione dell'Hampshire, in Gran Bretagna, e, nel
corso di un decennio, uccise circa 160.000 mucche. Gli animali presentavano
inizialmente una brusca diminuzione della produzione di latte, reagivano con
paura ad ogni stimolo esterno e con la testa ciondolante restavano appartati dal
branco; successivamente erano colti da contratture muscolari, digrignavano i
denti, non si reggevano sulle zampe ed infine morivano. Le autopsie effettuate
sugli animali rivelavano la presenza di bolle e cavità nella loro corteccia
cerebrale (status spongiosus), da qui
il nome encefalopatia spongiforme. Nel 1986 Gerald A. H. Wells e John W.
Wilesmith identificarono la causa dell’epidemia bovina in un tipo di
integratore alimentare, prodotto in Inghilterra negli anni “80, a base di
farine ottenute da carcasse di pecora portatrice di prioni patologici.
All'inizio degli anni '80, infatti, era stato modificato, per ragioni
economiche, il procedimento di estrazione per mezzo di solventi dei grassi dalle
carni macellate per fini zootecnici, eliminando i solventi derivati dal
petrolio: uno dei pochi mezzi in grado di denaturare l'agente infettivo in
causa. E la pecora, al pari del visone, del mulo, del gatto..., è soggetta ad
un tipo di encefalopatia spongiforme conosciuta come scrapie, o virosi nervosa degenerativa della pecora che la porta,
prima dell’inevitabile morte, alla perdita di coordinazione dei movimenti e a
soffrire di un prurito così intenso da indurlo a raschiar via parti del
mantello (to scrape, in inglese, da
cui il nome della malattia).
A
seguito di questa scoperta, già nel 1988, il Governo britannico vietò l'uso di
questo e d'altri integratori alimentari di origine animale nell’alimentazione
degli animali di allevamento. Ma la preoccupazione che l’infezione si fosse
radicata nei bovini inglesi e che, tramite il consumo di carne, si fosse estesa
all’Uomo cominciò a insinuarsi nell’opinione pubblica. In realtà, già
allora, approfonditi studi epidemiologici, condotti da una équipe
dell’Università di Oxford diretta da W. Bryan Matthews, non rilevavano, in
zone in cui pure era diffuso l'allevamento ovino e bovino, alcuna correlazione
tra la malattia di Creutzfeldt-Jakob e l’encefalopatia spongiforme dei bovini
mentre la correlazione tra la malattia di Creutzfeldt-Jakob e consumo di carne
di pecore infette da scrapie veniva smentita da indagini epidemiologiche
condotte in alcune sette di ebrei che, per motivi religiosi, consumano organi di
pecora. Dal suo canto Prusiner, pur
escludendo un’inequivocabile correlazione tra l’encefalopatia spongiforme
dei bovini e la malattia di Creutzfeldt-Jakob, non escludeva che in qualche raro
caso alcune parti della molecola di PrP potessero superare la barriera tra
specie. Un'ipotesi che, comunque, secondo lo stesso Prusiner, sembrava essere
esclusa dal confronto delle sequenze amminoacidiche complete. D’altro canto,
in innumerevoli esperimenti di laboratorio, topi privati, grazie alla
manipolazione del DNA, della loro proteina fisiologica e trattati con alte dosi
della proteina patologica, non sviluppavano alcun sintomo tipico dell’encefalopatia
spongiforme.
Come
si vede, il mondo scientifico, pur invitando ad approfondire lo studio dell’encefalopatia
spongiforme, non lasciava intravedere alcun quadro allarmante. Ma, bastò il
caso di due allevatori inglesi (peraltro sessantenni) che avevano bovini colpiti
dallo scrapie nelle loro stalle e che erano deceduti a causa della malattia di
Creutzfeldt-Jakob a fare scatenare i mass media. A fare precipitare le cose
contribuì poi uno studio condotto su dieci pazienti affetti da morbo di
Creutzfeldt-Jakob che presentavano un’età media di 27,5 anni (contro i 63
della forma tipica di malattia) per i quali non era stato individuato alcun
fattore ereditario, nei quali il decorso della malattia durava circa 13 mesi
(contro un periodo consueto di 6 mesi), che presentavano un’attività
EEGrafica non tipica e nei quali l’esame istologico dimostrava grandi placche,
costituite da proteine prioniche, a differenza della CJ tipica. Il Comitato
Consultivo sull'Encefalopatia Spongiforme insediato dal governo britannico
concluse, in un documento votato a stretta maggioranza e destinato a suscitare
accese polemiche, che "la spiegazione più plausibile di questi casi,
sebbene in assenza di una diretta evidenza, sia di un'ipotesi alternativa, è
riconducibile all'esposizione dei soggetti ad encefalopatia spongiforme prima
dell'introduzione del bando del 1989".
In
effetti, considerando l’enorme consumo di carne tra la popolazione inglese,
l’identificazione di appena dieci casi in sei anni e la sospensione degli
integratori alimentari, avvenuta anni prima, avrebbe dovuto far tirare un
sospiro di sollievo in quanti temevano chissà quale devastante epidemia. In
realtà, la tragica storia di questi dieci giovani, subito enfatizzata dai mass
media, spinse la stragrande maggioranza della popolazione a temere chissà quale
pericolo nel consumo di carne (che mai come da allora viene sottoposta a
controlli rigorosissimi). E la psicosi della “bistecca assassina” esplose in
tutta Europa. Nonostante i controlli sulle carni, a seguito dell’allarme
“mucca pazza” fossero stati intensificati, facendo sparire, ad esempio,
tutte quelle adulterazioni basate su estrogeni che da decenni e,
nell’indifferenza pressoché generale, pesavano
su questo settore alimentare, le macellerie vennero disertate. E, soprattutto, a
seguito di una campagna stampa allarmistica il consumo della carne bovina scese
in molte città italiane sotto la soglia del dieci per cento.
La
disamina dettagliata di questa psicosi e delle decisioni messe in atto dai
governi di tutta Europa, spesso più per appagare un'opinione pubblica
terrorizzata che per una qualche reale esigenza sanitaria, esula da questo breve
testo. Forse è più produttivo puntualizzare alcune questioni.
E
accertato che l’encefalopatia spongiforme bovina è stata determinata
dall’impiego di un integratore alimentare a base di farine ottenute da
carcasse di pecora portatrice di prioni patologici. L’insorgenza di questa
malattia in Inghilterra è, infatti, aumentata con l’uso di questo tipo di
alimentazione ed è invece sostanzialmente diminuita quando la stessa
alimentazione è stata proibita. La trasmissione per via orale dell’infezione
sarebbe possibile in quanto il prione patologico è relativamente insensibile
alle proteasi (enzimi che demoliscono le proteine) ed all’acidità dello
stomaco. Un’altra domanda che può sorgere spontanea è se i prioni di una
specie animale possano indurre la malattia in altre specie. La risposta è
affermativa, ma solo in particolari condizioni. I prioni patologici della pecora
determinano la malattia nei bovini ma non nei roditori. I prioni bovini inducono
patologia nel topo, ma sono inattivi quando il topo esprime - grazie alle
tecniche dell’ingegneria genetica - il prione fisiologico umano. Queste ed
altre documentazioni rendono, comunque, molto improbabile l’ipotesi che la
carne bovina sia direttamente responsabile del morbo di Creutzfeldt-Jakob
nell’uomo, una malattia questa, si badi bene che, da sempre è presente nella
specie umana (mediamente una persona su un milione) e che si è manifestata
anche in persone rigorosamente vegetariane. Appare poi evidente che la
sproporzione fra le possibilità di trasmissione della malattia (alto numero di
bovini ammalati in Inghilterra) ed il basso numero di persone ammalate non
permette di sostenere un semplice rapporto di causa ed effetto. E anche
ammettendo questo rapporto, dovrebbe essere necessaria la presenza di un alto
numero di fattori permissivi perché il prione patologico infettivo bovino
determini la malattia umana. Per una valutazione oggettiva di questa possibilità
sarà, comunque, necessario analizzare attentamente i dati biologici ed
epidemiologici relativi ai nuovi casi di morbo di Creutzfeldt-Jakob. E se anche
fosse dimostrata una correlazione con l’encefalopatia spongiforme, i casi
osservati oggi risalirebbero tuttavia ad infezioni contratte entro la fine degli
anni 80, prima, in altre parole, del bando della commercializzazione di carni di
bovini inglesi infetti. E, considerando un tempo d'incubazione da quattro a sei
anni, l'ipotetica epidemia del morbo di Creutzfeldt-Jakob (se mai ce ne è
stata) dovrebbe essere ormai alla fine.
Appendici
Principali agenti infettivi identificati dal 1973
Fonte:
Centers for Disease Control
(CDC), 1995
___________________________________________________________________________
Anno
Agente
Malattia
___________________________________________________________________________
1973
Rotavirus
Major cause of infantile diarrhea worldwide
1975
Parvovirus B19
Fifth disease; Aplastic crisis in chronich emolytic anemia
1976
Cryptosporidium parvum
Acute enterocolitis
1976
Ebola virus
Ebola hemorrhagic fever
1977
Legionella pneumophila
Legionnaires' disease
1977
Hantaan virus
Hemorrhagic fever with renal syndrome (HFRS)
1977
Campylobacter sp.
Enteric pathogens distributed globally
1980
Human T-cell lymphotropic
virus-I (HTLV I) T-cell lymphoma leukemia
1981
Staphylococcus toxin
Toxic
shock syndrome associated with tampon use
1982
Escherichia coli O157:H7
Hemorrhagic colitis; hemolytic uremic syndrome
1982
HTLV II
Hairy cell leukemia
1982
Borrelia burgdorferi
Lyme
disease
1983
Virus HIV
Human immuno-Acquired immunodeficiency syndrome (AIDS)
1983
Helicobacter pylori
Gastric ulcers
1988
Human herpesvirus-6 (HHV-6)
Roseola subitum
1989
Ehrlichia chaffeensis
Human ehrlichiosis
1989
Hepatitis C virus
Parenterally transmitted non-A, non-B hepatitis
1991
Guanarito virus
Venezuelan hemorrhagic fever
1992
Vibrio cholerae O139
New strain associated with epidemic cholera
1992
Bartonella (= Rochalimaea henselae)
Cat-scratch
disease; bacillary angiomatosis
1993
Hantavirus isolates
Hantavirus
pulmonary syndrome
1994
Sabia virus
Brazilian hemorrhagic fever
Recenti
infezioni virali e fattori che hanno contribuito al loro insorgere:
Fonte:
Centers for Disease Control
(CDC), 1995
___________________________________________________________________________
Località:
infezione
Fattori
che li hanno favoriti
___________________________________________________________________________
|
Argentina, Bolivia:
Febbre emorragica |
Distruzione di
ecosistemi e conseguente aumento della popolazione dei roditori,
insediamenti umani in terre un tempo vergini |
|
Africa: Dengue, morbo di Ebola, morbo di Marburg |
Antropizzazione di
foreste, costruzione di strade, migrazioni |
|
Stati Uniti: Morbo di Ebola, morbo di Marburg |
Importazione di
scimmie |
|
Paesi industrializzati: Epatite B e C |
Trasfusioni,
trapianti di organo, rapporti sessuali, scambio di siringhe tra eroinomani |
|
Pandemia: AIDS |
Trasfusioni,
trapianti di organo, rapporti sessuali, scambio di siringhe tra eroinomani |
|
Pandemia: Influenza |
Allevamenti combinati |
|
Africa: Febbre di Lassa |
Distruzione di
ecosistemi e conseguente aumento della popolazione dei roditori,
insediamenti umani in terre un tempo vergini |
|
America: Febbre di Rift Valley |
Costruzioni di dighe
e di sistemi di irrigazione, possibile cambiamento in patogenicità e
virulenza del virus |
|
Africa, Asia, America Latina: Febbre Gialla |
Costruzioni di dighe
e di sistemi di irrigazione, distruzione di ecosistemi e conseguente
aumento di insetti, insediamenti umani in terre un tempo vergini |
Recenti epidemie di origine virale
verificatesi dal 1990 al 1996
Fonte : international congress of virology jerusalem agosto 1996
___________________________________________________________________________
Famiglia
Malattia
Luogo
Anno
Arenaviridae
Bolivian Hemorragic Fever Bolivia
1994
Lassa Fever
Niger
1992
Venezuelan Fever
Venezuela
1992
Sabià
Brasile
1990
Bunyaviridae
Hantaan Fever
USA
1993
Rift Valley Fever
Egitto
1993
Flaviviride
Dengue
Australia
1992
Dengue
Brasile
1995
Dengue
Caribbean
1994
Dengue
Centro America
1993-94
Dengue
Pakistan
1994
Dengue
Arabia Saudita
1994
Yellow Fever
Kenya
1993
Perù
1995
Filoviridae
Ebola Fever
Gabon
1996
Ebola Fever
Costa d’Avorio
1994
Ebola Fever
Zaire
1995
Paramyxoviridae
Equine Morbillivirus Disease
Australia
1994
Seal Distemper
Siberia
1992
Togaviridae
Ross River Disease
Australia
1995
Venezuelan Equine Encephalitys
Venezuela Colombia
1995