| Medicina e Bioetica: per informarsi, capire, discutere… |
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Giulio Tarro |
Fattori ambientali e tumori polmonari
Relazione
al Convegno “Ambiente e salute”
Aula
Magna Università Cattolica di Roma
Roma
22 marzo 1977
Introduzione
Un’esposizione
per quanto breve sul rapporto tra fattori ambientali e l’insorgere di malattie
tumorali non può prescindere da una riflessione sul rapporto che si è venuto
ad instaurare tra una certa cultura ambientalista e informazione sanitaria.
Com’è arcinoto sono numerosi i fattori ambientali - dall’inquinamento
atmosferico, agli additivi alimentari - che possono determinare l’insorgere di
neoplasie e questo, insieme ad un’apparente escalation dell’incidenza del
cancro tra le cause di mortalità (passata dal 12 al 23 per cento negli ultimi
30 anni sostanzialmente a seguito dell’allungamento della durata media della
vita), ha finito per scatenare, oltre a più che legittime campagne di opinione
volte a migliorare la qualità dell’ambiente, vere e proprie crociate condotte
spesso all’insegna della superficialità se non del fanatismo. Valga per tutti
l’esempio della pur giusta mobilitazione per limitare l’utilizzo dei
clorofluorocarburi, additati fino a non molti anni fa come unici responsabili
del cosiddetto “buco dell’ozono”, e che si è tradotta in alcuni diffusi
mass media nell’equazione: “ogni bomboletta spray scaricata nell’atmosfera
equivale ad un nuovo caso di tumore alla pelle”. Di certo non si vuole qui
proporre una sorta di “controcrociata” contro certi settori del movimento
ecologista ma va detto che, al di là delle considerazioni deontologiche che
dovrebbero guidare gli addetti all’informazione, la drammatizzazione oltre
ogni limite della minaccia ambientale, lungi dal creare quella indispensabile
coscienza ecologica, ancora oggi carente in vasti strati della popolazione,
finisce per creare una sorta di rigetto per ogni considerazione o iniziativa
volta a ridurre l’impatto negativo dell’ambiente sull’uomo. Questo è
ancora più vero nel caso dei tumori polmonari che sono percettivamente
associati non già ad una funzione come l’alimentazione, che si può scegliere
e differenziare, ma alla respirazione che resta una funzione indissolubilmente
legata all’ambiente nel quale si è costretti a vivere.
Tumori e ambiente
L’intuizione
che dietro alcuni tumori potessero esserci dei fattori ambientali è di antica
data e risale almeno al 1775 quando sir Percival Pott pubblicò la sua
fondamentale monografia su una malattia professionale degli spazzacamini: il
cancro allo scroto. Successive osservazioni cliniche hanno associato
l'esposizione dei lavoratori all'asbesto alla formazione dei mesotelioma, l'uso
dei coloranti di anilina al cancro della vescica, l'inalazione di idrocarburi
aromatici policiclici al tumore polmonare, e così via. Non è un caso che le
fondamentali indagini epidemiologiche sull’ambiente come causa di cancro siano
nate nei luoghi di lavoro. Cinismo a parte va detto, infatti, che i luoghi di
lavoro da un punto di vista della ricerca epidemiologica presentano una
situazione ottimale: una esposizione relativamente alta ad una o poche sostanze,
di solito assenti nell’ambiente di vita, un’omogeneità biologica dei gruppi
esposti (quasi sempre adulti sani compresi fra i 20 e 50 anni di età, spesso
appartenenti tutti ad un solo sesso) e sottoposti a periodiche visite sanitarie.
Nell’ambiente
di vita si tratta invece di analizzare le conseguenze ad esposizioni di dosi
piccolissime di un gran numero di cancerogeni diversi, con possibilità di
sinergie anche moltiplicative. Inoltre fra gli esposti sono compresi neonati,
bambini, vecchi, gestanti, malati cronici, tutti gruppi che possono essere molto
più suscettibili alla cancerogenesi degli adulti sani. Tra l’altro la
generale deindustrializzazione che sta interessando i paesi progrediti con il
trasferimento di numerose lavorazioni verso i paesi del cosiddetto Terzo Mondo
(dove sono quasi assenti controlli sanitari sul posto di lavoro) sta
progressivamente limitando l’indagine epidemiologica sul rapporto tra cancro
ed esposizione ambientale. Non a caso, dall'identificazione delle nitrosamine,
un carcinogeno specifico responsabile del carcinoma esofageo nella Valle di Lin
Xian in Cina (una scoperta di qualche decennio fa), ben poca strada è stata
fatta in questo campo. E tutto questo mentre si registra una crescita
esponenziale nella produzione di nuove sostanze chimiche. che sono finora più
di quattro milioni, di cui 60.000 di uso comune.
Per
lungo tempo l’unico sistema per determinare se una sostanza fosse cancerogena
si è basato sulla sperimentazione animale. Un metodo certamente crudele e che,
tra l’altro, ha rischiato di dare il via libera a sostanze - come l’arsenico
e il benzolo - che a successive analisi si sono dimostrate cancerogene per
l’uomo ma che sono del tutto incapaci di produrre tumori nelle cavie da
laboratorio. Successivamente è stato adottato il sistema delle colture di
tessuto in cui cellule sane possono essere "trasformate", cioè
convertite in cellule neoplastiche, da parte di sostanze chimiche.
A
paragone degli esperimenti sull'animale, il sistema delle colture di tessuto,
utilizzate dapprima per gli studi della carcinogenesi virale e poi applicate
anche a quella chimica, per merito soprattutto di Leo Sachs e quindi da Joseph
Di Paolo, presenta il vantaggio di controllare accuratamente i fattori
ambientali e quelli dell'ospite, nonché il dosaggio delle sostanze studiate.
L'assenza di relazione di struttura nell'ambito delle diverse sostanze
carcinogene e tra queste e quelle mutagene (che inducono un cambiamento di
carattere che diviene ereditario), è stata in parte risolta solo recentemente
quando si è scoperto che i carcinogeni chimici hanno bisogno di un'attivazione
da parte dell'ospite perché possano trasformare una cellula in una cellula
cancerogena.
Così
come scoperto da Gelboin e Shaw, l"ultimate
carcinogen", la forma della sostanza chimica che infine reagisce con le
macromolecole cellulari, deve contenere un centro elettrofilo reattivo che può
attaccare i centri dei polinucleotidi e delle proteine. Gli enzimi che attivano
i carcinogeni sono quelli la cui funzione primaria è la detossicazione e la
eliminazione di sostanze estranee all’organismo, mediante ossidazione: sono
presenti nei microsomi cellulari cioè nelle particelle ribosomali ancora
attaccate alle membrane (il reticolo endoplasmico), sedi della sintesi proteica.
L'aumento della concentrazione di enzimi ossidanti microsomiali come risposta
della cellula all'esposizione a sostanze estranee, fenomeno detto della
"induzione enzimatica", è presente in maniera diversa da individui ad
individui e può essere quantizzato a livello dei linfociti. La capacità di
molti carcinogeni di generare centri elettrofili che si legano al DNA cellulare
ha permesso di utilizzare la mutagenesi nelle colture batteriche come test di
screening. Il metodo più noto, sviluppato da Ames, è quello della mutagenesi
da Salmonella typhimurium in cui ceppi
batterici molto sensibili vengono saggiati per sostituzione di una base oppure
per mutazione che portano dall'autotrofia alla prototrofia dell'istidina. Il
test di Ames ha una buona percentuale di predizione delle sostanze studiate con
un valore di 90% di veri carcinogeni e di 10% di falsi negativi. Per quanto
riguarda i falsi negativi, questi sono prodotti che presumibilmente inducono la
formazione di tumori mediante un processo simile a quello delle formazione
tumorale sulla cute del topo. A questo studio si può aggiungere quello che
riguarda la risposta carcinogena associata con un deficit nutrizionale come
quello da vitamina A; la percentuale di benzopirene che si lega con legame
covalente al DNA delle cellule epiteliali di trachee di criceto in colture
d'organo è, infatti, molto più alta in animali carenti di vitamina A.
Ma
qual’è il limite superato il quale la concentrazione nell’ambiente di una
determinata sostanza determina l’insorgere di neoplasie? Purtroppo ancora oggi
non abbiamo precisi e soddisfacenti indici di soglia. Il perché è,
sostanzialmente, da ricercarsi nel complesso e non del tutto chiaro meccanismo
della cancerogenesi che può essere, idealmente, suddiviso in due stadi. Nel
primo l'agente oncogeno conferisce alla cellula la potenzialità maligna
provocando modificazioni irreversibili: così verosimilmente agirebbero gli
idrocarburi e le radiazioni. Le cellule possono quindi rimanere quiescenti sino
allo stadio successivo, la cosiddetta promozione, in cui gli agenti (ad esempio,
l’olio di croton) sono meno specifici rispetto ai precedenti e determinano la
proliferazione di cellule già potenzialmente maligne. L'allontanamento degli
agenti promoventi può indurre un nuovo periodo di quiescenza. Questa
impostazione causale conduce anche al problema di esaminare i rapporti tra gli
agenti, fisici e chimici, cancerogeni già noti e i virus oncogeni.
I virus oncogeni
L’identificazione
dei virus oncogeni risale sostanzialmente alle ricerche svolte, nel 1936, da
John Bittner il quale, studiando il carcinoma mammario dei topi scoprì che il
tumore si manifestava solo quando la madre proveniva da un ceppo genetico ad
alta incidenza, mentre la provenienza del padre sembrava di nessuna rilevanza.
Ben presto le attenzioni di Bittner si concentrarono sul latte che il topolino
succhiava dal capezzolo della madre e che sembrava contenere qualcosa capace di
provocare il cancro. La soluzione la si ebbe anni dopo quando, grazie
all’utilizzo del microscopio elettronico, si riuscì ad identificare nel latte
un virus.
L’elenco
dei virus capaci di indurre in vitro la trasformazione neoplastica di colture
cellulari è, ormai, abbastanza lungo. Più ridotto, ma pur sempre notevole, è
il numero di tumori spontanei di molte specie animali, primati inclusi, per i
quali è provata l'eziologia virale. Si distinguono virus oncogeni a DNA
(appartenenti a varie famiglie quali Papova, Herpes, Adeno, Pox e, forse, Entero)
e virus oncogeni a RNA (o Retrovirus), in rapporto al tipo di acido nucleico che
ne forma il genoma. Mentre lo spettro dei tumori causati da virus a DNA è assai
ampio, i tumori indotti da Retrovirus sono riconducibili a tre tipi: sarcomi,
leucemie e carcinomi mammari. In entrambi i casi la funzione trasformante od
oncogena non solo richiede l'interazione virus‑cellula (essendo i virus
parassiti obbligatori di cellule), ma generalmente è anche associata
all'integrazione stabile del genoma virale, in forma di DNA, nel genoma della
cellula ospite (DNA nucleare). Nel caso dei virus a DNA, lo stesso DNA virale può
direttamente integrarsi nel genoma cellulare. Perché l'integrazione sia possibile, occorre che
la cellula sia in fase di sintesi di DNA; questa può essere sia replicativa,
cioè associata a proliferazione cellulare, sia riparativa, per esempio,
successiva a lesioni causate da radiazioni. Per i virus a RNA, invece, è
preliminarmente necessario il trasferimento dell'informazione genetica dall'RNA
virale in una sequenza di DNA (provirus), che successivamente viene integrata
nel DNA nucleare. Questi virus sono dotati di un enzima, detto “trascrittasi
inversa”, capace appunto di operare nella cellula ospite la sintesi di DNA
sullo stampo dell'RNA virale (trascrizione inversa).
Il
meccanismo molecolare della trasformazione neoplastica da virus a DNA è noto
in molti dettagli per i Papovavirus, particolarmente polioma e SV‑40.
Questi agenti infettivi, che sono molto piccoli, hanno un genoma di dimensioni
particolarmente ridotte (DNA di 3X106
dalton) che si è perciò prestato più facilmente all'analisi. Sono inoltre
dotati di elevato potere trasformante, pur essendo la loro oncogenicità un
tipico prodotto di laboratorio, giacché si evidenzia solo in condizioni
artificiali. La funzione trasformante di questi virus può manifestarsi
allorché l'infezione colpisce “cellule non permissive” per la replicazione
virale. In questo caso viene trascritto solo il cosiddetto “programma
precoce” codificato nel genoma virale (infezione trasformante); pertanto la
trasformazione neoplastica è riferibile a geni contenuti in questa sola
porzione del DNA virale. Se invece l'infezione colpisce “cellule permissive”
la trascrizione del programma precoce prepara ed è seguita da quella del
programma tardivo: si ha cosi produzione di nuove unità virali infettanti, o
virioni, associata a morte della cellula (infezione produttiva o litica).
Nell'infezione
trasformante, il genoma virale corrispondente al programma precoce codifica
per la sintesi di proteine specifiche (antigeni T), che sono i veri effettori
della trasformazione: si inseriscono nei meccanismi preposti alla regolazione
della proliferazione cellulare innescandola e svincolandola dai normali
dispositivi di controllo. Polioma e SV‑40 hanno un potere trasformante
particolarmente elevato: in questo senso, si possono omologare ai retrovirus
trasformanti acuti. Altri virus a DNA non hanno un effetto altrettanto diretto e
immediato; è presumibile che la trasformazione neoplastica in questi casi
risulti da un processo più complicato e lento.
Nell'ambito
dei virus oncogeni a RNA si opera una distinzione tra virus trasformanti acuti e
virus lenti. I primi sono caratterizzati da spiccato potere oncogeno, determinando
precoce comparsa di tumori in un'alta percentuale degli animali infettati, e da
elevata efficienza di trasformazione di cellule in coltura. Per i secondi, la
produzione di tumori richiede, invece, un tempo assai più lungo ed è meno
probabile.
L'analisi
strutturale comparativa del genoma dei due gruppi di Retrovirus, pur esso di
dimensioni ridotte, ha chiarito che la fondamentale differenza è costituita
dalla presenza nei virus acuti di una classe di geni, i cosiddetti v‑onc
(dove onc sta per oncogene e v per virale) che invece manca nei secondi. L'alto
potere oncogeno dei virus acuti è appunto dovuta a tali v‑onc,
(attualmente ne sono stati identificati una ventina). La funzione trasformante
è attribuita ai rispettivi prodotti genici, le proteine codificate da questi
geni, ed è riconducibile a pochi meccanismi fondamentali.
Se
il potere oncogeno dei retrovirus acuti è identificabile con la presenza dei
geni v‑onc, quale è dunque il meccanismo oncogeno dei retrovirus lenti,
che ne sono privi? La risposta a tale quesito ha aperto nuovi orizzonti in
Biologia. Nel genoma di tutte le cellule normali studiate, appartenenti a specie
animali le più varie, sono state identificate sequenze geniche omologhe a
quelle dei v‑onc, che sono state denominate geni c‑onc o oncogeni
cellulari o proto‑oncogeni. Trattandosi di sequenze altamente conservate
nella filogenesi, se ne desume che ad esse siano associate funzioni elementari e
fondamentali del genoma. Strutturalmente, c‑onc e v‑onc
differiscono perché solo i primi contengono sequenze non codificanti (introni)
intercalate tra sequenze codificanti (esoni), com'è appunto generalmente
proprio dei geni cellulari nei vertebrati. Si ritiene che i v‑onc siano in
realtà derivati dai c‑onc per acquisizione (trasduzione) delle sequenze
codificanti di questi ultimi in corso di infezione cellulare da parte di
Retrovirus, inizialmente privi di oncogeni; questo fenomeno si è osservato
anche sperimentalmente.
L'effetto
oncogeno dei retrovirus lenti è legato alla capacità dei rispettivi provirus
di attivare uno o più c‑onc, in prossimità dei quali sia avvenuta la
loro integrazione nel genoma cellulare. Diversamente dai virus acuti, qui
l'evento trasformante è relativamente poco probabile: ciò spiega il lungo
periodo di latenza prima della comparsa dei tumori e la minore potenza oncogena
e trasformante dei virus lenti. Nello studio del rapporto tra tumori umani e
virus un passo fondamentale è stato compiuto analizzando il carcinoma
nasofaringeo, un tumore largamente diffuso nelle popolazioni del sud est
asiatico e che sembrerebbe collegato alla presenza del virus Epstein-Barr.
Nel
meccanismo dell’oncogenesi si é cominciato a fare luce, con la scoperta dei
cosiddetti oncogèni: una quarantina di sequenze nucleotidiche, presenti anche
nei virus oncogeni e che rappresentano dei caratteri ereditari cellulari
preposti alla proliferazione, allo sviluppo, alla maturazione ed alla
differenziazione cellulare. Gli oncogèni possono essere paragonati a delle
lampadine che aspettano di essere accese; alcune sostanze chimiche (come gli
idrocarburi del fumo della sigaretta, gli ormoni...) e alcune radiazioni sono
capaci di agire sull’opportuno interruttore. Da qui il cancro.
Tumori
polmonari e inquinamento ambientale
Secondo
un recente studio prodotto dall'Istituto Tumori di Roma, dei 400 decessi
per cancro che si verificano ogni giorno in Italia 360 (il 90%) sono una
diretta conseguenza dell'inquinamento ambientale. Quello dell'Istituto Tumori
non è un grido isolato: l'Istituto Nazionale per la ricerca sul Cancro ha
rilevato, per chi vive in città, un aumento del 20-40 per cento del rischio di
contrarre un tumore ai polmoni principalmente a causa dell'inquinamento
atmosferico. Com’è noto, uno dei principali responsabili dell’inquinamento
atmosferico nelle aree urbane è il traffico automobilistico che immette
nell’atmosfera, oltre a tutta una serie di sostanze nocive, quali ad esempio
l’ossido di carbonio, polveri che veicolano metalli pesanti e idrocarburi
policiclici aromatici (per molti dei quali l'Organizzazione Mondiale della Sanità
ha accertato un'estrema cancerogenecità). Per limitare i danni
dell’inquinamento da traffico veicolare qualcosa, come la normativa del '94
(che riduce le emissioni di benzene, idrocarburi aromatici e polveri) e
l’istituzione nei centri urbani di isole pedonali, si sta facendo ma ancora
molto resta da fare.
Se
l’inquinamento atmosferico prodotto dal traffico veicolare sta suscitando
mobilitazioni e iniziative, ancora poco viene, invece, fatto per minimizzare
l’inquinamento prodotto da radon. Il Radon 222 é un gas radioattivo, (nasce a
seguito del decadimento dell’uranio) incolore, inodore e insapore che filtra
facilmente dalle profondità della Terra e altrettanto facilmente si disperde
nell’atmosfera senza raggiungere concentrazioni significativamente pericolose,
prima di perdere la radioattività (il suo periodo di emivita e cioè di
emissione di pericolose radiazioni ionizzanti é appena 91 ore). Il problema
sorge quando il radon si concentra all’interno delle cantine o degli edifici
(generalmente, i piani più esposti sono il primo e il secondo). In assenza di
un continuo ricambio di aria, la concentrazione di radioattività può assumere
livelli preoccupanti e determinare tumori polmonari. Non si sa molto della
pericolosità del radon, e -più in generale- delle bassi dosi di radioattività
ma, secondo una autorevole ricerca effettuata negli USA nel 1988, il radon
potrebbe essere responsabile del 10 per cento dei tumori polmonari.
La
particolarità della contaminazione da radon consiste nel fatto che la
radioattività può esser presente in un edificio mentre risulta del tutto
assente in uno immediatamente adiacente. Il radon può essere, infatti, emanato
da una singola pietra uranifera o (in misura molto minore) da alcuni materiali
normalmente usati in edilizia come graniti o porfidi. Ad aumentare i rischi
dell’azione del radon concorre in misura consistente la scarsa aerazione
dell’ambiente che, negli ultimi anni, é diminuita notevolmente, soprattutto
da quando il risparmio energetico ha spinto a isolare in modo sempre più
efficace le abitazioni.
In
Svezia, (dove per via dell’isolamento pressoché totale dell’aerazione delle
abitazioni, il problema del radon ha assunto dimensioni allarmanti) già dal
1982 é stato fissato il valore di 5,4 picocurie al litro (o 200 Bequerel al
metro cubo) come soglia oltrepassata la quale viene dichiarata l’inagibilità
dell’edificio e ben 120 mila edifici sono stati risanati; stesso impegno é
stato profuso in Finlandia (45.000 edifici risanati), in Norvegia (30.000
edifici) e in Danimarca (20.000 edifici).
In
Italia un primo censimento dei pericoli rappresentati dal radon é stato
intrapreso nel 1987 da enti quali l’ENEA-DISP, l’Istituto di Fisica
dell’Università di Milano, la Regione Emilia Romagna e da qualche ASL. Da
questi dati emerge che la presenza di radon é un problema in aree come
l’Umbria ma soprattutto il Lazio e la
Campania dove vengono utilizzati con maggior frequenza come materiali da
costruzione pietre di tufo e di “pozzolana” che, essendo composti di
materiali vulcanici eruttati in epoca recente possono presentare un
significativo tasso di radioattività.
Tumori polmonari e tabagismo
Numerosi
studi epidemiologici hanno evidenziato che il rischio di contrarre un tumore
polmonare è sostanzialmente più elevato nei fumatori. Questo, tra l’altro,
sarebbe da addebitarsi alla progressiva depressione, sia dell'immunità umorale
che cellulare, provocata dall'esposizione al fumo di sigarette. Si è visto che
anche le inalazioni di contaminanti atmosferici (presenti in grande quantità
nelle aree industriali) gioca un ruolo in questa depressione ed un'azione
sinergica può essere determinata dal fumo e dalla contaminazione atmosferica.
Si può presumere che l'incidenza più significativa di cancro polmonare possa
essere trovata in fumatori che abbiano un'alta inducibilità di idrossilasi
arilcarbonica e siano deficienti di vitamina A. Inoltre un'altra possibilità è
quella che riguarda l'interreazione del prodotto finale della carcinogenesi con
tessuti implicati nell'attività immunologica e quindi la produzione di un'immunosoppressione
che permette la proliferazione di cellule maligne necessaria durante il
relativamente lungo periodo che intercorre tra l'applicazione del carcinogeno e
la comparsa del tumore.
Come
già detto, nell’eziologia del cancro esistono concause virali ma anche
predisposizioni genetiche, evidenziate queste ultime dalla recente
identificazione di alcune anomalie nei geni XPF, p53 e nel gene FHIT, situato
sul cromosoma 3 e coinvolto nella genesi di molte forme di tumore polmonare. Di
particolare interesse risultano le implicazioni sociali di questa ultima
scoperta in quanto l’azione dell’anomalia genetica si esplicherebbe, in
presenza di cancerogeni ambientali, in particolare il fumo di sigaretta. Se,
come è probabile, questa scoperta determinerà la diffusione di test per
diagnosticare questo tipo di anomalia genetica, sarà possibile, tra non molto,
concentrare una campagna di informazione e di responsabilizzazione sui rischi
del fumo alle persone “ad alto rischio”. E questo rimanda ad una riflessione
sull’importanza di una efficace e capillare campagna sui rischi del fumo che
ancora oggi manca nel nostro Paese.
Che
il fumo provochi il cancro lo sanno tutti. E ne sono convinti anche i fumatori
(il 70% dei casi, secondo una recente statistica). Ma allora perché, ad
esempio, 20 milioni di italiani non riescono a vivere senza la sigaretta? I
motivi sono sia di ordine culturale, sia connessi all’assuefazione che produce
il tabacco. Il consumo massiccio di sigarette é cominciato durante la prima
guerra mondiale quando i militari sul fronte europeo vennero riforniti di
sigarette che (assicuravano i produttori di tabacco ai vari Stati Maggiori
dell’Esercito) riuscivano a rendere i soldati meno tesi e, quindi, più
efficienti. In effetti la nicotina contenuta nelle sigarette ha un potere
ansiolitico che dura, comunque, circa mezz’ora; dopo di che bisogna ricorrere
ad un’altra sigaretta. Ben presto questa droga, grazie al suo basso costo e
alla possibilità di essere consumata anche durante l’attività lavorativa,
cominciò a diffondersi tra gli strati più umili della popolazione. Ma
l’industria del tabacco aveva obbiettivi molto più ambiziosi e negli anni
‘40 cominciò a reclutare le più famose star di Hollywood per convincere
sempre più gente a fumare. Il consumo di tabacco cresceva vertiginosamente, la
sigaretta era divenuta in tutti i paesi occidentali sintomo di modernità e di
successo quando, poco alla volta, il legame sigaretta/cancro al polmone cominciò
a venir fuori, dapprima sulle riviste di medicina poi, timidamente, sui mass
media provocando la reazione dell’industria del tabacco.
Già
in passato le potentissime multinazionali della sigaretta, soprattutto negli
USA, non erano state con le mani in mano per mimetizzare questa relazione. Tanto
per dirne una, nel 1957 nessun importante giornale aveva osato rivelare che il
mitico Humphrey Bogart, sempre avvolto dall’aureola del fumo di sigarette, era
morto di tumore polmonare mentre la stessa parola “cancro polmonare” veniva
bandita da tutti i telefilm americani nei quali persino i dottori non
rinunciavano al “piacere” di una “bella sigaretta”. Ma ora, di fronte
all’allarme provocato dalle sempre più numerose e dettagliate statistiche
sanitarie bisognava fare qualcosa di più. Cominciò così una massiccia
campagna pubblicitaria basata su cieli tersi, raid di sopravvivenza e ventose
regate veliche... tutte finalizzate ad allontanare l’immagine del cancro
polmonare da quello della sigaretta. Ma, nonostante i massicci investimenti
pubblicitari, il consumo di sigarette nei paesi industrializzati sta conoscendo
un netto calo mentre sta crescendo vertiginosamente nei paesi del Medio ed
Estremo Oriente e in quelli africani dove la sigaretta viene presentata come
simbolo di emancipazione e di modernità. I risultati non si sono fatti
attendere; oggi, ad esempio, in paesi come l’Indonesia (dove le sigarette sono
apparse nel secondo dopoguerra) il tumore al polmone sta conoscendo una
impressionante escalation; mentre dovunque nel Terzo Mondo cartelloni
pubblicitari di sigarette sovrastano il paesaggio spingendo milioni di persone a
cercare nel tabacco la consolazione ad una vita sempre più difficile.
In
Occidente l'incidenza di cancro del polmone ed altre neoplasie legate al fumo di
tabacco è in aumento tra le donne, parallelamente all'aumento della loro
abitudine al fumo che viene considerata da esse come un simbolo di
emancipazione, indipendenza e successo. Questa situazione è grave considerando
che la madre è la prima, fondamentale educatrice e una madre fumatrice è un
modello estremamente negativo che può facilmente indurre i suoi figli a
imitarne l'esempio.
Vi
è poi il problema della persistenza del tabagismo tra il personale sanitario. I
medici, gli infermieri e tutti coloro che operano nel campo della salute, hanno
indubbiamente un ruolo fondamentale nella prevenzione del tabagismo, in virtù
della loro credibilità e del ruolo di informatori sanitari; naturalmente, se il
personale sanitario fuma, molti dei messaggi di prevenzione diretti alla
popolazione possono perdere di efficacia. In Inghilterra, si è dimostrato che
dopo aver ricevuto un semplice e rapido avviso da parte del medico di base e
opuscoli informativi, circa il 60% dei fumatori ha provato a smettere di fumare
e circa il 5% vi è definitivamente riuscito. Negli Stati Uniti, il consiglio da
parte dei medici ha fatto raddoppiare i tentativi per smettere ed il 5,8% è
stata la percentuale di cessazione ad un anno dall'intervento senza l'uso di
altri metodi.
Per
quanto riguarda l’Italia, un indagine svolta nel 1966 dal Centro Educazione
alla Salute in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha
radiografato una situazione certamente grave. Circa il 40% del personale medico
negli ospedali del meridione fuma abitualmente; al Nord e al Centro la
percentuale è mediamente intorno al 30%, mentre quasi dovunque la percentuale
di fumatrici tra i medici è più elevata di quella dei loro colleghi maschi. Se
si passa poi ad analizzare la situazione del personale paramedico la situazione
appare ancora più sconfortante aggravandosi mediamente di un ulteriore 10%. Il
fatto che molti medici continuino a fumare, sottolinea l'importanza di una
sensibilizzazione di questa categoria che dovrebbe essere parte attiva di
programmi di prevenzione. Tutto il personale sanitario deve avere l'obiettivo
prioritario di proteggere la salute dei pazienti ed evitare loro qualunque
sofferenza superflua. E' importante quindi che gli operatori siano non fumatori,
per fare in modo che le informazioni date al pubblico attraverso programmi di
prevenzione non perdano la loro efficacia.
Prospettive
nella terapia immunologica del cancro
Da
tempo la lotta contro il cancro sta vedendo oltre ai tradizionali strumenti
chemioterapici, radiologici e chirurgici, l'utilizzo dell'immunoterapia. In
questo senso di particolare interesse risultano i nuovi approcci della terapia
immunologica, mediante l'impiego di farmaci che restaurano le riduzioni
dell'immunità (causata dal cancro e/o dalle cure citostatiche fisiche e
farmacologiche) e l'uso di interferone oppure di cellule killers attivate in
presenza di interleuchina-2.
Un
altro campo dell'immunoterapia dei tumori che si sta rivelando fecondo è quello
dei markers antitumorali. Il lavoro che il mio gruppo di ricerca ha svolto con
il Centro del prof. Pederzini di Mantova ha avuto come obbiettivo ricercare un
antigene neoplastico (siglato TLP) sufficientemente immunogenico per indurre nel
canceroso uno stimolo oncolitico specifico efficace, studiando nel contempo le
possibilità di creare nel paziente una certa permissività allo stimolo
antigenico. Queste ricerche hanno portato a risultati che ritengo importanti
quali la scoperta della TLP (proteina liberata dai tumori umani) (Brevetto
Europeo n. 88830058.9/1988 The Hague) e brevetto USA (N.08/351,284) per
peptidi sintetici dell'antigene del carcinoma polmonare.
Mi
sia consentito qui riportare un breve cenno sulla strada che ha portato a questa
scoperta.
Le
correnti di ricerca hanno oggi dimostrato inequivocabilmente la presenza di
antigeni associati a tumore (TAA) responsabili: dell'induzione di anticorpi
specifici; di reazioni di ipersensibilità ritardata; della blastizzazione dei
linfociti periferici di ammalati trattatati con TAA autologo ed omologo, già
precedentemente sensibilizzati; della mancanza di blastizzazione di linfociti di
individui sani e di individui cancerosi che non siano stati pretrattati con lo
stesso antigene. Sulla base delle esperienze riportate è lecito pensare che il
TLP, in quanto immunogeno e mitogeno specifico e, infine, in quanto elemento
della dotazione antigenica della cellula neoplastica, possa essere valido per
approcci di immunoterapia del cancro.
Le
sostanze sono originate da due distinti tessuti tumorali (carcinoma polmonare
-TLP1- e carcinoma del colon -TLP2-) distinzione fatta per aumentare le
possibilità di congruità delle proteine atipiche nel soggetto affetto con
quelle presenti nel preparato. Molti anni di lavoro sono stati spesi prima di
individuare i parametri essenziali dell'antigene TLP e successivamente per verificare la sua efficacia come
sostanza terapeutica anticancro attraverso la via della stimolazione del sistema
immunitario di cui l'organismo è naturalmente dotato. Il TLP
è costituito da lipoglicoproteine «solubili», misura tra 48,1 -61
Angstrom, ha un punto isoelettrico inferiore a 7.0 e presenta un peso molecolare
di 214.000 dalton polimero costituito da monomeri di circa 54.000 dalton di cui
è stata analizzata prima la costituzione aminoacidica e quindi ottenuta la
sequenza. Il TLP o proteina liberata da tumore è un antigene derivato da
masse tumorali asportate chirurgicamente, estratte biochimicamente, isolato,
purificato. Di recente gli epitopi o parti prostetiche degli stessi antigeni
sono state sequenziate per quanto riguarda alcuni tumori polmonari.
Una
ricerca analoga è stata fatta per i tumori del colon mentre altre ricerche si
stanno occupando di tumori urogenitali. Successivamente sono stati ottenuti
peptidi sintetici utilizzando i dati di sequenza per le proteine studiate in
precedenza e sono stati preparati anticorpi policlonali nei riguardi di questi
antigeni.
In
conclusione sono stati ottenuti analisi strutturali dell'antigene del carcinona
polmonare ed è stato sviluppato un anticorpo nei riguardi di quest'antigene con
cui si può prospettare lo sviluppo di una metodica diagnostica per l'antigene
polmonare connesso con i tumori utilizzando gli antisieri già esistenti con
l'obiettivo di una diagnosi precoce del tumore polmonare. Inoltre gli antigeni
sia purificati che ottenuti per sintesi possono essere utilizzati
nell'immunoterapia specifica attiva con protocolli già prestabiliti, ottenendo
come traguardo sostanze immunogene direttamente dai tumori ovvero prodotti
mediante ingegneria genetica.
Nell'Istituto
Farmacoterapico Italiano e nei Laboratori di Biochimica di Cold Spring Harbor
l’identificazione della sequenza aminoacidica e l'analisi strutturale
dell'antigene del carcinoma del polmone è stata condotta con successo ottenendo
informazioni sulla sequenza aminoacidica. La proteina è stata trovata essere
bloccata alla degradazione di Eldman, fatto non raro. Le proteine sono state
perciò digerite con proteasi per ottenere peptidi utili per l'analisi di
sequenza.
Il
percorso che ha portato all'identificazione del frammento peptidico descritto,
come un epitopo dell'antigene del carcinoma polmonare, ha preso lo spunto da una
ricerca condotta da chi scrive queste righe sulla purificazione e
caratterizzazione dell'antigene del carcinoma polmonare (TLP) osservando che non
era possibile ottenere anticorpi monoclonali immunizzando topi con le proteine
intatte. Si sono costruiti, quindi, peptidi sintetici come antigeni per
preparare anticorpi diretti verso siti specifici basandosi sull'informazione
della sequenza parziale ottenuta. Il procedimento ha implicato la sintesi e la
purificazione del peptide con un derivato alfa - carbossiamidico con un residuo
terminale di cisteina. Il peptide è stato accoppiato per via della cisteina a
una proteina carrier per lo più l'emocianina estratta da ostriche, usando il
reagente MBS (l'estere m - maleimidobenzolico - N idrossisuccinimidico).
I
coniugati miscelati con adiuvante sono stati usati per un ciclo di iniezioni
sottocutanee o intradermiche nei conigli, seguiti da successive iniezioni con
adiuvante incompleto. I richiami sono stati effettuati ad intervalli di due
settimane, dopo un periodo di riposo di quattro settimane per permettere la
decantazione della risposta primaria, generalmente IgM. E' importante,
ovviamente, ottenere sieri contenenti IgG che vengono prodotti nella risposta
secondaria. In particolare IgG purificate di sieri reattivi possono essere usati
per purificazione di affinità dell'antigene originale del carcinoma polmonare.
Utilizzando questa metodica è stato possibile ottenere con successo lo sviluppo
di reagenti proteici specifici da sequenze peptidiche piuttosto brevi. Dal
momento che la proteina è espressa nel carcinoma polmonare, la produzione di
anticorpi diretti verso questo antigene porta ad utilizzare un test di screening
nei riguardi di estratti polmonari crudi, cioè verso l'antigene proteico, e
prospetta la preparazione di una «cDNA library» dal materiale tumorale.
All’Università di Philadelphia è stato trovato questo antigene in cellule di
tumore polmonare coltivate in linea continua, mentre all’Università di
Pittsburg è stato già ottenuto un anticorpo monoclonale nei riguardi della
sequenza presente in più proteine.
Prof. Giulio Tarro