AIDS: INDAGINI DI LABORATORIO APPLICATE SU ALCUNE CATEGORIE DI SOGGETTI E RAPPORTI CON I VIRUS DELL'EPATITE

 Il fine di questo lavoro é stato innanzitutto quello di studiare l'evoluzione epidemiologica della sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS) nel territorio che afferisce al nostro laboratorio di virologia, quindi di cercare eventuali nuove classi a rischio o scartare alcuni gruppi a rischio potenziale, in particolare studiando soggetti sottoposti a dialisi, operatori sanitari e vaccinati con virus dell'epatite B (HBV), infine riportare alcuni dati preliminari sui rapporti intercorrenti tra virus dell'AIDS e HBV.

Sintesi delle ricerche:

In una prima serie di lavori sono stati descritti gli studi di screening ottenuti nell'area napoletana ed in particolare quelli sugli emodializzati, sui vaccinati per HBV e sugli operatori sanitari, tutti gruppi che sono stati esclusi dalle categorie a rischio. Il ruolo di cofattore dell'HBV nella espressione dell'AIDS viene confermato dalla presenza del virus epatitico nei leucociti di soggetti affetti da AIDS e nella protezione del vaccino HBV sugli omosessuali sottoposti a questa vaccinazione in confronto all'affioramento dell'AIDS.

La frequente individuazione di markers sierologici del virus dell'epatite B (HBV) in pazienti con AIDS aveva inizialmente suggerito di ricercare un possibile ruolo patogenetico dell'HBV nel determinismo dell'AIDS. Successivamente, a conferma di ciò, altri autori avevano sottolineato il ruolo dell'HBV sia nel facilitare la comparsa di anticorpi specifici per HIV, raddoppiato nei soggetti con epatite virale, sia ad agire come cofattore nella progressione e da affioramento della malattia (dimostrazione della presenza del genoma di HBV nei leucociti di pazienti affetti da AIDS). Negli ultimi anni un agente virale responsabile della maggior parte dei casi di epatite non A-non B a trasmissione ematica, é stato identificato e denominato virus dell'epatite C (HCV).

Lo sviluppo di tecniche sierologiche per la ricerca di anticorpi anti-HCV, ha consentito di analizzare la diffusione dell'HCV tra i pazienti affetti da AIDS. Le modalità di trasmissione dell'HIV, in gran parte sovrapponibili a quelle del virus dell'epatite B (HBV), hanno portato ad ipotizzare la possibilità di un nuovo cofattore nel determinismo dell'AIDS. Si può infine dedurre dai rapporti crociati stabilitisi per la presenza degli anticorpi nei riguardi dei virus epatitici HV, HCV e HDV che la positività per HBV interferisce con quella per HIV al contrario di quella per HCV che é prevalente in questi pazienti: infatti mentre per il 28,2% é positivo sia per HBV che per HIV, una percentuale doppia é quella dei tossicodipendenti che presentano positività per HIV e HCV (56,7%) oppure per HIV, HCV e HBV (54,5%). Nonostante il numero dei pazienti sottoposti a screening sia relativamente esiguo, si possono porre ipotesi speculative sulle interferenze dei vari virus e sulla presenza di anticorpi soltanto per HIV nel 5,7% di questi soggetti.

Dal 1986 al 1992, oltre 15.000 soggetti sono stati esaminati nel laboratorio di Virologia del Presidio Ospedaliero Cotugno di Napoli per la determinazione di anticorpi nei riguardi del virus HIV. Tutti i sieri dei soggetti HIV-sieropositivi sono stati sottoposti ai test di conferma con Western Blot per HIV e HIV2. Un soggetto tossicodipendente é risultato positivo al Western Blot per HIV soltanto.

Una delle prime manifestazioni sierologiche dell'infezione da HIV é rappresentata dalla comparsa di anticorpi specifici di classe IgM, i quali persistono a lungo, anche mesi, prima che avvenga la sieroconversione. Una volta scomparse le IgG specifiche, le IgM possono persistere e poi scomparire per ricomparire ancora e così via fino agli stadi terminali della malattia. Nei soggetti affetti da AIDS le IgM sono costantemente dirette verso la gpI60 ed incostantemente verso le p17, p24, p66, gp41.

Tra i cofattori dell'AIDS, sono importanti gli anticorpi naturali IgM che reagiscono con lo sperma che a sua volta inibisce la replicazione dei linfociti (cellule T). Un virus che può essere presente in una popolazione segregata in equilibrio immunologico e dare invece origine ad epidemie quando individui provenienti da altre zone arrivano e partono. Nell'ambito dell'ecovirologia i numerosi ceppi di una famiglia virale sono indice della variabilità virale che, in genere, si esplica con la ricombinazione genetica come strategia ecologica adattiva; un'altra possibilità ecologica é quella rappresentata dai virus presenti in serbatoio animali. Un esempio classico in virologia é dato dal virus influenzale, con le sue numerose varianti, che é stato isolato nelle acque lacustri con provenienza presumibile dalle anatre in cui non provoca alcuna malattia.

Un'altra combinazione da fare riguarda l'importanza dello stress immunitario e degli anticorpi nel determinismo della dinamica di diffusione e di limitazione delle infezioni virali. L'accumulo di soggetti immuni può agire come un meccanismo di feed-back che tende a limitare o ad arrestare la diffusione dell'infezione. Ma tale accumulo può condurre all'affioramento di varianti antigeniche virali che, quando in una popolazione immune al tipo antigenico predominante, devono trovarsi in una condizione di vantaggio selettivo per il loro attecchimento e la conseguente moltiplicazione.

La recente comparsa in forma virulenta del virus dell'AIDS é il risultato di fattori socioeconomici che sono stati mutati in Africa dopo il 1970 con la possibile simultanea conversione alla virulenza di virus peraltro relativamente non dannosi che provengono da scimmie africane ("green") dello Zaire. Oggi si dà molta importanza ai cofattori come componenti fondamentali per la patogenesi dell'AIDS nei soggetti che hanno già acquisito l'infezione da HIV. Nei pazienti con infezione da HIV sono state osservate numerose anomalie immunologiche sia quantitative che funzionali; l'indicatore più evidente di danno immunitario é costituito dal conteggio de linfociti CD4, ma anche altre popolazioni e sottopopolazioni linfocitarie risultano alterate.

Ha destato il nostro interesse per alcune caratteristiche, l'antigene di superficie CD5, considerato originariamente un marcatore dei linfociti T e denominato OKTI e Leu I. E' espresso anche su un subset di linfociti B che costituisce la sottopopolazione proliferante nella leucemia linfatica cronica di tipo B. Nel considerare successivamente le modificazioni assunte nei linfociti CD5, abbiamo reputato importante poter correlare i diversi stati clinici con tali marcatori ed i risultati ottenuti suggeriscono importanti prospettive diagnostiche ed eventualmente terapeutiche dell'AIDS.

Sono state studiate le sottopopolazioni linfocitarie in diversi stati clinici dell'infezione da HIV sia su 5 soggetti asintomatici che in pazienti con una (venti) o più (venticinque) infezioni opportunistiche includendo il sarcoma di Kaposi Come controllori sono stati esaminati 5 talassemici politrasfusi e 30 donatori di sangue. E' stato rilevato un particolare ruolo dei linfociti CD5 in aggiunta a quello classico dei CD4/CD8. In particolare una formula percentuale CD5/CD8 ha permesso di creare una scala che da un valore medio di 355 va progressivamente decrescendo fino a raggiungere valori bassissimi coincidenti con gli stadi più gravi della malattia.

Per quanto riguarda gli anticorpi neutralizzanti, viene riferito uno studio condotto su 27 sieri di soggetti affetti da AIDS in diverso stadio della malattia, e testati per il rilevamento dei titoli anticorpali in ELISA, al W Blot IgG e al Karpas Test. E' stata valutata di ciascuno di essi la capacità di neutralizzare l'antigene p24. La risposta non é stata uguale per tutti. A fronte di sieri dotati di alta capacità neutralizzante e alti titoli anticorpali, ve ne sono altri con modesti o bassi titoli anticorpali ma forte capacità neutralizzante ed altri ancora sprovvisti di potere neutralizzante pur conservando un buon corredo anticorpale. Questi dati sembrano essere assai interessanti per spiegare alcuni problemi inerenti una ipotetica vaccinazione anti AIDS.

In conclusione, le cellule che esprimono il marcatore CD5+ sembrano avere un ruolo importante nell'equilibrio dinamico tra le varie popolazioni e sottopopolazioni linfocitarie. Sebbene non si possano trarre conclusioni, la scoperta della stretta relazione esistente tra CD5+ e CD8+ potrà contribuire a farci meglio conoscere la patogenesi di quel complesso quadro di alterazioni immunitarie che si sviluppano durante le diverse fasi dell'infezione da HIV. I tossicodipendenti rimasti a lungo sieronegativi (IgG-IgM) meritano una riflessione; probabilmente va facendosi strada una maggiore e migliore cultura igienica, cioè una vera profilassi. Nel rito del buco la siringa non viene più offerta e non fa più il "giro" tra i convitati (pasto lauto e solenne di eroina) come il "calumet della pace" dei pellerossa. Anche l'uso dei profilattici si va forse diffondendo.

La reattività IgM nei soggetti IgG positivi fa pensare a reinfezioni e/o mutazioni che i comportano come infezioni primarie. Infatti vi sono soggetti con costante assenza di reattività IgM. I soggetti IgC negativi con reattività IgM inducono a diverse interpretazioni: primo contatto con il virus, reazioni crociate con altri retrovirus umani come l'HTLV-1 e HTLV-4 o altri virus (morbillo, varicella, citomegalovirus, parotite, Herpes simplex, etc.) particolari condizioni morbose. Presenti in queste due ultime condizioni le bande p24 ed in misura maggiore la p55. Tutto ciò si verifica per le IgG e riesce difficile comprendere perché non possa verificarsi per le IgM.

Sembrerebbe, comunque possibile differenziare la reattività IgM aspecifica da quella legata ad infezione da HIV per il numero e l'intensità delle bande. La sieroconversione IgG é preceduta da un corteo di anticorpi con bande ben marcate e così l'avvio verso la malattia (ARC o AIDS). Comunque le IgM sembrano le prime a comparire nell'infezione da HIV, possono essere presenti durante tutto il periodo asintomatico e possono essere presenti fino alla morte. Interessante ci sembra, inoltre, il rilevamento della gp160 nel periodo terminale, nel contesto di un profilo reattivo IgG tipico. Un obbiettivo sta particolarmente a cuore: nel singolo caso stabilire in quale stadio dell'infezione si trovi il paziente sulla sola scorta dello spettro anticorpale. Infine la determinazione quantitativa é stata effettuata -nel caso del Karpas test- su vetrini sui cui pozzetti alloggiano file di cellule infettate con HIV mentre la determinazione della p24 mediante test ELISA é stata condotta parallelamente allo screening anticorpale e quindi su tutti i sieri. La validità di questa procedura associata comunque come screening alla determinazione degli anticorpi é apparsa evidente in casi di momentanea latenza di anticorpi, comparsi, peraltro dopo dieci giorni in media L'importanza di queste determinazioni per correlare gli aspetti epidemiologici, sierologici ed evolutivi dell'infezione da HIV é la base per una immunoterapia passiva e forse anche attiva secondo i concetti della plasmaferesi di Karpas.